REFERENDUM/ L’affluenza di massa e l’intelligenza collettiva

Pierre Lèvy parla di “intelligenza collettiva”, ed eccone la prova più evidente: tramite comitati, eventi, dibattiti e, soprattutto, tramite la Rete si è creata una comunità “intelligente” che ha messo a disposizione di tutti le proprie conoscenze, le proprie idee, i propri progetti. Il risultato è stata la sconfessione di quella mentalità gerarchica, chiusa e troppo spesso antidemocratica dei partiti: in definitiva è stata la sconfessione del berlusconismo in quanto tale.

 

di Carmine Gazzanni

festa_referendum_ansa_roma2Penso che non mi recherò a votare: è diritto dei cittadini decidere se votare o meno per il referendum” (Silvio Berlusconi). “E’ assolutamente inutile, spero che la gente non vada a votare” (Umberto Bossi). Più del 56% degli italiano ha deciso, ancora una volta, di non dar credito alle parole dei due maggiori leader di maggioranza, sconfessati nuovamente e in maniera ancora più decisiva in questa tornata referendaria.

Oltre 29 milioni di italiani (il 57% degli aventi diritto) si sono recati nei 62.878 seggi e, di questi, oltre 27 milioni (il 95% dei votanti) si sono espressi per il “sì”, un “sì” deciso e forte per l’acqua pubblica, per l’energia che non sia mortale com’è quella atomica, un “sì” perché la legge è uguale per tutti e dunque è inaccettabile che alcuni cittadini – il Presidente del Consiglio e i Ministri – siano più uguali degli altri.

Ma questo referendum, così com’è stato anche per le amministrative, rivela un importante dato politico: quella rottura resa evidente soltanto poche settimane fa con le batoste registrate da Pdl e Lega alle comunali, è diventata ancora più esplicita. Mentre infatti Cavaliere e Senatùr invitavano ad andare al mare, a disertare un referendum assolutamente “inutile”, non solo il tradizionale elettorato di centrosinistra e i cosiddetti terzisti, ma anche una grossa fetta dei militanti leghisti e pidiellini hanno deciso di presentarsi alle urne. E, come se non bastasse, hanno deciso, senza alcuna remora, di prendere anche la scheda verde, la più “politica” tra le quattro, quella appunto riguardante la “norma che consente al presidente del Consiglio e ai ministri di non comparire in udienza penale”. Ed hanno votato per l’abrogazione di una legge che, è bene ricordarlo, già era stata parzialmente bocciata dalla Corte Costituzionale.

E tra costoro anche personaggi di spicco. Basti pensare al Governatore del Veneto, Luca Zaia, esponente di spicco della Lega ed ex Ministro dell’attuale Governo Berlusconi: ha detto esplicitamente di aver espresso “quattro sì”, bocciando anche lui, in questo modo, tout court la maggioranza. E, come lui, anche Renata Polverini.

E, sulla scia dei due Governatori, anche fedelissimi dei due grandi partiti di maggioranza: secondo i dati del TG La7, infatti, circa il 40% degli elettori di Pdl e Lega hanno votato per l’abrogazione delle norme contenute nei quattro quesiti referendari. E se ancora ci fosse qualche dubbio, basti riprendere i dati forniti dal Viminale. Regioni governate dal centrodestra sono corse in massa alle urne: Piemonte (59% degli aventi diritto), Lombardia (54%), Veneto (58%), Lazio (58%), Abruzzo (57%), Molise (58%), Campania e Sicilia (52%). Insomma, il Governo, checché ne dicano oggi gli uomini del Presidente, ha ricevuto una sconfessione a largo raggio, senza appello, senza giustificazione. E tutto questo non può che incidere sul malumore interno alla maggioranza. Malumore che acuisce lo scollamento tra Pdl e Lega, del quale già c’erano stati importanti segnali all’indomani delle amministrative. Il pensiero leghista è sintetizzato dalle parole di ieri di Roberto Calderoli, il quale ha dichiarato: “Alle amministrative due settimane fa abbiamo preso la prima sberla, ora con il referendum è arrivata la seconda sberla e non vorrei che quella di prendere sberle diventasse un’abitudine…”.

Il dato politico, dunque, è chiaro: Silvio Berlusconi non è più.

C’è da scommettere che il Cavaliere, come uno qualsiasi tra i despoti che si sono susseguiti dall’antichità sino ad oggi (nessun paragone; è la storia che ce lo dice), non rinuncerà al suo potere costruito sull’immagine, sul vuoto senza pieno, su promesse demagogiche, sulla forma televisiva piuttosto che sul contenuto politico, continuerà a promettere castelli di sabbia come sempre ha fatto. Ma questa non-politica ha finito di godere di credibilità, non ha più seguito tra un popolo che è stanco di essere raggirato e che vuole continuare sulla strada di una rivalsa democratica, civile, sociale. E, soprattutto, culturale. Quella di Silvio Berlusconi, del suo Governo e di questo modo insano di fare politica è, ora, una lenta agonia che non può – e non deve – conoscere resurrezioni. Di alcun genere.

La società civile ha raggiunto una vittoria che non è affatto contingente o legata all’impulso del momento. Certamente la tragedia di Fukushima ha influito sul voto riguardo il nucleare, ma il fatto che 29 milioni di italiani hanno detto, tramite il loro voto, anche che non vogliono un Presidente del Consiglio che sfugga ai processi, ma che li affronti e subito (come avviene in ogni Paese che suole definirsi democratico) rivela la pesante bocciatura politica di Berlusconi e del suo entourage di ominicchi abituati ad annuire ad ogni mossa del capo. È una vittoria – quella della società civile – rivoluzionaria, epocale, storica: pian piano si stanno riconquistando gli spazi democratici, partecipativi, di attività concreta, determinata e determinante.

Pierre Lèvy parla di “intelligenza collettiva”, ed eccone la prova più evidente: tramite comitati, eventi, dibattiti e, soprattutto, tramite la Rete si è creata una comunità “intelligente” che ha messo a disposizione di tutti le proprie conoscenze, le proprie idee, i propri progetti. Il risultato è stata la sconfessione di quella mentalità gerarchica, chiusa e troppo spesso antidemocratica dei partiti: in definitiva è stata la sconfessione del berlusconismo in quanto tale. Il popolo ha dimostrato che lì dove non ci sono discussione attiva e partecipazione, non ci possono essere consenso e vittoria. Ed ora tocca al centrosinistra non fare passi indietro e continuare su questa strada: non bisogna chiudere le porte alla forza dirompente di quella società che sta cominciando a riconquistare i propri spazi di partecipazione democratica.

Un giornalista eminente come Enzo Biagi diceva: “La democrazia è fragile, e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola”. È bene che tutti ne facciano tesoro. È ora che la politica torni a dar conto di quel popolo che è stanco – e l’ha dimostrato – di essere chiamato in causa solo nel momento del bisogno (elettorale). L’Italia s’è desta!

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