PROCESSO DIAZ/ Due attivisti condannati e cinque rinviati in appello: ingiustizia è fatta!

Processo Diaz. In-giustizia (perlomeno in parte) è fatta. Se soltanto otto giorni fa i 25 imputati sono stati condannati, ma non finiranno in carcere, oggi dei dieci attivisti due sono stati condannati, cinque rinviati in appello (il loro caso sarà riesaminato) e per tre pene ridotte. Il reato? Saccheggio e devastazione. Per i poliziotti autori della “più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, invece niente. Il motivo? Il reato di violenza è caduto in prescrizione. La condanna è solo per falso. Incredibile. Ma terribilmente vero.

di Carmine Gazzanni

processo_diaz_attivisti_condannatiA leggere la notizia si rimane interdetti: dei dieci attivisti, imputati per “saccheggio e devastazione” per i fatti del G8 di Genova, due sono stati condannati, per cinque il caso sarà riesaminato in appello e per tre sono previste riduzione di pena. Il capo d’imputazione lascia più di qualche dubbio. Per diversi motivi. Cerchiamo di capire. Il reato contestato è, come detto, “devastazione e saccheggio”, un reato vecchio e impolverato  che trova origine, addirittura, nel famoso Codice Rocco, figlio del periodo fascista. Da allora nessuno ha pensato a cambiarlo, a modificarlo. Nessuno. E oggi, dopo essere rimasto nel cassetto per anni, viene riproposto. Proprio dopo e per quanto accaduto a Genova.

Non solo. Sappiamo bene quanto caotiche furono quelle giornate. Scontri erano, praticamente, all’ordine del giorno. Perché allora colpire solo (e proprio) dieci persone? Perché condannare dieci persone (all’epoca ragazzi, oggi uomini e donne con una famiglia alle spalle) in un evento che vide, da ambo le parti, la partecipazione di centinaia di migliaia di persone? Che si sia dato atto al “colpirne dieci per educarne cento”? E ancora. Il reato prevede una “compartecipazione psichica” tra gli imputati, anche quando non c’è – come in questo caso – un’effettiva associazione o movimento che li raggruppasse. Ma chi decide questa “compartecipazione psichica”? È evidente, dunque, il rischio di arbitrarietà in cui potrebbe essere incorso il giudice.

Ma anche entrando nel merito qualcosa non quadra. I legali dei ragazzi, infatti, hanno osservato che, nella sentenza d’appello, ci sarebbe stata una violazione del diritto di difesa perché “delle 350 ore di filmati raccolti durante le indagini, ci è stato mostrato solo un video con immagini selezionate dalla pubblica accusa mentre abbiamo il diritto di visionare tutto ciò che è disponibile perchè potrebbero esserci elementi utili al proscioglimento”.

Dubbi su dubbi, insomma. Acuiti peraltro da quanto accaduto solo otto giorni fa. Mentre dei dieci attivisti, per il momento, cinque finiranno in carcere (gli altri cinque, invece, dovranno riaffrontare un altro processo. A distanza ormai di dodici anni) per una pena che lascia perplessi, i 25 poliziotti, autori  – per usare le parole di Amnesty International – della “più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale, potranno continuare tranquillamente a girare per le strade. In assoluta libertà. Sono stati condannati, certo. Ma nessuno andrà in carcere dato che il reato è coperto da indulto. La condanna, infatti, è arrivata semplicemente per falso in atti pubblici. L’altro capo d’imputazione – lesioni – è invece caduto in prescrizione. Un’assurdità.

A poco, dunque, è servita la raccolta firme organizzata e portata avanti dal sito 10×100 (nome non casuale). “E’ inaccettabile – scrivevano nell’appello – che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001. Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate”. Tra i firmatari tanti uomini della cultura e del cinema: da Margherita Hack a Erri De Luca, da Elio Germano a Vauro, da Caparezza a Giorgio Tirabassi. E poi Dario Fo, Franca Rame, Valerio Evangelisti, Wu Ming, Curzio Maltese, Luigi Manconi, Mario Tronti, Haidi Gaggio Giuliani, Don Andrea Gallo, Lorenzo Guadagnucci. Più di trentamila firme depositate, per giunta, in Tribunale proprio questa mattina. Invano.

Undici anni sono passati da quei due giorni di fuoco. Giustizia è stata fatta. Dicono.

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