Non è un Paese per donne: una su due non lavora e le quote rosa sono un’utopia.

Peggio di noi fanno soltanto Malta e la Turchia. E oggi, Festa della Donna, c’è poco o nulla da festeggiare.

 

di Viviana Pizzi

Otto marzo, festa della donna: quest’anno abbiamo deciso, come al solito, di non parlare di mimose e feste consumistiche. Sono lontane dal nostro modo di intendere questa giornata. Sfioriamo invece la tematica del femminicidio. Lo scorso anno in Italia 120 donne sono morte per mano dei loro mariti, fidanzati e dei loro ex compagni. Questo avviene certamente perché ci troviamo di fronte a una società maschilista che non riesce ad accettare la parità col sesso femminile. Davanti a uomini che patologicamente non sanno confrontarsi con le donne. Un’altra causa strettamente collegata, che porta le donne a non denunciare le violenze che subiscono quotidianamente, è la mancanza di lavoro.

La disoccupazione femminile in Italia ha raggiunto punte inimmaginabili. Al termine del 2012, arrivando al 47,3%, raggiungeva i suoi minimi storici. Significa che 47 donne su cento lavorano mentre le altre 53 restano a casa. Con un aumento dello 0.9% rispetto all’anno precedente. I dati dell’Istat ci dicono che oggi le donne in Italia non hanno nulla da festeggiare. Soprattutto se si pensa che negli ultimi anni la situazione si è aggravata sempre più. Se il 90% degli stupri e delle violenze subite non vengono denunciati dipende soprattutto dal fatto che una donna su due non lavora, non sa a chi rivolgersi e manca dei mezzi di sussistenza principali per vivere una vita dignitosa.


LAVORO ALLE DONNE? IN EUROPA FANNO PEGGIO SOLO MALTA E TURCHIA

I dati sono relativi al 2011 e ci provengono dall’Eurostat. Sono quindi relativi a quando in Italia governava ancora Silvio Berlusconi il premier “grande amico delle donne” che pensa di risolvere il problema degli stupri mettendo in giro “un soldato per ogni bella ragazza”.

L’Istat ci dice che oggi l’occupazione femminile è scesa ancora di più. Ma quelli che andremo ad analizzare sono dati relativi alla differenza tra lavoro maschile e appunto “lavoro in rosa”.  Tuttavia i dati Istat che ci danno una percentuale del 47,3% tengono conto anche della fascia d’età tra i 18 e i 25 anni.

L’Eurostat però ha calcolato la differenza tra occupazione maschile e femminile calcolando soltanto le donne che hanno più di 25 anni. Quelle escluse sono le giovanissime sulle quali i dati di chi studia potrebbero influenzare la percentuale. Ed ecco che le donne immesse nel mercato del lavoro diventano il 41,3% contro il 58,7% degli uomini. La differenza, quella che ci regala la medaglia di bronzo è  pari al 17,4%. Peggio di noi soltanto Malta con un differenziale del 33,8% (lavorano il 33,1% di donne e il 66,9% di uomini e la Turchia con il 43,6% (lavorano il 71,8% contro il 28,2% delle donne).

Meglio di noi persino la Grecia che è sprofondata in una crisi senza via d’uscita dove il differenziale tra lavoro maschile e femminile è del 16% ( lavorano infatti il 58% degli uomini contro il 42% delle donne). In chiave Europea la Grecia è quarta.

 Siamo davvero lontani dalla media europea soprattutto se consideriamo che ci sono due Stati dove lavorano più le donne che gli uomini. Si tratta delle ex repubbliche socialiste sovietiche dell’Estonia e della Lituania. In quei paesi, che si aggiudicano la medaglia d’oro per virtuosismo a pari merito, lavorano il 49,3% degli uomini contro il 50,7% delle donne. Con un tasso di differenza a favore dell’occupazione femminile pari all’1,4%. Al secondo posto un’altra ex Repubblica Socialista Sovietica la Lettonia dove non esiste differenza tra uomini e donne. Il vero Eldorado dove la disoccupazione è divisa equamente perché lavorano il 50% degli uomini e il 50% delle donne. Medaglia di bronzo ai cugini transalpini della Francia che con una percentuale di lavoro del 52% a favore del sesso maschile e del 48% di quello femminile il differenziale è soltanto del 4%.

 L’Italia è molto al di sotto della media Europea a 27 nella quale sono occupati il 54,5% degli uomini contro il 45,5% delle donne con una differenza del 9%. Tra l’Italia con un 17,4% e l’Europa il 9% ci sono be 8.4 punti percentuali di distacco. Belpaese ancora per uomini? Certo che si. E finire dopo Paesi in crisi come la Grecia non è certo un bel biglietto da visita.


 DONNE IN CARRIERA: ITALIA LONTANA DALLA PARITÀ CON GLI UOMINI

 I dati anche questa volta provengono dall’Eurostat e riguardano la percentuale di donne che,  a pari titolo con uomini, occupano determinati incarichi di importanza.

 Cominciamo dal dato peggiore: in Italia non abbiamo nessuna donna ai vertici della magistratura. Di ambasciatrici ne abbiamo appena il 3,8% dei lavoratori in totale, il 12% sono tra i direttori di enti di ricerca, il 18,4% sono docenti ordinari di Università, il 20,7% sono Prefetti, il 13,2% dirigenti medici in strutture complesse, il 29% libere professioniste, il 27% dirigenti e il 19% imprenditrici.

 In controtendenza invece i dati relativi alle insegnanti di scuola media inferiore e superiore che sono il 66% del totale. Il doppio rispetto agli uomini.

Donne in politica? Con le elezioni del 24 e 25% la situazione è migliorata. Oggi oltre il 40% dei parlamentari è donna contro il 17% della scorsa legislatura. Non è però una rondine a far primavera se si considera che in molte giunte di amministrazioni locali bisogna presentare ricorsi al Tar per far rispettare la norma delle quote rosa.


L-Italia-non-e-un-Paese-per-donneDONNE MADRI? MEGLIO A CASA A CURARE IL FOCOLARE DOMESTICO

Chi decide di aver figli cosa deve fare? La prima cosa in questa Italia azzurra non soltanto nei colori della nazionale di calcio è abbandonare il proprio lavoro e starsene a casa a curare il focolare domestico.

Tra le madri single la posizione è diversa. Chi decide di sposarsi quasi automaticamente abbandona il proprio lavoro. Solo il 69,3% delle donne single con figli lavora al contrario dell’86,5% degli uomini con figli che non hanno il sostegno della propria compagna.

Tra quelle che hanno un solo figlio lavorano il 71,3% contro l’85,8 degli uomini. Delle single con due figli sono occupate soltanto il 66,7% contro l’86,5% del sesso maschile. Se il numero dei figli sale a 3 le donne che lavorano scendono al 62,3% mentre gli per gli uomini si sale al 95,6%.

Peggio va alle donne  in coppia. Una su due non lavora con una percentuale del 52,5% contro il 90,5% degli uomini. Quando si ha un figlio le donne lavorano al 60% contro il 91,3% degli uomini. Salendo a due il numero della prole le mamme al lavoro scendono al 50,2% contro il 90,8% dei papà. Due su tre delle donne con più di tre figli a carico e con coniuge scelgono di dedicarsi alla casa. Quelle che lavorano sono soltanto il 33,7% contro l’85% di uomini.

Mentre per il sesso maschile avere più figli significa trovare più lavoro perché le aziende assumono di più per le donne è l’opposto. Avere figli a carico spesso  le porta a rinunciare perché i servizi di cui si dispone in Italia non sono abbastanza. Pochi e malfunzionanti gli asili nido. Conciliare poi le esigenze del capo a quelle della mamma è praticamente impossibile.


MAMME LAVORATRICI: SÌ CON POSTAZIONI VIRTUALI

Lo studio è di Regus, il principale fornitore al mondo di soluzioni flessibili per uffici e sedi lavorative. Secondo quest’ultimo oltre il 90% di mamme e neomamme sarebbero disposte a continuare il proprio lavoro se potesse disporre di postazioni virtuali e non dovesse seguire orari troppo rigidi.

Lo studio è stato effettuato su un campione di 26 mila lavoratori di tutto il mondo. Tra questi dati emerge che dopo una gravidanza la donna abbandona il posto di lavoro definitivamente dopo qualche mese e dopo aver sperimentato il cosiddetto contratto part time. Lo fanno l’80% di queste soprattutto se il compagno le sostiene economicamente.

Chi proprio non può abbandonare il lavoro si dedica alla costruzione di asili nido, siti web per la vendita di abbigliamento per piccini e premaman e case editrici specializzate in fiabe e favole.  Certo avere asili nido nei pressi degli uffici nell’85% dei casi favorirebbe le mamme che volessero rientrare subito al lavoro. Ma la maggior parte di queste preferirebbe non dover seguire il classico orario “dalle 9 alle 5” detto all’americana, che toglie molto spazio d’azione sulla cura del proprio figlio.

L’80% del campione intervistato si dichiara favorevole a portarsi il lavoro a casa nella classica posizione virtuale per poter dare un occhio ai bambini e un occhio al pc dal quale eseguire le mansioni richieste. Insomma si tratta di trovare nuovi spazi per conservare la possibilità di continuare a essere parte attiva del bilancio familiare.

In Italia tutto questo è ancora lontano dall’essere realizzato. Ben l’80% delle aziende non premia chi promuove lavoro flessibile e in formato donna. Niente da fare. Per questo e anche per gli altri dati esposti finora ci sentiamo di dire che l’Italia non è certo un Paese adatto al sesso femminile. Siamo ancora lontani dallo standard europeo e mondiale.

Purtroppo però si parla di queste cosa soltanto l’8 marzo e il 25 novembre nella giornata internazionale contro la violenza alle donne. E gli altri 363 giorni dell’anno? L’Italia resta il paese dell’azzurro della nazionale di calcio e degli uomini. Quelli che lavorano di più e che sono giustificati dai cronisti di nera quando uccidono le proprie compagne. “Uccide la propria compagna per gelosia” questi i titoli che campeggiano tutti i giorni sui principali quotidiani locali e nazionali. Fino a quando le donne non lavoreranno come gli uomini e si smetterà di giustificare gli omicidi delle compagne con l’attenuante della passione l’Italia non sarà mai un Paese per donne. È triste ma è così. 

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