POLITICHE 2013/ Pd e Udc vicini. Grillo fa il politico. Il Pdl è morto. Ma dov’è la legge elettorale?

Pd e Udc sempre più vicini in vista delle prossime politiche; Pdl in caduta libera con Angelino Alfano che altro non potrebbe fare che rassegnare le dimissioni aprendo a scenari imprevedibili all’interno del partito; il Movimento 5 Stelle scalda i motori per un “boom” anche ad aprile. Ecco un quadro completo dei riflessi in campo nazionale delle elezioni regionali appena concluse in Sicilia (senza peraltro dimenticare che più di un elettore su due ha deciso di non votare). Ma la questione resta sempre la stessa: che fine ha fatto la tanto chiacchierata legge elettorale? I grandi partiti – Pd, Pdl e Udc – hanno un solo obiettivo: contrastare il fenomeno Grillo.

 

di Antonio Acerbis

berlusconimortovivoLa strada verso Palazzo Chigi è entrata nel vivo. Siamo ad un primo, importante giro di boa: quanto emerso dalle regionali in Sicilia non può lasciare indifferenti, né può essere inteso come semplice questione localistica. Dietro c’è molto altro. La stessa vittoria di Rosario Crocetta segna un decisivo passo in avanti nell’alleanza Pd-Udc; di contro la disfatta di Nello Musumeci è l’ulteriore segnale di allarme di un partito – il Pdl – che, martoriato da scandali, litigi interni e lotte per il potere, ormai non esiste più se non per i fidi pasdaran di Silvio Berlusconi. Infine il Movimento 5 Stelle: a suon di boom le porte di Montecitorio si stanno pian piano spalancando. E Grillo lo sa. Ecco perchè, non a caso, proprio ieri l’ex comico ha pubblico un importante comunicato politico. Ma la questione resta sempre la stessa: che fine ha fatto la tanto chiacchierata legge elettorale?

PD–UDC. IL CONNUBIO SI AVVICINA. MA TUTTO DIPENDERÀ DALLE PRIMARIE – Su tutte una è la dichiarazione chiave del post-elezioni siciliane. “Sicilia. L’alleanza tra Pd e Udc è vincente. Meditate, gente, meditate”. A scrivere questa nota è stato il democratico Marco Follini su twitter. Una frase inequivocabile. La vittoria di Crocetta, insomma, sarebbe la prova della forza di una coalizione Pd-Udc. Come se non bastasse anche lo stesso Bersani ha immediatamente parlato di una “vittoria storica”. Ecco perché, dunque, la vittoria dell’ex europarlamentare rappresenta un successo che, in qualche modo, travalica i confini insulari. Insomma, Partito Democratico e Unione di Centro ora scaldano i motori per rafforzare la propria alleanza in vista delle politiche. Ovvio, la strada è ancora lunga. Ma non bisogna dimenticare che questo siciliano sarà uno degli ultimi test prima di aprile.

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L’unico problema che potrebbe fare da intralcio al connubio si chiama “primarie”. Se infatti – com’è probabile stando ai sondaggi – dovesse vincere Pierluigi Bersani, tutto andrebbe liscio per Pierferdinando Casini (che, peraltro, ha già detto di no ad una qualsiasi possibile alleanza con il Pdl). Le cose potrebbero andare in maniera differente nel caso in cui a vincere fossero Matteo Renzi o Nichi Vendola. Il primo, infatti, sembrerebbe non aver chiuso né all’ala moderata né alle forze di sinistra (Idv in primis). Probabilmente un modo per non schierarsi e per evitare di perdere voti nella corsa a candidato premier. Il secondo, invece, difficilmente potrebbe digerire un’alleanza con Casini e ha già ribadito più volte di non voler chiudere a Di Pietro (come d’altronde è stato anche in Sicilia con Giovanna Marano), anche se – non è un mistero – il vertice di Sel (formato in gran parte da ex di Rifondazione) spingerà affinchè il partito entri comunque nella coalizione (a prescindere dalla presenza dei moderati o dall’assenza di Idv) nella speranza di un posto in Paradiso dopo essere stati sbattuti fuori dal Parlamento alle scorse politiche.

PDL. IL PARTITO NON È PIÙ. L’AGONIA CONTINUA POTREBBE APRIRE LE PORTE A NUOVE FORZE – L’ennesima sconfitta del Pdl non ammette giustificazioni. Anche Nello Musumeci in Sicilia è miseramente caduto. A nulla servono le parole post-elezioni di Angelino Alfano, secondo cui il centrodestra avrebbe perso soltanto perché andato diviso alle urne (Gianfranco Miccichè ha scelto di correre da solo sostenuto da Fli e Mpa). Una giustificazione che non regge. Lo sanno bene gli altri pasdaran del Pdl: Fabrizio Cicchitto, Daniela Santanchè, Denis Verdini. Tutti decisi a spodestare il segretario Alfano. Il clima all’interno del partito è decisamente teso. Il terrore che i magri risultati riportati da un anno a questa parte possano ripetersi anche alle politiche, è decisamente forte. Ecco perché, in via ufficiosa e sottobanco, non sono pochi i pidiellini che stanno pensando a riorganizzarsi, non scartando affatto l’idea di far nascere una nuova forza politica. E così, se da una parte abbiamo i “conservatori” che vorrebbero ritrovare lo spirito originario del Pdl, se ci sono giovani amministratori e sindaci che chiedono a gran voce una radicale renovatio, dall’altra l’esercito degli ex An sta seriamente pensando ad una nuova scissione, un nuovo partito che possa recuperare l’elettorato più marcatamente di destra. Di fronte a questo marasma, Alfano sembra non scomporsi e ieri, proprio commentando l’ennesima Caporetto del suo partito, ha lanciato la propria candidatura alle primarie.  

La strada, dunque, rimane decisamente in salita. Il Pdl ha perso ogni credibilità: ha fallito come forza di governo, ha fallito in varie giunte regionali, è stata devastata da scandali per tutto lo stivale, il suo presidente è stato colpito da una condanna per quattro anni. Un’agonia continua. Silvio Berlusconi, d’altronde, l’ha capito subito: c’è anche una scelta politica nella sua decisione di ritirare la propria candidatura a premier. Un partito così martoriato non potrebbe rinascere nemmeno contando sulla forza mediatica del Cavaliere.

GRILLO NON PERDE TEMPO. DOPO IL BOOM SICILIANO ECCO IL COMUNICATO: “IO SONO IL CAPO POLITICO”. INCANDIDABILI I DISSIDENTI, A COMINCIARE DA FAVIA – Il risultato siciliano riportato dal M5S è stupefacente, in linea con quanto rivelato in questi giorni dai sondaggi: il movimento di Grillo è addirittura il primo partito in tutta l’isola superando di un punto percentuale il Pd e addirittura di due il Pdl. Insomma una vera e propria vittoria per i grillini siciliani. Grillo questo lo sa bene: è conscio del travolgente risultato ottenuto. Ecco perché l’ex comico genovese non ha perso tempo e proprio ieri, a risultati non ancora definitivamente acquisiti, ha pubblicato sul suo blog il cinquantatreesimo comunicato politico. Forse, in vista delle politiche, il più decisivo. In alcuni passaggi Grillo è più che preciso: potranno candidarsi solo quelli che già militano in una lista (“per premiare quelli che sono stati con noi per 5 anni”), le elezioni avverranno via internet e potranno partecipare solo quelli iscritti al movimento.

Non è però tutto rosa e fiori. Ha fatto discutere, infatti, una dichiarazione di Grillo secondo cui “io devo essere il capo politico di un movimento, però io voglio solo dirvi che il mio ruolo è quello di garante, di essere a garanzia di controllare, vedere chi entra, dobbiamo avere soglie di attenzione molto alte”. Cosa ribadita anche in seguito: “Il MoVimento 5 Stelle (M5S) promuove la presentazione alle prossime elezioni politiche del 2013 di liste di candidati che si riconoscano nel Programma del MoVimento e nel suo capo politico Beppe Grillo”. E ancora: gli eletti “rappresentano il gruppo politico organizzato che, riconoscendo come capo politico e suo rappresentante Beppe Grillo, depositerà il contrassegno quale segno distintivo delle liste dei candidati e del programma formati secondo le procedure in Rete del MoVimento 5 Stelle”. Non solo. Esclusi senza appello tutti i dissidenti cacciati nei mesi scorsi da Grillo stesso (“saranno escluse le persone facenti parte di liste diffidate dall’uso del simbolo del MoVimento 5 Stelle”). Ed anche per Giovanni Favia, l’uomo più noto del Movimento, porte di Montecitorio sbarrate, dato che sono state escluse anche “le persone che hanno incarichi da eletti al 29 ottobre 2012”. Insomma, in pieno boom le scelte di Grillo spaccano (nuovamente) il Movimento. C’è chi le condivide, chi invece avrebbe preferito un confronto orizzontale anche nello stabilire le regole sulle primarie. Una certezza c’è: anche Grillo comincia a muoversi. Ora Montecitorio non è più un miraggio.

CHE FINE HA FATTO LA LEGGE ELETTORALE? – Un vero e proprio marasma, insomma. Un caos reso ancora più incredibilmente ingarbugliato dall’assenza di certezza sulle sorti della tanto blaterata legge elettorale. Che fine ha fatto? A che punto è la discussione? Sarà approvata? Precisando che quasi certamente l’Italia andrà incontro a sanzioni perché, tanto per l’Ue quanto per l’Ocse, non si può modificare la legge elettorale a pochi mesi dalle elezioni (ne va, ovviamente, della trasparenza e del reale potere democratico dei cittadini), le domande comunque restano senza risposta.

Si parlava dell’esigenza di cambiare al più presto il Porcellum già a fine agosto. Ma niente. Soltanto poche settimane fa è stato presentato un testo di partenza, ma la discussione staziona ancora in Commissione. Probabilmente entro inizio novembre approderà in Aula a Palazzo Madama. Poi dovrà andare a Montecitorio: se nulla verrà modificato, la legge potrebbe essere approvata entro febbraio–marzo. Tempi lunghissimi, considerando che solo dopo uno-due mesi (a seconda se i partiti decidano di anticipare di poco le elezioni per non farle coincidere con la nomina del Presidente della Repubblica) si andrà al voto.

Ma perché, allora, questo ritardo? Non è un mistero che Alfano, Bersani e Casini stiano prendendo tempo per trovare il modo di contrastare la forza Grillo. I tre grandi partiti, infatti, sono fortemente in allarme: sebbene questa strana maggioranza occupi attualmente l’85% dei seggi parlamentari, sebbene prima delle ultime elezioni amministrative avesse il 70% dei consensi, oggi supera di poco il 50%. Un calo impressionante dovuto all’esponenziale crescita del M5S, ma anche alla crescita dei consensi per Idv, Sel e sinistra radicale. Tutto questo preoccupa la Casta. Che ora deve e vuole correre ai ripari. La vittoria di Crocetta non può far dormire sonni tranquilli nemmeno a Bersani che, nonostante, abbia parlato di “vittoria storica”, dimentica un particolare: l’astensione è stata di oltre il 50%. Una sonora sconfitta per la politica tutta.

È ora di ricominciare a guadagnarsi la fiducia persa. Un primo passo potrebbe essere un atteggiamento diverso proprio nei riguardi della riforma elettorale. Pensando meno ai propri interessi di partito e più al cittadino. Se i partiti ricordano ancora come si faccia.

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