POLITICA e SOCIETÀ/ La spaccatura tra eletti ed elettori

di Alessandro Corroppoli

L’estate che è appena trascorsa la si potrà ricordare come l’estate più calda non solo da un punto di vista climatico ma anche e soprattutto da un punto di vista economico-politico, con i suoi protagonisti principali messi alla gogna dall’opinione pubblica e costretti (sic!) loro malgrado ad attuare alcune piccole modifiche, in senso negativo, alle loro abitudini. La cosiddetta casta è stata più volte indossata come abito da cerimonia per giustificare e fare demagogia nei salotti buoni del populismo: una crescente parte della popolazione si sta disaffezionando dal sistema rappresentativo. A testimoniarlo ci sono le proposte demagogiche di dimezzare di colpo il numero dei deputati e dei senatori e dei consiglieri, mascherate sotto l’argomento dei risparmi ma in realtà frutto della volontà di ridurre al massimo la funzione stessa della rappresentanza.

In tutto questo bailamme di schiamazzi bastava fare semplicemente due operazioni semplici: tagliare le indennità del parlamentari e42eletti_elettori del consigliere regionale ma poi imponendo l’obbligo della trasparenza delle loro fonti di reddito. La misura della pubblicizzazione delle dichiarazioni dei redditi fu usata dal ministro Visco, ma fu un episodio brevissimo, quasi una vendetta di un governo sconfitto, insomma un segno di impotenza. Questa competizione a chi la sparasse sempre più grossa ha comportato che l’unico vero fattore in continua discesa è la credibilità che la politica gode verso i cittadini e il conseguente rapporto corretto tra elettori ed eletti, ripartire dai bisogni e dai problemi del Paese nelle loro moltissime forme. Da cosa possiamo notare questo? Dove si può toccare e misurare con mano questa distanza nella nostra regione?

La risposta più facile ma anche la più veritiera è sicuramente questa: la sanità e i servizi ad essa correlati quali il servizio di assistenza infermieristica domiciliare ma anche il più classico servizio di assistenza domiciliare verso disabili e anziani che vengono gestiti non dal settore sanitario ma da quello sociale. Ovviamente tutti sappiamo dell’alto debito sanitario che il Molise ha sul suo groppone (oltre 600milioni di euro) e tutti sanno che i vari tentativi di ridurlo son finiti nel vuoto. Uno di questi tentativi è stata l’attivazione dei Piani Sociali di Zona i quali avrebbero dovuto svolgere una funzione integrativa tra il comparto sanitario e quello sociale con lo scopo di ridurre i costi e aumentare la qualità del servizio ma, ciò non è accaduto anzi si hanno dei pessimi risultati su tutti i fronti e l’obiettivo di avere un servizio integrato è miseramente fallito. Perché?

Iniziamo col dire che i Piani Sociali di Zona sono, teoricamente, il futuro nel campo dei servizi socio – sanitari di questa regione ma per come sono stati fatti scendere e applicati sul territorio assomigliano molto al passato più recente dove gli sprechi sommati ad una non qualitativa analisi del territorio fanno sì che i risultati siano molto insoddisfacenti. In un recente passato le parti sociali hanno  chiesto la creazione  di un Osservatorio sui fenomeni sociali e sulla e sulla condizione epidemiologica ma  fino adora sono rimasti inascoltati. Ma cos’è un Osservatorio sui fenomeni sociali?

Se i Piani Sociali di Zona sono visti più come fattore negativo che positivo è dovuto dalla mancanza di un’appropriata e preventiva analisi dei bisogni sociali e di salute del territorio. Se si leggono le schede tecniche di ogni Piano Sociale di Zona (PSZ) si può notare che non si entra nel particolare, nella specificità del territorio in questione ma si ha solo una descrizione sommaria delle necessità che quasi sempre sono omogenee a tutti i Piani. Ciò è un male perché nel PSZ vi sono interventi di natura diversa ed è proprio questa mancanza di dati l’anello debole dell’intero progetto. Viceversa ci vorrebbe la verifica, attraverso indicatori e misuratori innovativi, della qualità e la raccolta dati in modo capillare: non solo paese per paese ma quartiere per quartiere, dei servizi realmente goduti e di conseguenza dei risultati ottenuti.

Altro grave problema del Sociale sono i bandi per gli appalti dei servizi. È mai possibile che non ci sia una legge regionale che regoli tale servizio?in questo caso le problematiche sono due. La prima riguarda la gara per base d’asta la quale si discosta dal costo del lavoro stabilito dal Contratto Nazionale di Lavoro e dalle tabelle retributive emanate dal Ministero del Lavoro e se consideriamo che le gare si svolgono al ribasso  possiamo solo immaginare la miseria economica con cui si è costretti a lavorare (dopo l’entrate a pieno regime dei PSZ un operatore medio guadagna mediamente 5 euro lorde ad ora). Il determinarsi di questa situazione di riflesso crea la seconda problematica ovvero: ogni PSZ ha un suo costo lavoro creando così disuguaglianza anche negli stessi operatori che magari fanno parte della medesima cooperativa.

Se a tutto ciò aggiungiamo i ritardi relativi all’erogazione dei finanziamenti, alle cooperative appaltatrici dei servizi, da parte degli enti pubblici capiamo che il quadro è davvero desolante. Sia l’assistenza infermieristica domiciliare del capoluogo, ad esempio, che quella ‘sociale’ sconta arretrati crediti che vanno nell’ordine dei sei – otto mesi ma al contempo la politica investe in slogan e campagna elettorale, in promesse da marinaio e accordi da faccendieri da bassa lega. È il caso ad esempio dell’Assessore alle Politiche Sociali Angiolina Fusco Perrella la quale va a presenziare progetti da lei inizianti sulla carta ma che nella realtà non sono finanziati sin dalla loro attivazione 4 mesi, e solo la volontà e l’entusiasmo degli operatori fanno sì che i progetti prendano corpo e vita. Ma è anche il caso del governatore uscente il quale evita di andare ad Agnone, ad esempio, ha presentare la sua squadra elettorale ma sceglie dei piccoli paesi confinanti per gridare a se stesso che il Molise ha il miglior sistema sanitario degli ultimi anni e che il l’integrazione socio-sanitaria è di elevata fattura.

L’integrazione socio –sanitaria non è il futuro solo per questa regione ma dell’intero Paese. Ma solo una sua corretta applicazione potrà dare risultati soddisfacenti ed evitare ospedalizzazioni inutili. Facciamo un esempio  prendendo in considerazione il modello Toscano.  Analizzandolo  ci si  potrà  accorgere che non solo è all’avanguardia in materia di servizi, quindi funzionale, ma  -appunto –dietro il suo ottimo funzionamento c’è un lavoro di analisi e di studio del territorio durato dieci anni. C’è equilibrio tra l’assistenza domiciliare integrata e l’ospedalizzazione della persona disunendo gli sprechi e investendo le risorse nella formazione degli operatori e nelle strutture da mettere a disposizione sul territorio.

Allo stato attuale la nostra regione si rischia di avere sul territorio meno ospedali – le vicende di questi ultimi mesi sulla chiusura dei nosocomi regionali sono emblematiche- e un servizio di assistenza domiciliare integrata scadente e se consideriamo che delle famose RSA (residenze sanitarie associate), della loro costruzione non si ha ancora traccia rischiamo si da un lato, forse, di ridurre il debito sanitario ma dall’altro di lasciare tutto il territorio regionale scoperto di servizi di qualità con il rischio di veder partire sempre più spesso nostri corregionali andare fuori regione per potersi curare. Il che comunque comporterebbe dei costi non indifferenti per le tasche della sanità regionale.

Solitudine, frammentazione sociale, precarietà, sordo senso di ingiustizia: è per questa via che cresce di giorno in giorno la distanza tra la cosiddetta classe politica e il resto della popolazione e si fa imminente il rischio di un rifiuto collettivo della forma della rappresentanza istituzionale.

 

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