PRIMARIE PD/ Incredibile flop dei “Fantastici 5”. E a vincere il confronto è l’assente Mario Monti

Circa due ore di confronto durante le quali, a parte slogan già sentiti e prese di posizione piuttosto scontate, non si è detto praticamente nulla. Tutti i candidati hanno deciso di non scoprirsi (rischio di promettere qualcosa che poi non si potrebbe mantenere?). E il risultato – paradossale – è che alla fine a fare più rumore e in qualche modo a risultare vincitore è stato l’assente più autorevole: Mario Monti. Che ora può pensare realmente ad aprile 2013.

 

di Carmine Gazzanni

candidati_sky-primarie_pdIl giuoco delle parti. Nulla di più. Il confronto andato in onda ieri sera su Sky non ha riservato alcuna eclatante sorpresa. Tutto secondo i più classici (e, se vogliamo, banali) dei pronostici. Pier Luigi Bersani col suo fare da leader consumato e attento. Nichi Vendola col suo modo affabile di parlare e con gli evergreen sciorinati al momento giusto (soprattutto sui giovani che devono “ribellarsi al destino di precarietà” e sulla riforma del lavoro “sfregio alla civiltà del lavoro”). Matteo Renzi – certamente tra i cinque quello più a suo agio nel minuto e mezzo a disposizione – a sparare slogan nella speranza che facciano il più possibile presa. E infine Bruno Tabacci e Laura Puppato che, uno in un modo una nell’altro, hanno cercato di giocarsi nel migliore dei modi la carta dell’outsider.

Probabilmente non si sarebbe potuto avere nulla di più di quanto si è visto e detto. D’altronde si sa: un confronto televisivo che dia uguale spazio a tutti non può che essere costruito in questo modo. Poco più di un minuto a testa durante cui nessuno può spingersi oltre. Tanto vale cercare di ricorrere a frasi costruite (a volte quasi demagogiche) nella speranza facciano presa sull’elettorato di centrosinistra ancora indeciso.

Accanto però al format televisivo che, come detto, strutturalmente forse non avrebbe potuto concedere altro, la scelta dei candidati è stato altrettanto determinante nel nulla andato in onda ieri sera. Nessuno dei cinque si è sbilanciato su programmi e sulla parte propositiva di un loro ipotetico programma. In altre parole, tutti fermi sull’aspetto destruens. Tutti d’accordo nello scagliarsi contro la riforma Fornero o contro la politica industriale di Marchionne. Ma nessuno si è preso la briga di parlare di possibili alternative se non in maniera timida e, comunque, andando sempre avanti per slogan e frasi che davano l’impressione di essere state già preparate.

Facciamo un esempio. Prendiamo proprio la posizione dei cinque riguardo la riforma Fornero. Bruno Tabacci: “qualcosa andrebbe ritoccato, se si comincia a crescere ci sono possibilità per andare oltre”. Pier Luigi Bersani: “qualcosa va ritoccato: vanno bene le regole ma se non si dà una possibilità vera al lavoro con le regole si va avanti poco”. Laura Puppato: “la riforma è stata fatta perchè siamo in emergenza, ma resta una profonda ingiustizia e dobbiamo rivederla”. Matteo Renzi, addirittura, si è giocato la carta di una riforma che dia lavoro a chi “conosce qualcosa e non qualcuno”. Infine Vendola, per il quale la riforma Fornero è “uno sfregio alla civiltà del lavoro” perché “ci sono diritti che non possono essere monetizzati e barattati”. Com’è evidente, nel concreto non è stato detto nulla. Niente di niente.

Tutti i candidati hanno badato, in pratica, a coprirsi piuttosto che ad attaccare. A rendersi immuni da critiche piuttosto che a criticare. Il risultato, però, è stato un confronto da elettroencefalogramma piatto. Tutti sulla difensiva, tutti fermi a dichiarazioni scontate. Di comodo.

Le uniche risposte degne di nota si sono registrate sul tema alleanze, dove – stando alle parole – hanno sorpreso Renzi e Vendola, il primo in chiave positiva, il secondo in chiave negativa. Le posizioni in campo, infatti, sono state più o meno nette. La Puppato e Bersani non hanno chiuso alla possibilità di una coalizione aperta anche al centro (“La mia coalizione? – ha detto il segretario Pd – È questa qui…Poi sono pronto ad aprire una discussione per vedere se si può fare qualcosa con il Paese anche in un dialogo con le forze moderate”). Per Tabacci il problema non è nemmeno da porsi in quanto un’alleanza con Casini è assolutamente scontata; anzi l’ideala sarebbe un governo “con la sinistra, quella di Vendola, il Pd, e il centro” e con Monti prossimo Presidente della Repubblica perchè “può garantire l’Italia dal Quirinale”.

A chiudere senza appello le porte all’Udc è stato, un po’ a sorpresa, Matteo Renzi, per il quale “in alleanza non ci deve stare Casini, con la massima stima. Perché credo nella libertà di dire le cose prima, mentre Casini sta a decidere con chi allearsi all’ultimo. Vendola assolutamente sì, perchè no. E guai a lasciare Tabacci fuori”. Ci si sarebbe aspettata una simile chiusura anche dal leader di Sel. Ma le sue parole lasciano aperto qualche spiraglio alla possibilità di una coalizione allargata: “Non ho pregiudizi nei confronti di Casini ma un giudizio: faccio fatica a vederlo alleato in una mia esperienza di governo”. Come dire: non vorrei, ma se proprio devo … Quello che sembra, per quanto riguarda appunto Vendola, è che difficilmente possa accettare un’alleanza con i moderati nel caso in cui vinca le primarie. In caso contrario, però, potrebbe essere più che disposto a scendere a compromessi in una coalizione che tenga assieme Pd, Sel e, appunto, Udc.

Al termine del dibattito, insomma, tutto resta come prima. Anzi, probabilmente la disaffezione verso primarie e centrosinistra rischia di crescere ulteriormente. Tanto che non sono pochi a pensare che l’unico vero vincitore uscito dal confronto sia il grande assente, Mario Monti. Pochi ne hanno parlato e, quando è stato fatto, si è cercato di sorvolare sulle pesanti responsabilità del governo in carica (a parte quando – anche per fini propagandistici – era impossibile non farlo, come nel caso della riforma Fornero).

In altre parole, mentre i Fantastici 5 (piuttosto: imbarazzante la foto sul sito del Partito Democratico) pensavano a tutelare il proprio bacino di voti piuttosto che ad allargarlo, Monti è l’unico che oggi può festeggiare. Sondaggi e numeri del giorno dopo non servono a nulla se si continua a ragionare sul vuoto delle frasi fatte e lasciando a casa argomentazioni politiche convincenti.

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