Progetto Prestito della Speranza: l’Italia che funziona

A quasi quattro anni di distanza dall’iniziativa della Cei di istituire un fondo nazionale denominato Prestito della Speranza, tracciamo un bilancio cercando di capire quali sono le reali potenzialità.

 


progetto_prestito_della_speranzaIl 1° settembre 2009 la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha istituito un fondo nazionale straordinario, denominato “Prestito della Speranza”,
orientato a garantire prestiti bancari da concedere alle famiglie ad un tasso agevolato.

Il fondo era costituito da 30 milioni di euro di cui 25 milioni destinati a garantire il microcredito sociale e 5 milioni destinati a sostenere il microcredito alle imprese.

Ebbene, a poco meno di quattro anni dall’avvio dell’iniziativa, è stato reso noto che fino a oggi sono stati erogati quasi 2.500 contributi a famiglie che hanno subito una significativa riduzione del reddito da lavoro e a piccole imprese in difficoltà, soprattutto artigiane.

Un numero ragguardevole che certifica la bontà del progetto “Prestito della Speranza”, la cui erogazione, per un massimo di 6.000 euro a famiglia e di 25.000 ad azienda da restituire in 60 mesi a tassi agevolati, ha richiesto la necessaria collaborazione delle principali banche italiane grazie a un accordo tra l’ABI e la CEI.

Tutti coloro che hanno usufruito del prestito sono soggetti appartenenti a categorie in grave difficoltà economica: disoccupati, cassaintegrati con un unico reddito in famiglia, persone che non hanno mai lavorato e piccole imprese a serio rischio di fallimento.

Ecco infine qualche numero più approfondito sul “Prestito della Speranza”: nel biennio 2009-2010, il 46% delle richieste riguardava il nord Italia, il 20% circa il centro, il 33% il sud. Il 57% dei richiedenti era italiano. Da un paio di anni, invece, la percentuale di italiani è balzata addirittura all’80% e quella dei residenti nel Mezzogiorno è schizzata dal 33% al 62%.

A richiedere il Prestito della Speranza sono in special modo famiglie con disoccupati tra i 35 e i 54 anni, dunque soggetti nel pieno della capacità produttiva ma che per ingiusti motivi anagrafici hanno difficoltà a trovare una nuova occupazione.


LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE – Raffaele Dambra su Facile.it

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