POLITICHE 2013/ Dopo Mattarellum e Porcellum, ecco il Montellum. Ma i parlamentari temono la trombatura

Non ci sono altre possibilità: o si va al voto con il Porcellum o l’unica – come da tempo chiede anche il costituzionalista Michele Ainis – è che il governo Monti faccia un decreto legge tramite cui modifichi, in parte o radicalmente, il Porcellum senza passare per la lunga (e spesso improduttiva) discussione parlamentare. Ecco allora che prende piede – come l’ha chiamata Tommaso Labate su Pubblico – l’idea del Montellum.Un esercito di parlamentari, però, è contrario. Indovinate perché.

 

di Carmine Gazzanni

montellumIdea Montellum. Dopo Mattarellum e Porcellum sentiamo parlare anche di questo. Eppure così sbagliato non sarebbe. Non fosse peraltro che vie di uscita non ce ne sono: o si va al voto nel 2013 con la legge elettorale in vigore (il Porcellum di Calderoli) oppure bisogna modificare. E per modificare non si può far altro che affidarsi a Mario Monti nella speranza che, d’imperio, evitando discussione e trafila parlamentare, partorisca un decreto legge che Camera e Senato non potrebbero far altro che approvare.

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Certo, non è la migliore delle prospettive andare al voto con una legge elettorale scelta senza discussione parlamentare, in maniera arbitraria da Mario Monti. Ma è anche vero che non si può andare al voto con il Porcellum. Sarebbe una tragedia democratica. E non è retorica. Ma un dato di fatto: avremo il terzo Parlamento consecutivo di nominati, dove la cooptazione sostituisce l’elezione. Senza dimenticare, peraltro, che la prossima assemblea dovrà eleggere anche il capo dello Stato (ad aprile scade anche il settennato di Napolitano). In altre parole: un’assemblea non votata da nessuno dovrà eleggere un Presidente della Repubblica. Il cosiddetto Presidenti di tutti, non votato (e forse non voluto) da nessuno. Ergo: tanto l’assemblea quanto il Quirinale finirebbero con l’essere a giusta ragione delegittimati. Chi li ha messi lì? Chi li ha votati? Nei fatti, nessuno.

Non a caso l’idea non è certo nata oggi. Mentre infatti tutti i parlamentari della strana maggioranza Pd-Udc-Pdl hanno blaterato per mesi della necessità di mettere mano ad una “legge elettorale iniqua” e che “assolutamente deve essere cambiata”, uno dei più illustri costituzionalisti italiani, Michele Ainis, già ad agosto aveva chiara la situazione: serve un decreto. “Tertium non datur – scriveva già allora – o il rospo o il porco”.

Nulla di più vero. Oggi ancora più di ieri. E questa volta sembra che anche i parlamentari se ne debbano fare una ragione. Fosse per loro il Porcellum non si toccherebbe: troppo pericoloso lasciar fare a Mario Monti arbitrariamente. Il vento di antipolitica preoccupa. E non sono pochi quelli che stanno cominciando a realizzare l’ipotesi che questa sia l’ultima legislatura a loro disposizione perché non verranno rieletti. Nonostante questo, però, sanno bene anche che andare al voto con la legge elettorale vigente sarebbe come riconoscere l’incredibile, concreta, evidente incapacità politica della classe dirigente nazionale.

E in effetti quanto sta accadendo con la legge elettorale ha dell’incredibile. Non si contano le dichiarazioni bipartisan sulla necessità di profonde modifiche sin dall’insediamento del governo Monti. Anzi, come qualcuno si ricorderà, dal Pd e dal Pdl non furono poche le voci che si alzarono chiedendo che l’esecutivo tecnico rimanesse soltanto il tempo per risollevare le sorti economiche dell’Italia e guidare il Parlamento verso una nuova legge elettorale. Dopodiché a casa. In undici mesi niente di quanto prospettato è avvenuto. La situazione economica, numeri alla mano, è peggiorata rispetto a novembre scorso. E di legge elettorale neanche l’ombra. Tante belle parole, tanti buoni propositi. Solo fumo negli occhi.

Basta d’altronde andare a leggere i resoconti delle discussioni in Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama per rendersene conto. Una sequela di “è opportuno”, “conviene”, “sono d’accordo”, “sono in disaccordo”. Ma niente di più. Non si va avanti. Si rimane sempre allo stesso punto. Come una macchina impantanata: tanti propositi, tante accelerazioni per uscire dalla fanghiglia. Ma niente: la situazione è talmente disperata che diventa quasi impossibile non sprofondare.

Ecco perché non si può far altro che sperare intervenga Mario Monti. E potrebbe farlo sia di peso (ripristinando il Matterellum, ad esempio. Come d’altronde richiesto anche dallo stesso Ainis), oppure attraverso piccoli interventi senza abrogare il Porcellum. Cercando, in altre parole, di eliminare quelle piccole (grandi) sbavature del sistema messo in piedi dal leghista Calderoli. Si vocifera, ad esempio, che il premier potrebbe anche semplicemente alzare la soglia per il premio di maggioranza al 40% e introdurre le preferenza, accontentando i desiderata di Pdl e Udc (due partiti troppo importanti per la stabilità del governo per non soddisfarli perlomeno in parte).

Ecco, dunque, in cosa potrebbe consistere il Montellum. Idea strampalata? Assolutamente no. Non solo per i motivi sopra detti. Ma anche per un altro particolare da tenere in conto: sono giorni e giorni che Giorgio Napolitano insiste sulla necessità di modificare il sistema elettorale. Sappiamo bene dell’ottimo legame che lega Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio. Non stupirebbe, allora, se sia stato proprio Napolitano ad insistere affinchè Monti intervenga.

L’idea, dunque, è più che in piedi. Gli unici ad ostacolarla sono tutti quei parlamentari che, come detto, stanno realizzando che “la pacchia è finita”. Un esercito di futuri trombati, troppo svogliati per fare i conti con la realtà. Se l’idea dovesse maturare, se dovesse prendere corpo l’ipotesi di un Montellum, questi faranno di tutto per bloccare la riforma della legge elettorale. Accamperanno, probabilmente, motivazioni giuridiche e anticostituzionali. Michele Ainis, da buon costituzionalista, ha previsto anche questo. A settembre scorso scriveva: “Qualcuno tira in ballo il divieto di decreti in materia elettorale, sancito dalla legge n. 400 del 1988; ma è una legge, non può vincolare la legislazione successiva. Qualcun altro giunge alla stessa conclusione facendo perno sull’art. 72 della Carta. Dove c’è una riserva di legge (anzi: d’assemblea) per la normativa elettorale. E allora? Significa soltanto che la conversione del decreto obbedirà a tale procedura; d’altronde è pacifico che i decreti legge possano incidere sui campi riservati alla legge. E d’altronde nessuno ha avuto la faccia tosta di negare che in questo caso ricorre e come il requisito dell’urgenza, che è poi l’unico attributo necessario dei decreti”. Nessuna scusa, dunque.

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