PDMENOELLE/ Bersani e un partito imbarazzante che di sinistra non ha più niente

Un remake democristiano. Di sinistra, invece, non c’è più nulla. Ecco, in sintesi, la triste involuzione del partito di Bersani. Dall’insediamento del governo Monti non è stato capace di farsi portavoce di nulla se non degli interessi di un esecutivo scellerato a aristocratico: muti con la riforma del Lavoro, ciechi davanti alle minacce di Marchionne, sordi alle richieste degli operai. Una mesta fine. Imbarazzante. Sono rimasti solo loro a credere di essere ancora di sinistra. Ma presto se ne accorgeranno: Casini attende.

di Carmine Gazzanni

bersani_imbarazzanteIl Partito Democratico non è un partito di sinistra. Probabilmente lo è stato. Almeno nella forma (superficiale e contingente) dell’antiberlusconismo. Ora non lo è più. Il governo Monti ha definitivamente cambiato faccia al partito di Bersani. O, forse, ha tolto quel velo di Maya che ancora ci faceva credere fosse un partito progressista. Osservava tempo fa a Infiltrato.it Alfonso Maurizio Iacono, uno dei più grandi filosofi politici italiani: “nel nostro Paese si sta creando una situazione che sarebbe buffa se non fosse reale: il fatto che parte della sinistra sta assumendo il compito della conservazione. Nessuno dalla sinistra, a parte poche voci, ha posto il problema della patrimoniale. Un problema, in un periodo di crisi, centrale. Perfino Obama l’ha posto. Come mai si accetta e si introietta ciò che ha più senso dal punto di vista della conservazione? È paradossale che la sinistra si faccia carico di quello che la destra non fa”.

Era il 29 febbraio. Sono passati quasi cinque mesi e il Partito Democratico non ha deluso le aspettative del filosofo. Basti pensare all’atteggiamento di Bersani e soci dinanzi alla riforma del lavoro. “Al Pd – osserva Maurizio Zipponi, responsabile area Lavoro Idv – non interessano i diritti fondamentali dei lavoratori, basta vedere cosa hanno votato sulle pensioni e sulla legge per i licenziamenti facili della Fornero, cancellando sostanzialmente l’art. 18”.

Eppure cose da dire ce ne sarebbero state. Ce lo siamo detti più volte: la riforma, così com’è concepita, non aiuta né precari né tantomeno i giovani. Tutt’altro. “Il blocco delle uscite pensionistiche per i prossimi 3 anni, pur essendo il nostro sistema in equilibrio tra entrate e uscite – sottolinea ancora Zipponi – genera 800.000 assunzioni in meno per i giovani”. Fa niente se la disoccupazione giovanile è salita al 36%. Di contro, però, 46 erano i contratti di precariato con il governo Berlusconi e 46 sono ora col governo Monti. Altro che riforma.

Un altro esempio assolutamente chiarificatore. Prendiamo la Fiat. Marchionne, orami da anni, sta facendo il bello e il cattivo tempo. Ricatti, minacce, intimidazioni. Basti pensare a quanto accaduto allo stabilimento Fiat di Termoli, con l’assurda decisione dell’azienda di sottrarre 250 euro alla busta paga degli operai Fiom. “Da quando c’è Marchionne – chiosa Zipponi – usa l’attacco ai diritti Costituzionali dei lavoratori come copertura alla decisione di andarsene dall’Italia”.

Ma dall’esecutivo tutto tace. Nessuna differenza a riguardo tra governo Berlusconi e governo Monti. Nessuno chiede conto. Nessuno alza un dito. Figuriamoci la voce. “Nessuno chiede conto agli azionisti Fiat del fatto che dal 2008 siamo noi cittadini a pagare il 50% degli stipendi dei suoi dipendenti con la cassa integrazione, la mobilità, ecc… Non chiede conto dei finanziamenti pubblici su formazione e innovazione, non chiede conto della chiusura degli stabilimenti italiani e di quella annunciata. Sono cavalier serventi”.

E se l’esecutivo preferisce rimanere silente (e “servente”), il Partito Democratico sta ben attento a non svegliarlo. Il lavoro, insomma, è una tematica ancora di sinistra solo in campagna elettorale, nelle brochure, nei comizi. Non lo è più, per il Pd, in Parlamento.

Ed ecco allora anche l’appoggio incondizionato a Mario Monti per la spending review. Una manovra, questa, che qualcosa ha fatto. Ma si sarebbe potuto osare molto di più. Troppi interessi in ballo. Meglio colpire i soliti noti. Prendiamo il caso dell’istruzione. Prima ancora che il testo fosse reso pubblico già era trapelata la possibilità, da parte di Monti, di tagliare per 200 milioni di euro il fondo destinato alle università pubbliche e di destinare uguale cifra alle strutture private. Nonostante l’assurdità della manovra, nessuno dell’anomala maggioranza ABC ha bacchettato il governo (a parte qualche sparuta voce, prontamente zittita dal capobastone Bersani). Alla fine la norma è stata ritirata al fotofinish. Ma bisognerebbe riflettere a lungo su quanto avrebbe voluto prevedere il governo.

E – ça va sans dire – anche in questo caso il Partito Democratico ha preferito tacere. Niente. E se tanto ci dà tanto, allora, non sorprenderebbe affatto se Bersani decidesse realmente di correre alle prossime elezioni con Casini. Sarebbe assolutamente in linea con quanto sta facendo il Pd. Anzi. Se dovessimo osservare soltanto gli ultimi mesi parlamentari del Partito Democratico sorprenderebbe, semmai, il contrario: che decida di correre con Idv e Sel, le uniche forze di sinistra rimaste sul palcoscenico politico italiano.

Di sinistra, insomma, nel Pd non c’è più nulla. Un remake democristiano, semmai (vedi, d’altronde, la stessa alleanza con Casini, le ignobili esternazioni sull’omosessualità o le scellerate dichiarazioni di qualche giorno fa di Enrico Letta). Forse qualche democratico si offenderà, ma siete gli unici ancora a credere di essere di sinistra. Ci spiace, ma non è così. Non lo siete più. Da tempo. Prima o poi lo capirete anche voi. Tant’è: homo faber ipsius fortunae.

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