Nel kaos post-consultazioni Napolitano valuta le dimissioni anticipate: ultima carta Pd-M5S o Re Giorgio premier?

Tra le ipotesi al vaglio di Napolitano la più probabile resta quella di un mandato ispettivo a Pier Luigi Bersani che dovrà tentare nell’impresa di ottenere i numeri al Senato. Ma attenzione. Il Presidente della Repubblica potrebbe anche stupire tutti intraprendendo un’altra strada: dimissioni immediate ed elezione di un nuovo inquilino al Quirinale a cui, a quel punto, sarà affidato il compito di sciogliere le Camere. Anche se con modalità diverse, c’è un precedente che avvalorerebbe quest’ipotesi: nel ’92, infatti, Cossiga si dimise anticipatamente lasciando la scelta al suo successore, Oscar Luigi Scalfaro. Se dovesse accadere una cosa del genere, potrebbe nel frattempo nascere un governo provvisorio (per una nuova legge elettorale) retto dallo stesso Re Giorgio. Ma le dimissioni potrebbero essere anche l’ultima carta – la più disperata ma forse anche quella decisiva – per cercare un accordo del Pd con i Cinque Stelle.

 

di Carmine Gazzanni

napolitano-consultazioni-2013__il_caosIL PRECEDENTE E LA POSSIBILITÀ DI DIMISSIONI – Era il 6 aprile del 1992. Anche allora, come oggi, le elezioni politiche offrivano un quadro quanto mai ingarbugliato. Era la prima volta che si andava alle urne senza Partito Comunista e con il PdSI e Rifondazione Comunista. Il tonfo della Democrazia Cristina fu spaventoso.

Mai prima di allora era scesa sotto il 30 per cento. Anche il Partito Socialista si arrestò. Dal 1979 non aveva mai avuto flessioni. Quella volta passò dal 14,3 al 13,5 per cento. Una situazione di stallo, dunque. Proprio come quella di oggi (anche se in termini diversi): il Quadripartito non aveva raggiungo la maggioranza assoluta.

Per uscire dall’empasse il Presidente della Repubblica di allora Francesco Cossiga, il cui mandato scadeva pochi mesi dopo, si dimise lasciando la scelta al nuovo inquilino del Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro. Sappiamo bene come andò a finire: Scalfaro decise di non sciogliere le Camere e indire nuove elezioni, ma non concesse l’incarico a Bettino Craxi (era intanto scoppiata anche Tangentopoli, sebbene Craxi allora non fosse ancora indagato) preferendogli Giuliano Amato.

Il precedente è interessante. Sebbene infatti le modalità siano inconciliabili con quelle di oggi, sebbene il quadro storico-culturale sia profondamente diverso, è opportuno riflettere su un dato: data la situazione di stallo, Cossiga si dimise (poiché il suo mandato era agli sgoccioli), girando la palla al suo successore, Oscar Luigi Scalfaro.

Se accadesse qualcosa del genere anche oggi? Certo, la tesi più probabile è che alla fine Giorgio Napolitano affidi un mandato ispettivo, una sorta di pre-incarico a Pier Luigi Bersani nella speranza che trovi i numeri sufficienti al Senato per governare stabilmente.

Sappiamo bene però come l’impresa sia assolutamente ardua. E sappiamo anche che mai Napolitano istituirà un cosiddetto governo di minoranza. Non lo fece nel 2006 con Romano Prodi (che, allora, si salvò con il passaggio a sinistra di Marco Follini), non l’ha fatto nel 2011 con Silvio Berlusconi (il quale, alla fine, dovette rassegnare le dimissioni e lasciare spazio a Mario Monti).

Proprio partendo da questi assunti non si può negare la possibilità che Napolitano intraprenda una strada, per così dire, a sorpresa: dimissioni immediate (sebbene il mandato scada il 15 aprile) ed elezioni del nuovo Presidente della Repubblica il prima possibile. Proprio come fece, a suo tempo, Francesco Cossiga.


DIMISSIONI PER TORNARE ALLE URNE – Tesi strampalata? Tutt’altro. Essenzialmente per due ragioni. Una di natura tecnica (nel caso si dovesse tornare alle urne). L’altra, se  vogliamo, più politica (nel caso si volesse tentare un’ultima, disperata strada di accordo tra le forze politiche).

Per quanto riguarda la prima: se si dovessero rispettare i tempi e tutti i crismi del caso, il nuovo inquilino del Quirinale non potrebbe essere operativo da subito. Questo vorrebbe dire che, nel caso di dovesse decidere di tornare al voto, la prima data utile sarebbe a ottobre.

Cosa che vorrebbe dire che tutto un intero anno passerebbe nello stallo. Senza un governo stabile. Se invece si accelerassero i tempi (a partire proprio dalle dimissioni di Napolitano), potrebbe non essere un’utopia quella di elezioni a giugno. In tempi rapidissimi, dunque. Anche perché – è bene ribadirlo – siamo nel cosiddetto semestre bianco, ovvero negli ultimi sei mesi di mandato del Presidente della Repubblica durante cui è impossibile sciogliere le Camere (e tornare al voto).

L’unico che può farlo, dunque, è il prossimo inquilino del Quirinale. Nessun’altro.


mario_monti_premier_europaRE GIORGIO IL TRAGHETTATORE – Non solo. Nel caso di elezioni anticipate tutte le forze politiche sanno bene che non possono (perlomeno si spera) presentarsi agli italiani ancora con la legge elettorale vigente (il Porcellum).

Insomma, sarà necessario che qualcuno traghetti il nostro Paese fino alla nuova corsa politica con l’obiettivo di cambiare legge elettorale. Rimaniamo sempre sulla possibilità che si vada al voto a giugno (o male che vada a ottobre).

Chi potrebbe essere così autorevole da trovare una larga maggioranza che appoggi un esecutivo provvisorio per concepire una legge elettorale adeguata e garantire un minimo di stabilità in Europa? Uno potrebbe essere lo stesso Mario Monti. Il vantaggio è che il bocconiano non dovrebbe essere nemmeno incaricato (dato che è già in carica).

Dovrebbe direttamente presentarsi ai due rami del Parlamento e ottenere la fiducia. Cosa, però, tutt’altro che scontata dopo l’aperta polemica in campagna elettorale con Silvio Berlusconi e il Pdl.

Ecco allora una trovata che, per quanto remota, resta assolutamente in piedi. Una volta dimessosi, potrebbe essere lo stesso Giorgio Napolitano a ricevere l’incarico dal futuro Presidente della Repubblica di formare un nuovo governo. Questi infatti, tranne sorprese, non avrebbe alcun problema a ricevere un largo voto di fiducia dato che, negli anni, è sempre stato visto come uomo super partes e garante della Repubblica italiana.

Senza dimenticare, peraltro, che il suo sarebbe un governo provvisorio (della durata di pochi mesi) e che un eventuale rifiuto di questa o quella forza politica potrebbe essere controproducente ai fini della campagna elettorale. Insomma, una possibile soluzione – in caso di sue dimissioni immediate e di voto anticipato – sarebbe quella di Napolitano nelle vesti di traghettatore. Dal Quirinale a Palazzo Chigi.

DIMISSIONI, L’ULTIMA CARTA POSSIBILE PER PD-M5S – Passiamo ora alla seconda ragione, quella di ordine più squisitamente politico. Questa starebbe in piedi, come detto, nel caso la strada che si voglia intraprendere non sia quella del voto anticipato (o perlomeno non subito), ma di un ultimo tentativo di accordo con i Cinque Stelle. Partiamo da un assunto: la nomina del prossimo Presidente della Repubblica è tutt’altro che esclusa dall’attuale partita politica. Anzi.

Prova ne sia quanto dichiarato ora dai Cinque Stelle ora dal Pdl che tirano per la giacchetta il Partito Democratico, avanzando possibili pretese sul futuro uomo per il Quirinale: il Movimento con Dario Fo, il Pdl con lo stesso Silvio Berlusconi. Chi per un verso chi per l’altro, Grillo e il Cav sono d’accordo su un fronte: non tutte le cariche possono essere decise dal Pd. Perlomeno non la presidenza del Quirinale.

Ecco il punto: quella del Presidente della Repubblica potrebbe essere l’ultima carta – disperata ma forse decisiva – per tentare di trovare un accordo che possa garantire stabilità di governo e, dunque, stabilità a tutta la legislatura. Facciamo un esempio: se Bersani dovesse decidere di accettare il nome di Grillo (Fo o chi per lui)? Cosa farebbe quest’ultimo? Potrebbe semplicemente ringraziare il Pd, voltargli le spalle e magari continuando ad insultarlo, senza pensare alla reale possibilità di un governo democratico-stellato?

grillo_consultazioniPoco probabile. O comunque molto difficile. Questo, perlomeno, è quello che potrebbe frullare nella testa di Napolitano e in quella di Bersani.

Il discorso, a questo punto, è chiaro: Bersani non ha i numeri. O si cerca un accordo (l’unico possibile, escluso il Pdl, è con i Cinque Stelle) o si dovrà tornare alle urne. In entrambi i casi, per quanto detto, le dimissioni anticipate potrebbero essere una carta che aiuterebbe a smuovere le acque.

La domanda però è: in meglio?

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