“Napolincino” il negoziatore

E’ notizia di questi giorni che agli atti dell’inchiesta sulla trattativa chiusa nei giorni scorsi, ci sono alcune telefonate del sen. Nicola Mancino. Dopo essere stato ascoltato come testimone dai magistrati di Palermo il 6 dicembre scorso, Mancino telefona ad uno degli uomini più vicini a Giorgio Napolitano, il suo consigliere Loris D’Ambrosio, per chiedere un intervento del Quirinale. Sono rimasto “un uomo solo”, dice, “quest’uomo solo va protetto”, in quanto se resta solo “potrebbe chiamare in causa altre persone”.

di Adriana Stazio

Via-damelio-5A questa telefonata ne sono seguite altre. Secondo quanto riferisce Salvo Palazzolo su Repubblica ce ne sono otto in tutto agli atti, da novembre 2011 fino ad aprile scorso. Mancino chiedeva a D’Ambrosio un intervento di Napolitano per fermare i magistrati di Palermo, lamentava la diversa linea seguita dalla Procura di Ingroia e Di Matteo rispetto a quella morbida verso i politici e gli uomini delle istituzioni delle Procure di Caltanissetta e di Firenze, tanto che, come riferisce Marco Travaglio sul Fatto, avrebbe spinto per dirottare l’inchiesta palermitana verso Caltanissetta o Firenze. Cosa confermata anche dallo stesso D’Ambrosio nell’intervista di ieri al Fatto. Il consigliere riferisce che Mancino lamentava “la disparità di tre procure che indagavano sulla stessa cosa”, “lamentava un accanimento di Palermo nei suoi confronti“. Ma il consigliere di re Giorgio non vuole parlare di cosa fece Napolitano in seguito a tutte queste pressioni, trincerandosi dietro l’”immunità” presidenziale. Ma – ci chiediamo con Marco Travaglio – che c’entra l’immunità? Avrà mica commesso dei reati il nostro presidente?

Nella serata di ieri il colpo di scena: spinto dalle notizie riportate prima da Repubblica, poi soprattutto dal Fatto Quotidiano di ieri che parla di una lettera del Quirinale indirizzata al Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione Vitaliano Esposito contenuta negli atti dell’indagine sulla trattativa, il Colle esce allo scoperto con una nota e pubblica il testo della lettera inviata il 4 aprile dal fedele segretario generale di re Giorgio Donato Marra al PG Esposito. Nella nota presidenziale si afferma che il presidente Napolitano avrebbe agito “secondo le sue responsabilità e nei limiti delle sue prerogative”. In realtà la nota conferma. Conferma l’avvenuta ingerenza sull’inchiesta di Palermo di Giorgio Napolitano, che ha trasmesso al PG la lettera ricevuta da Mancino il quale “si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla “c.d. trattativa”” e “auspica” che siano “prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure”, chiedendo infine di essere tenuto informato in merito. Al di là dell’assoluta irritualità e del merito sulla legittimità o meno di tale atto, è evidente che lo scopo era fare pressioni per trovare una strada per arginare il lavoro dei magistrati di Palermo, per fermarli.

GLI INTERVENTI DI RE GIORGIO SU QUESTE INCHIESTE NON SONO UNA NOVITA’

Non è la prima volta che abbiamo notizia di ingerenze del Quirinale nelle inchieste. Sappiamo che grande interessamento ci fu da parte del Colle quando Massimo Ciancimino, testimone principale dell’inchiesta sulla trattativa, fece il nome di Gianni De Gennaro, capo dei servizi segreti (oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio). Lo stesso Massimo Ciancimino ha riferito quasi di sfuggita durante la deposizione del 10 maggio 2011 al processo Mori di una telefonata di Giorgio Napolitano al procuratore capo di Caltanissetta per chiedere la sua incriminazione per calunnia, cosa che prontamente è avvenuta. Ma sappiamo anche da indiscrezioni della stampa di un interessamento in tal senso di Napolitano e di altri personaggi istituzionali di primo piano come Gianni Letta e l’allora premier Berlusconi e dalle intercettazioni di altre indagini anche di una telefonata sull’argomento tra il faccendiere piduista Bisignani e il prefetto Pecoraro.

Insomma è da tempo che l’inchiesta sulla trattativa mette in fibrillazione i vertici dello Stato e degli apparati istituzionali, nel tentativo di fermare ora un testimone come Massimo Ciancimino che sta raccontando fino in fondo i retroscena della trattativa arrivando a parlare degli uomini più potenti e pericolosi d’Italia, ora i magistrati di Palermo Ingroia e Di Matteo decisi ad andare fino in fondo per scoprire la verità e ad applicare la legge senza riguardi per i potenti.

E’ in questo senso che vanno lette le varie bacchettate di Napolitano e soprattutto i vari procedimenti aperti davanti al Csm presieduto da Napolitano stesso contro i magistrati di Palermo e spesso in relazione al “caso Ciancimino”, pare sempre dietro la spinta della “moral suasion” presidenziale. Lo stesso dicasi per tutti i tentativi, in concerto con il procuratore Piero Grasso, di controllare l’inchiesta di Palermo, controllandone ogni singolo atto, la stessa imposizione da parte di Grasso della presenza di Caltanissetta a tutti gli interrogatori della procura di Palermo al teste chiave Massimo Ciancimino (nonostante la stessa procura nissena lo abbia bollato come inattendibile).

IL MANCATO CONFRONTO CON MARTELLI

Ma torniamo alle intercettazioni. Mancino avrebbe spinto per evitare il confronto con Martelli. A tale scopo avrebbe telefonato oltre che a D’Ambrosio, anche al procuratore della Repubblica di Palermo Messineo. Sia il Fatto Quotidiano che Repubblica hanno scritto che però di fatto la cosa non andò porto in quanto il confronto poi ci fu. Lo stesso afferma Messineo in un’intervista di oggi al Corriere della Sera, negando di aver ricevuto pressioni di Mancino in tal senso. E’ vero che il confronto davanti ai pm ci fu e che si svolse, come ricorda oggi Repubblica, l’11 aprile alla presenza tra gli altri anche di Messineo. Ma c’è un piccolo errore di date: si tratta dell’11 aprile 2011, quindi ben prima che questa vicenda avesse inizio, e non dell’11 aprile 2012. Ad impensierire Mancino a marzo-aprile di quest’anno è evidentemente un altro confronto con Martelli a cui rischia di essere sottoposto, dopo la disastrosa performance della deposizione del 24 febbraio: i pm hanno infatti chiesto al giudice il confronto in aula tra i due ex ministri e tra Mancino e Scotti. Confronti questi che effettivamente non si sono tenuti, in quanto rigettati durante l’udienza del 20 aprile dal presidente Fontana che li ha ritenuti irrilevanti.

PARLA ALLA SUOCERA PERCHE’ NUORA INTENDA

Dalle telefonate di Mancino scopriamo anche il senso reale dell’iniziativa intrapresa dal PG Vitaliano Esposito a marzo, quandorichiese a Caltanissetta gli atti dell’indagine su via D’Amelio all’indomani dell’ordinanza di custodia cautelare. Ufficialmente lo scopo era verificare che la Procura Generale nissena retta da Roberto Scarpinato avesse esercitato adeguatamente il ruolo di controllo sulla Procura della Repubblica. Ma probabilmente doveva essere un segnale più generale, da dare innanzitutto a Palermo, come si deduce dalle parole di Mancino che si congratula a telefono con Esposito per aver dato “un segnale forte” con questa iniziativa “in difesa dei politici”.

LA PAURA DI MANCINO, IL VERO RUOLO DI NAPOLITANO

Emergono con prepotenza due fatti. Uno già lo abbiamo esaminato ed è il fermento che pervade i più alti vertici dello Stato che temono gli sviluppi dell’inchiesta palermitana e l’incriminazione di esponenti dello Stato che condussero la trattativa. Uno Stato, diceva Sciascia, non può processare se stesso. L’altro fatto è la paura di Mancino che in questi ultimi mesi si è fatta sempre più forte man mano che il cerchio dei magistrati si stringeva, la paura di rimanere da solo con il cerino in mano.

Sono gli stessi giorni in cui Sandra Amurri ascolta la conversazione tra Mannino e Gargani allarmati per la convocazione di De Mita davanti ai pm di Palermo: “Dillo a De Mita – dice Mannino – dobbiamo concordare un’unica linea. I magistrati hanno capito tutto, il figlio di Ciancimino ha detto la verità, il padre su di noi sapeva tutto!”. Tutta la sinistra DC è in subbuglio. Mancino minaccia Napolitano di coinvolgere “altre persone”. Mentre intercettato con la moglie dice che ha taciuto su Gava, un altro dei misteri da appurare. Perché se una parte importante della verità è venuta fuori, è certo che essa è solo una parte e il ruolo di tanti protagonisti tra politici e uomini dei servizi segreti e degli apparati deve ancora emergere.

Ma a questo punto, anche alla luce di quest’ultima considerazione, una domanda è d’obbligo. Qual è il ruolo reale di Napolitano in questa vicenda? Perché Mancino riteneva che la minaccia di coinvolgere altre persone se lasciato soloavrebbe dovuto convincere Napolitano ad intervenire in suo favore per salvarlo dalle grinfie dei magistrati? Aveva qualcosa da temere da questa evenienza colui che fu nominato presidente della Camera al posto di Scalfaro all’indomani della strage di Capaci? L’interesse di Napolitano a contenere le inchieste, la paura che la verità venga fuori in tutta la sua interezza da dove nascono?

Mancino è esasperato, si sente solo e scaricato. Tutte le colpe sembrano ricadere su di lui, lo smemorato che non ricorda l’incontro con Borsellino, accusato di essere il terminale della trattativa da Massimo Ciancimino, che racconta ai magistrati i suoi ricordi e che ha consegnato il “contropapello” manoscritto originale del padre dove risultano due nomi, Mancino e Rognoni. Anche Brusca, risvegliata la memoria da Ciancimino, racconta che il terminale politico della trattativa era Mancino. La sua situazione si fa dunque pesante mentre vede che pezzi più grossi di lui non sono stati coinvolti. Così minaccia di parlare: una sorta di ricatto.

Non possiamo non osservare che alla fine Mancino è l’unico tra gli uomini delle istituzioni indagati a rispondere solo dell’accusa di falsa testimonianza e non della trattativa. Appresa la notizia, si è dichiarato parzialmente soddisfatto. Può darsi che semplicemente al momento non si siano raccolte prove sufficienti sul suo ruolo, ma non possiamo non considerare che c’è stato uno scontro all’interno della procura di Palermo, al termine del quale uno dei titolari dell’inchiesta, Paolo Guido, e il procuratore capo Messineo non hanno firmato l’avviso di conclusione delle indagini. Cosa sarebbe potuto succedere se Mancino si fosse trovato ad essere l’unico tra i politici, oltre Mannino (e Dell’Utri, ma il senatore all’epoca non era un esponente delle istituzioni), a dover rispondere della trattativa in questo stralcio dell’indagine? Anche questa è una domanda importante, nessuno può sapere se chiamato a rispondere nella nuova veste di indagato e di imputato, esasperato, avrebbe potuto parlare. Questa, oltre all’interessamento di Napolitano provato dalla lettera di Donato Marra e al mancato confronto con Martelli, sarebbe un’altra vittoria del sen. Mancino.

Tratto da La Voce di Fiore

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