PROCESSO DIAZ/ La beffa: per i 25 poliziotti “falso in atto pubblico”, per i 10 attivisti cento anni di condanna

Processo Diaz. Soltanto tre giorni fa, come molti sapranno, il primo colpo di scena: dopo ben due anni di rinvii, pause e interruzioni, cambia a sorpresa il presidente del collegio in Cassazione. Via Aldo Grassi arriva Giuliana Ferrua che avrà pochissimi giorni per studiare le carte. Ora un altro colpo di scena: gli imputati (25 tra agenti, funzionari e dirigenti della Pubblica Sicurezza), tutti condannati in appello, rischiano di essere condannati solo per falso in atto pubblico. Per le lesioni (e  le torture) è invece certa la prescrizione. Per dieci manifestanti, invece, si rischia una condanna esemplare: cento anni in totale. Oltre il danno, la beffa.

di Carmine Gazzanni

processo_diaz_danno_e_beffaIl processo per l’irruzione alla scuola Diaz durante il g8 di Genova del 2001 continua, con i suoi colpi di scena, a far parlare di sé. Non sono bastati, infatti, continui rinvii, interruzioni inspiegabili e pause interminabili. E allora, dopo quasi undici anni dai fatti, dopo che finalmente il processo è arrivato in Cassazione con le condanne in appello di 25 tra poliziotti e alti dirigenti, ecco l’ennesimo evento inspiegabile: cambia senza alcuna vera ragione il presidente del collegio. Via Aldo Grassi ed ecco Giuliana Ferrua. Un caso non comune, anche perché il nuovo presidente avrà certamente poco tempo per studiare a fondo tutte le carte. Senza dimenticare, per giunta, che la vicenda è assolutamente delicata, dato che tra gli imputati ci sono dirigenti autorevoli come Gianni De Gennaro, da poco sottosegretario per nomina diretta di Mario Monti, Franco Gratteri, capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi, l’ex Sisde.

Una stranezza che, dopotutto, arriva dopo molte altre. Basti pensare, ad esempio, che dalla sentenza della corte d’appello sono passati oltre due anni (18 maggio 2010). Un tempo che supera ogni giustificazione. Anche perché, nel frattempo, i termini di prescrizione si sono avvicinati inesorabilmente. E così, paradossalmente, nessuno dei reati veri per i 25 imputati è rimasto in piedi: ormai è certa, infatti, la prescrizione per le lesioni.

Non solo. Proprio ieri il sostituto procuratore generale Pietro Gaeta, nel corso della prima udienza in Cassazione, ha precisato che non si può applicare il reato di tortura ai poliziotti imputati. La richiesta, infatti, era stata avanzata dalla Procura Generale di Genova proprio per la scadenza dei termini per il reato di lesione. Il reato di tortura, però, non è previsto dal nostro ordinamento (sebbene sia contemplato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Giusto o sbagliato che sia, il risultato di tutto questo arzigogolato iter processuale è paradossale: l’unico reato rimasto in piedi è quello di falso in atto pubblico, relativo alla firma e all’avvallo di verbali di arresto e perquisizione a carico dei 93 arrestati pieni di circostanze non vere, come quella delle molotov attribuite ai manifestanti, mentre oggi sappiamo che erano state portate proprio dalla polizia.

Insomma, con grande probabilità non ci sarà alcuna condanna per le violenze, le lesioni e le torture a cui furono sottoposti circa 60 tra giornalisti e attivisti in quel blitz. Con la conseguenza paradossale che le condanne – semmai ci si arriverà – saranno molto inferiori rispetto a quanto sarebbero potute essere.

E non finisce qui. Oltre al danno la beffa. Se infatti i 25 imputati tra i poliziotti godranno di un notevole sconto di pena, non sarà così per i dieci attivisti che rischiano, il 13 luglio, di essere condannati in Cassazione a cento anni complessivi. Il reato contestato? “Devastazione e saccheggio”, un reato vecchio e impolverato  che trova origine, addirittura, nel famoso Codice Rocco, figlio del periodo fascista. La domanda sorge, allora, spontanea: perché condannare dieci persone in un evento che vide, da ambo le parti, la partecipazione di centinaia di migliaia di persone? Che si sia dato atto al “colpirne dieci per educarne cento”? Non solo. Il reato prevede una “compartecipazione psichica” tra gli imputati, anche quando non c’è – come in questo caso – un’effettiva associazione o movimento che li raggruppasse. Ma chi decide questa “compartecipazione psichica”? È evidente, dunque, il rischio di arbitrarietà in cui può incorrere un giudice.

Non a caso, dinanzi alla possibilità di un orrore democratico e giuridico, soltanto due giorni fa è nato un sito, 10×100 (nome non casuale), in cui, oltre al materiale processuale, è presente un appello.Il prossimo 13 luglio – si legge – dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, ‘devastazione e saccheggio’, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco”. E ancora continua l’appello: “E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001. Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate”. Tra i firmatari, finora, compaiono importanti nomi. Erri De Luca, Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi. E poi Daniele Vicari (il regista di Diaz) e Valerio Mastrandrea. Importanti giornalisti come Giuliana Sgrena, Loredana Lipperini, Giancarlo Castelli e Curzio Maltese. E poi il giurista Fabio Marcelli.

La più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Questo era il parere di Amnesty International sul caso Diaz.

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