PRIMARIE/ Vince Bersani, ecco le sfide che lo aspettano: tra apparati, Monti bis e “la sinistra”.

La vittoria è stata netta. Un plebiscito. “Un successo di proporzioni inaspettate”, ha detto a giusta ragione Pier Luigi Bersani. Il quale, già da ieri sera, ha cominciato a parlare dell’esigenza di “cambiamento nel centrosinistra”. Affinchè questo accada, già da ora per il segretario Pd deve accettare le vere sfide: sbarazzarsi dell’apparato di partito e dei montiani; metter su una vera coalizione di centrosinistra, concludere la legislatura da partito realmente progressista (a cominciare dalla legge elettorale). In una parola, Bersani, per essere credibile, deve cominciare a fare l’uomo di sinistra. Da qui si vedrà se il prossimo quinquennio sarà diversa da quello appena trascorso.

 

di Carmine Gazzanni

bersani_vince_primarie_2012Il dato è inoppugnabile. Pier Luigi Bersani ha vinto nettamente. L’elettorato del centrosinistra (perlomeno quello che ha votato e che è riuscito a farlo) ha scelto la sicurezza e l’affidabilità del segretario democratico. Il tutto, a discapito del nuovo, del cambiamento a tutti i costi firmato Matteo Renzi, il quale – probabilmente – non è riuscito a scrollarsi di dosso “l’immagine del ragazzetto ambizioso”, come riconosciuto da lui stesso.

È ora, però, che parte la vera sfida. Pier Luigi Bersani, da oggi, non può più nascondersi. Essere candidato premier per il centrosinistra è un grande onore (specie se legittimato da una vittoria così netta), ma comporta anche tanti oneri e responsabilità. Sarà sua – del segretario Pd – la responsabilità diretta di alleanze, di programmi, di aperture e chiusure. Sarà sua la responsabilità diretta di ciò che verrà fatto e approvato in questo scorcio di fine legislatura (termometro importante per capire l’atteggiamento del centrosinistra anche per il prossimo quinquennio). In altre parole, è Bersani che risponderà di tutto il centrosinistra. E non da aprile in poi (quando quasi sicuramente sarà a Palazzo Chigi nelle vesti di premier), ma da prima che subito.

È inutile infatti negare che, ora più che mai, l’operato del segretario democratico sarà attenzionato più di quanto non sia mai stato fatto. Il perché è presto detto: c’è voglia (ed esigenza) di cambiamento nell’elettorato del centrosinistra. Con Bersani – sarebbe impossibile dire il contrario – ha vinto l’apparato, la nomenclatura, una certa generazione. Probabilmente in lui hanno creduto anche tante nuove “leve” e tanti uomini di sinistra. Ma la gran parte dei voti sono stati collezionati e incassati da tutte le ramificazioni del più classico dell’establishment. Con lui vincono i sindacati, il pubblico impiego, le vecchie militanze comuniste (quelle che nemmeno ci credono più…) e il piccolo ghetto di democristiani alla Fioroni e Rosy Bindi che ancora crede di essere sopravvissuto e che può far la differenza.

Insomma, a vincere è il passato. Che – come giustamente sottolinea lo stesso Bersani – non è detto sia un male. Il cambiamento promesso e professato da Renzi è apparso troppo spesso – e forse questo è stato il suo errore – un cambiamento a prescindere. Sempre e comunque. Un atteggiamento che, per molti, è sembrato irrispettoso nei confronti della stessa idea di politica sana, quella accompagnata dalla saggezza dell’esperienza. Il passato, invece, non è un male se servo del futuro, se al servizio del futuro. Se è concepito come un mezzo per fare bene in avanti, per guardare meglio al futuro. Diventa un cancro (com’è stato in questi anni) se invece viene inteso come un fine: nulla in questo caso può cambiare, nemmeno di una virgola.

Bersani, però, sa anche che bisogna superare questa classe dirigente. Urgentemente. Anche da qui si valuterà il suo operato. E si dovrà cominciare da dentro il partito. Per ora l’ha detto: “spazio ai giovani”. Il che, però, deve significare anche porte (finalmente) chiuse a chi siede da venti anni in Parlamento. Il cambiamento si vede anche e innanzitutto da qui. Ieri sera i “vecchi” ballavano e si toccavano e si trattenevano a stento dalle risate. Come se fossero scampati a chissà quale disastro. Si è rifatto vivo anche Massimo D’Alema che, sogghignando, ha cominciato a sparare a zero sui giornalisti, rei – a detta sua – di aver fomentato il fenomeno Renzi. D’Alema, però, dimentica che se i democratici come lui avessero fatto già da anni le valige e si fossero ritirati a vita privata nel bell’orticello del Tavoliere, probabilmente il fenomeno Renzi nemmeno sarebbe nato. Ecco: il pericolo che uomini come D’Alema (e non solo D’Alema) possano riaffacciarsi e possano avanzare pretese a Bersani, c’è. Noi ne faremmo volentieri a meno.

Le sfide a cui dovrà prepararsi Bersani non sono affatto facili. Non sarà certo facile, d’altronde, chiudere le porte in faccia all’apparato intoccabile del partito. Ma, d’altronde, il cambiamento richiede rischio, coraggio, sfida continua.

E non solo dentro, ma anche fuori dal partito. Anzi, qui la questione è ancora più critica. Finora, infatti, l’operato di Bersani non è che abbia fatto ben sperare: sempre pronto a offrire un appoggio al governo Monti, molto vicino a chi di cambiamento non ha mai voluto sentire parlare come Pierferdinando Casini. È indubbio, infatti, che oltre all’apparato, la vittoria di Bersani è stata decretata anche grazie all’appoggio indiscusso di forze centriste e dei montiani. Il perché è facilmente immaginabile: l’obiettivo dei cosiddetti moderati è quello di arrivare a un Monti-bis. Nulla di più. Il che è possibile soltanto con l’appoggio di un partito forte come il Pd. D’altronde è stato detto nero su bianco. Non solo dai diretti interessati (Monti e Casini), ma anche dal quotidiano che – ormai – è diventato nei fatti il megafono dei sostenitori di un secondo governo Monti, Repubblica.

Scriveva alcuni giorni fa Eugenio Scalfari: “L’ideale sarebbe Monti presidente del Consiglio di un governo guidato dal Pd”. Idea tutt’altro che bislacca. Il partito del Governo – chiamiamolo così – si muoverà già nelle prossime ore quando il Senato sarà chiamato a votare sulla nuova legge elettorale. E si vedrà lì che “cambiamento” ha in testa Bersani. Se un cambiamento a parole per accaparrarsi anche i voti degli insoddisfatti, oppure se la sua idea di cambiamento è concreta. Il segretario Pd lo sa: i montiani (udiccini ma anche quelli piddini) faranno di tutto per promuovere una legge che assicuri l’ingovernabilità e dunque il necessario ricorso al senatore Monti. Ora sta al Pd, a Bersani, capire questo possibile scenario e scongiurare che accada.

Ultime sfide – forse le più importanti – saranno infine proprio le alleanze, il programma, gli accordi. Si può essere credibili soltanto con un programma vero, innovativo, al passo coi tempi e con i temi sociali e civili. Un programma realmente di centrosinistra. E parliamoci chiaro: un programma che sia realmente tale, degno di questo nome, non potrà – né ora né mai – essere condiviso da una forza come l’Udc né da una forza come quella montiana. Una troppo democristiana e chiusa su visioni conservatrici e sterilmente cattoliche, l’altra economico-tecnica: la classica visione secondo cui l’uomo-non-tecnico non ha alcuna capacità di progettare e di costruirsi il suo futuro. Due concezioni, dunque, apertamente non di sinistra,  per nulla socialiste, per nulla fondate sulla dignità del lavoro e dell’uomo. Bisogna invece tornare alla vera coalizione di centrosinistra – Pd, Idv, Sel, più le altre forze di sinistra – l’unica, in questo momento, a poter proporre un programma alternativo, vero, che sia vicino alle persone e non ne rimanga distante perché meglio occuparsi di banchieri e di poteri forti. La politica – quella vera – bada al popolo. L’economia – quella vera – è mezzo per soddisfare i bisogni del popolo, non fine che annienta quegli stessi bisogni.

Insomma, le sfide che dovrà accettare e vincere Bersani per essere credibile non sono poche. Una le riassume tutte: bisogna tornare ad essere di sinistra. Concretamente. Basta con le chiacchiere.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.