PRIMARIE PD/ Bersani sceglie 125 candidati e salva, con deroga, i “dinosauri”

Il 29 e il 30 dicembre ci saranno le primarie per i parlamentari del Pd. Una grossa novità non solo per i democratici, ma anche per il sistema-partito tutto. Un segno di cambiamento, insomma. Peccato, però, che l’effetto Renzi sia già terminato: rottamazione ferma a zero. Circa centoventi parlamentari – su 400 possibili eletti stando agli ultimi sondaggi – saranno nominati direttamente da Bersani e inseriti nel listone. E alle primarie potranno partecipare anche dieci “derogati”: nonostante abbiano superato i tre mandati, rimangono in corsa, tra gli altri, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro e Giuseppe Fioroni. Infine, rappresentanza di genere (ancora una volta) non pienamente garantita.

 

di Carmine Gazzanni

Se si leggessero soltanto alcune delle norme decise dal Partito Democratico per le primarie dei parlamentari, non si potrebbe che rimanere assolutamente entusiasti: voto il 29 o il 30 dicembre (a seconda di quanto verrà stabilito dai comitati regionali) aperto a tutti gli iscritti e a tutti coloro iscritti al partito, doppia preferenza di genere (un uomo e una donna).

Un grande passo in avanti, insomma. Soprattutto considerando che si andrà alle politiche ancora con il Porcellum. Un modo assolutamente positivo per smarcarsi anche dalle altre forze politiche. D’altronde Bersani, dopo la vittoria su Renzi, aveva parlato chiaro: “vogliamo davvero cambiare la politica”.

Quello che pare, però, è che l’effetto rottamazione sia già bello che concluso. Per tanti e tanti motivi. Partiamo da un cavillo a cui pochi hanno fatto caso. Come detto, ogni elettore potrà esprimere due preferenze, una rivolta ad un candidato, l’altra ad una candidata. Il sistema della doppia preferenza di genere, però, cozza palesemente con un’altra norma. Secondo statuto, infatti, ogni regione garantirà al genere meno rappresentato soltanto il 33% dei posti.

dinosauri_pd_bindi_finocchiaro_fioroniI dubbi sul reale intento di Bersani e democratici di “cambiare la politica” sorgono però su questioni decisamente più centrali. Secondo quanto si apprende direttamente dal sito del Pd in un video, il 90% delle candidature sarebbero state scelte dagli elettori, il 10% invece dalle direzioni regionali in accordo con quelle nazionali. Non è proprio così. Per due ragioni. Uno. Anche i capilista saranno decisi dalla direzione nazionale (da Bersani & co.), il che non è affatto secondario considerando  che, come detto, si andrà al voto con il Porcellum. Due. Non bisogna dimenticarsi del cosiddetto listone: un lungo elenco di uomini e donne che entreranno direttamente con Bersani senza partecipare alle consultazioni. Saranno il 10% dei candidati (che per legge saranno 945). Non pochi, dunque. Circa 125 su 400 parlamentari che potrebbero essere eletti, secondo le stime fornite da Maurizio Magliavacca, coordinatore organizzativo del partito.

Un numero decisamente elevato, dunque. Tutti posti riservati a fedelissimi di Pier Luigi Bersani. Secondo indiscrezioni dovrebbero entrare l’ex segretario Cgil Guglielmo Epifani, il professore universitario Miguel Gotor (uno dei principali consiglieri di Bersani), il politologo Carlo Galli. Secondo molti, però, le scelte del segretario avverranno soltanto dopo le consultazioni, in maniera tale che, se qualcun altro dei big dovesse essere rottamato, potrà essere reinserito nel listone.

Infine c’è la questione delle deroghe. Se infatti l’articolo 22 del regolamento del partito precisa che chi ha ricoperto “la carica di componente nazionale per la durata di tre anni” non è ricandidabile (a conti fatti stiamo parlando di 43 deputati su 206 e di 35 senatori su 112), è anche vero che, ai commi 6 e 7, si prevedono delle deroghe. Il primo prevede che tali deroghe siano “deliberate dal Coordinamento nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, su proposta motivata dell’Assemblea del livello territoriale”. Il secondo pone invece un tetto:  le deroghe possono essere concesse a non più del “10% degli eletti del Partito Democratico nella corrispondente tornata elettorale precedente”. Ebbene, ieri è stato deciso che i derogati – che dunque potranno partecipare alle primarie dei parlamentari – saranno dieci. La capogruppo in Senato Anna Finocchiaro, l’ex Presidente del Senato Franco Marini, Giuseppe Lumia, Maria Pia Garavaglia, l’ex sottosegretario Gianclaudio Bresso, la vicepresidente della Camera Rosy Bindi, Cesare Marini, Giorgio Merlo, l’ex tesoriere del partito Mauro Agostini e l’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni. Dieci “dinosauri”, come li ha chiamati qualcuno, graziati dal loro segretario.

A conti fatti, insomma, bisogna aspettare prima di poter parlare di un reale cambiamento nel Pd e nella politica tutta. Un altro fatto esemplificativo, ad esempio, è l’esclusione dal listone di Anna Paola Concia, da sempre in prima fila nelle battaglie per i diritti sociali e civili degli omosessuali. La cosa ha creato non pochi malumori all’interno e all’esterno del partito. Voci maligne dicono ci sia stato lo zampino di Rosy Bindi dietro la decisione di Bersani di escludere la Concia. È un peccato. Soprattutto dato che lo stesso segretario a più riprese ha promesso che la legge sulla “partnership” sarà tra i primi atti del suo governo.

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