PRIMARIE CENTROSINISTRA/ Regole: quali? Coalizione: con chi?

Molto spesso in questi mesi abbiamo sentito il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani ammonire il suo sfidante Matteo Renzi che la competizione delle primarie servirà per scegliere il candidato premier della coalizione e non il nuovo segretario del Pd. Giusto. Perché allora a decidere le regole del gioco sarà solo ed esclusivamente l’assemblea nazionale del Pd il prossimo 6 ottobre e non la coalizione?

di Alessandro Corroppoli

bersani_renziQuando si parla di primarie la mente corre a quelle americane cui i due schieramenti, Democratici e Repubblicani, ricorrono per dar mandato al proprio popolo di scegliere il leader che possa rappresentarli e condurli alla vittoria. La competizione americana è molto lunga e il regolamento è molto complicato: i singoli stati indicono, in tempi diversi, le elezioni primarie oppure tengono delle assemblee elettive, i caucus. In entrambi i casi lo scopo è quello di individuare un delegato che possa rappresentare il partito nel faccia a faccia finale.

Nel Bel Paese le primarie fecero la loro comparsa nel 2005. Il 16 ottobre Romano Prodi trionfò su Fausto Bertinotti, Antonio Di Pietro, Clemente Mastella, Ivan Scalfarotto e Simona Panzino dei No Global e successivamente vinse la sfida finale con Silvio Berlusconi. Sin da quella primissima edizione, nonostante la semplicità del sistema e delle regole che le alimentarono, ci furono polemiche. L’allora Ds e Margherita contestarono molto la discesa in campo di Fausto Bertinotti e Antonio Di Pietro, rei di essere contro Prodi, e rinnegando difatto le più elementari regole democratiche.

Ma prima dell’appuntamento autunnale lo stesso anno le primarie in salsa italica divennero un’importante strumento democratico qualche mese prima. Era il 16 gennaio 2005 e l’allora Rifondarolo Comunista Nichi Vendola riuscì a battere il ben più quotato economista Francesco Boccia attuale deputato del Pd. Tutto cominciò nella bella Puglia e tutto potrebbe finire in Puglia, a chiusura di un cerchio magico in questo 2012. Tutto è cominciato con Nichi Vendola e tutto potrebbe finire con e per Nichi Vendola.

{module Inchieste integrato adsense}

Il governatore pugliese è il vero grande rebus di queste consultazioni interne. Tra qualche ora dovrebbe togliere il velo sulla propria candidatura. Il leitmotiv del leader post-comunista è: “Queste primarie non sono di coalizione ma sono, sembrano essere una competizione tutta interna al Partito Democratico”.

In parte è vero. Però, diligentemente,  Nichi omette di dire un paio di cose. La prima che sia lui che la sua giunta sono in attesa di sapere di come si concluderanno le indagini e le inchieste in cui sono coinvolti: la transazione da 45 milioni non conclusa tra Regione Puglia e l’ospedale «Miulli» di Acquaviva delle Fonti. I reati ipotizzati dalla procura di Bari sono abuso d’ufficio, peculato e falso e per concorso in abuso d’ufficio per aver favorito la nomina di un primario all’interno articolo di Vincenzo Rutigliano. Insomma non sarebbe il massimo affrontare una campagna elettorale da rinviato a giudizio per chi ha sempre fatto della trasparenza e del senso civico e morale un suo cavallo di battaglia.

La seconda motivazione che potrebbe indurre Vendola a fare un passo indietro è squisitamente politica. Paradosso vuole che la sua candidatura potrebbe togliere voti preziosi all’amico di merende Bersani e dato che i sondaggi lo danno in terza posizione oggi gli converrebbe restare a casa e aiutare il segretario Pd a battere Matteo Renzi e garantirsi  in un secondo momento un posto in Parlamento. Viceversa una sua discesa in campo aiuterebbe il Sindaco di Firenze e lui stesso a malincuore sarebbe costretto ad aiutare il rottamatore nella scalata a Palazzo Chigi, nel caso Renzi trionfasse, per via di un regolamento che prevede per gli sconfitti lealtà al vincitore.

Appunto il regolamento. Ed è qui che Vendola ha ragione quando afferma che queste sono le primarie del Partito Democratico. Perché?

Nel botta e risposta tra segretario e sindaco il primo ha sempre sottolineato che in caso di sconfitta non si sarebbe dimesso  dalla sua carica dirigenziale perché queste sono primarie di coalizione”. Molto bene ma di quale coalizione si sta parlando?

Allo stato attuale non esiste una coalizione nel  e del centrosinistra a meno che il Partito Democratico, come ha profeticamente enunciato e declamato il segretario del Pd Molise Danilo Leva, non consideri nulla tutto il resto. In effetti nel centrosinistra la parola coalizione è diventata l’equivalente della parola famiglia utilizzata dal centrodestra in campagna elettorale: vuota e priva di ogni significato. La domanda è: dov’è la coalizione?

Nel 2005, nonostante i mugolii e i rigurgiti dei Ds e Margherita, a sfidare Romano Prodi ci furono tutti o quasi i rappresentanti dei partiti dell’UNIONE ovvero della coalizione. Oggi invece non è così. Non è così per due serie di motivi. Il primo vede per ora sia ufficialmente che ufficiosamente candidati del Pd e se si esclude Tabacci (API) il solo Vendola risulta essere un possibile papa straniero. La seconda è la coalizione che non c’è. Non esiste perché tutte le alleanze sono condizionate dal parto della nuova legge elettorale e dalle strategie moderate dell’establishment democratico.

Altra contraddizione è legata al regolamento. A differenza di quello statunitense il nostro è molto più semplice: chiunque può candidarsi e le modalità di voto sono simili a quelle del voto tradizionale ovvero la scheda con i partecipanti la si può trovare al seggio a cui bisogna presentarsi con un documento di identità più un piccolo contributo economico per sostenere le spese. Nel 2005 non vi era nessuna lista di appoggio ai vari candidati viceversa quando  a ricorrervi fu il Partito Democratico per trovare ed eleggere il proprio segretario i vari candidati erano sostenute da liste bloccate.

Il 6 ottobre senza una coalizione e con solo tre candidati ufficiali (Bersani, Renzi e Tabacci) l’assemblea nazionale del Pd deciderà le nuove regole del gioco. La più quotata è svolgere un doppio turno alla francese: i due competitors più votati si sfideranno in un face to face a distanza di 15 giorni. Ovviamente non si escludono sorprese come quella di introdurre liste di sostegno o simili. L’assemblea che regge Bersani sceglierà le  regole del gioco. Pierluigi Bersani deciderà come giocare la partita delle primarie. Nessun rappresentante di Renzi tantomeno di Tabacci ha diritto di parola e se a questo aggiungiamo che anche Nichi Vendola candidato non avrebbe diritto di parola ci chiediamo è regolare giocare una partita in cui le regole le decide solo Uno a discapito degli altri? Cosa c’è di democratico in questo? Ha ancora senso definirle il massimo strumento democratico?

Con ogni probabilità il 6 ottobre Pierluigi Bersani si scriverà il regolamento per vincere le primarie molto prima del loro stesso svolgimento. Una vittoria decisa a tavolino dove lui è l’uomo da battere, il giudice e il vincitore a discapito dell’avversario e del cittadino elettore e militante.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.