Processo Ruby e compravendita di voti: il Parlamento rischia il ko tecnico.

Il Governo continua ad interessarsi esclusivamente degli affari giudiziari del premier. E non perché – come dicono i vari uomini del Presidente  – l’opposizione giustizialista non parli di altro. Semplicemente perché la maggioranza non si occupa di altro. Chiariamo quanto sta accadendo in questi giorni e quanto accadrà nei prossimi per renderci conto di come il Parlamento italiano sia diventato assolutamente personalista: non si fanno che gli interessi di una sola persona.

 

di Carmine Gazzanni

silvio-berlusconi_PUGILESoltanto ieri il Parlamento, dopo una seduta infuocata, ha deciso per il conflitto di attribuzione riguardo al processo Ruby. In aula 314 voti favorevoli e 302 contrari; 314 parlamentari che stanno cercando, con questo ultimo disperato tentativo, di togliere il processo dalle mani dei giudici di Milano. È indispensabile a tal proposito evidenziare due aspetti. Il primo tra il drammatico e l’esilarante: i 314 parlamentari, come detto, hanno ritenuto  la Procura di Milano incompetente ad affrontare la vicenda (e dunque che sia il Tribunale dei Ministri a prendere le carte). Ma questo cosa vuol dire? Vuol dire che ben 314 parlamentari credono che Berlusconi abbia agito in buona fede e, soprattutto, “nell’esercizio delle sue funzioni”. In linea, dunque, col suo ruolo istituzionale. Ergo: 314 parlamentari credono che l’accusa di corruzione sia campata in aria. Dunque 314 parlamentari ritengono che davvero Silvio Berlusconi pensava che Ruby fosse la nipote di Mubarak e che la telefonata sia stata fatta per evitare una crisi diplomatica con l’Egitto. Tesi alquanto bislacca, chiaro.

Ma questa assoluta mancanza di dignità dei parlamentari che hanno votato a favore rivela quanto già detto precedentemente: il Parlamento è spogliato di tutti i suoi poteri, con una sproporzione indecente tra potere esecutivo (Governo, dunque Primo Ministro) e legislativo (Parlamento, appunto).

Ma non finisce qui. Passiamo alla seconda questione, più squallida: continua imperterrita l’ormai famosa “compravendita”. Come rivelato infatti anche da alcuni parlamentari del Pd, decisivi sono stati i voti, oltre a quelli dei cosiddetti “Responsabili”, di due parlamentari, i liberaldemocratici Daniela Melchiorre e Aurelio Misiti, i quali, dopo mesi e mesi di tentennamenti, hanno gettato la maschera in cambio di chissà quale altro sottosegretariato (ieri, d’altronde, sono stati anche ricevuti a Palazzo Grazioli). D’altronde non ci si poteva aspettare una grande coerenza da due parlamentari con un passato “variopinto” come il loro. Daniela Melchiorre, diniana da sempre, nasce nella Margherita: prima presidente a Milano, poi vicesegretario regionale della Lombardia e quindi componente della Direzione Nazionale. Nel 2006 diventa sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi in quota Pd.

Ma quando il Governo cade si ricandida prontamente ad aprile nelle liste del Pdl in quota, questa volta, Liberaldemocratici (con lo stesso Lamberto Dini), ma a luglio dello stesso anno passa al Gruppo Misto e a novembre, sempre del 2008, annuncia il passaggio del suo gruppo all’opposizione e alle europee si candida con una nuova lista, “Liberal Democratici con Melchiorre”, di cui è capolista in tutte le circoscrizioni, ottenendo un fantastico 0,23%. Aurelio Misiti, se possibile, fa ancora meglio: inizia la sua carriera politica addirittura nelle file del PCI negli anni ’60. Dopo alcuni anni entra nella Cgil, prima come segretario nazionale della Cgil Scuola-Università, poi come Segretario Confederale della Cgil Lazio. Nel 1995 torna in primo piano nella politica, ancora con Dini, che lo nomina alla Presidenza del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. A questo punto viene chiamato in Calabria dalla giunta di centrodestra di Chiaravallotti (2000-2005) e diventa assessore regionale ai Lavori Pubblici (assessore tecnico, ma pur sempre di una giunta di centrodestra). E nel 2006 che fa? Aderisce all’Italia dei Valori e viene eletto e poi riconfermato nel 2008. Dopodichè, a maggio di quest’anno, passa con l’Mpa. Insomma, dopo tutti i partiti anche il turno di Raffaele Lombardo. Ed ora quello di Berlusconi: l’en plein è servito.

Intanto, oggi inizia il processo Ruby. Ma, in realtà, è come se non iniziasse: basti pensare che Berlusconi nemmeno sarà presente. L’udienza, infatti, è di smistamento: ci si accorderà per le prossime date che probabilmente saranno fissate per la fine di maggio. Niente di più.

Ma ora la domanda che molti si fanno è che ne sarà del processo Ruby dopo che il Parlamento ha deciso per il conflitto di attribuzione. La palla ora passa alla Consulta che dovrà pronunciarsi in merito. Intanto i legali di Berlusconi, nella speranza di guadagnare tempo prezioso, chiederanno alla Procura di Milano di bloccare i lavori per motivi di opportunità in base alla legge del 1953, nella quale si stabiliscono i compiti della Corte e si precisa che  “l’esecuzione degli atti che hanno dato luogo al conflitto di attribuzione fra Stato e Regione ovvero fra Regioni può essere in pendenza del giudizio sospesa per gravi ragioni, con ordinanza motivata, dalla Corte”. Ma la sospensione può essere stabilita soltanto dalla Procura di Milano stessa, che tuttavia ha già deciso di voler andare avanti con il processo.

Ma interroghiamoci anche su un ultimo aspetto, ben più importante: perché tanta insistenza da parte del Pdl sul Tribunale dei Ministri? Perché preferire un Tribunale ad un altro? Comunque questo tribunale, chiaramente, sarà composto da giudici, non da politici; senza contare che saranno giudici di Milano per giunta, scelti a sorte. E allora? Perché il Pdl sta premendo tanto affinchè il processo venga affidato a questo Tribunale? Semplicemente perché, così facendo, tutto svanirà in una bolla di sapone. Innanzitutto, infatti, il Tribunale dovrebbe ripartire dalla fase delle indagini; dopodiché si dovrebbe chiedere il processo per Berlusconi, ma, affinchè Berlusconi sia processato, è necessaria l’autorizzazione a procedere della Camera che certamente verrà negata dalla maggioranza. Insomma, si fa tanta insistenza sul Tribunale dei Ministri perché Berlusconi già sa che, qualora venga riconosciuto questo conflitto di poteri, non verrà mai più processato.

 

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