MONTI BIS / Non solo Udc: ecco chi sono i montiani del PD. Bersani con le spalle al muro

Ormai è più che evidente: Pierferdinando Casini ha in mente soltanto Mario Monti per la prossima legislatura. Sta lavorando strenuamente per creare un fronte comune, una base solida che permettere al Professore di restare a Palazzo Chigi anche dopo aprile 2013. Per il momento Bersani è stato categorico: no al Monti-bis. Ma nel partito c’è chi teme che, così facendo, si possa restare ancora fuori dai giochi, relegati all’opposizione. Ecco chi sono i montiani disposti a tutto pur di non cambiare. Anche – dicono in tanti – di sposare il progetto del Grande Centro e dire addio al Pd. Bersani rischia di trovarsi con le spalle al muro. Vediamo perché.

 

di Antonio Acerbis

mario_monti_bis_casiniDa Beppe Fioroni a Enrico Morando. Da Marco Follini a Paolo Gentiloni. Da Pietro Ichino a Salvatore Vassallo. E, ancora, Stefano Ceccanti, Umberto Ranieri, Vinicio Peluffo. Sono solo alcuni dei tanti democratici montiani – parlamentari e non – che, in una parola, ritengono inutili le primarie per il semplice motivo che il Pd (e non solo il Pd) il candidato già ce l’ha e si chiama Mario Monti.

Pier Luigi Bersani ci ha provato in tutti i modi a tenere a freno la spinta montiana interna al partito, ma i risultati sono stati assolutamente vani. Gli sforzi del segretario sono stati annullati certamente dal clima che si respira da quando è partita la campagna per la leadership interna al partito – soprattutto dopo gli accesi scontri tra Bersani stesso e Matteo Renzi – ma anche dall’acceso montismo che distingue una buona fetta del Pd parlamentare. La stessa, peraltro, che sin da subito ha spinto per un’alleanza con Pierferdinando Casini.

Peraltro lo stesso leader Udc avrebbe un ruolo chiave in questo momento: secondo i ben informati ci sarebbe un contatto giornaliero diretto tra Casini e gli esponenti più influenti dell’ala montiana: Fioroni e Follini su tutti. L’obiettivo dichiarato è uno soltanto: far sì che Bersani si convinca del Monti-bis. Con le buone o – come  vedremo – con le cattive.

Anche perché, ovviamente, il segretario Pd comunque conserverebbe delle garanzie e la certezza di ruoli istituzionali di punta (probabilmente non il ministero dell’economia. Si parla del ministero dello Sviluppo Economico che, peraltro, Bersani già conosce dopo l’esperienza dell’Unione). Per il momento, però, non c’è niente da fare. Il segretario democratico è stato categorico: “A quelli che lavorano per produrre un pareggio dico: ‘Badate bene che in quel caso si rivota, altro che Monti-bis’”, ha chiarito in un’intervista a La Stampa di alcuni giorni fa. In altre parole, anche con una legge elettorale iniqua come quella che potrebbe essere approvata, non si arriverà mai ad un Monti-bis. Se il Professore vuole, si candidi. Sarà poi l’elettorato a decidere.

Eppure il rischio è che Bersani possa cadere nel ricatto casiniano (se già non c’è caduto). Spieghiamo perché. Conosciamo bene il progetto a cui Casini sta lavorando: un Grande Centro (una sorta di Grosse Koalition alla tedesca) che riporti Monti a Palazzo Chigi. Dentro un po’ di tutti: oltre l’Udc, anche Fini, Montezemolo, Oscar Giannino, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. E poi movimenti e movimentucoli che possano rimpolpare le file dei montiani. Nonostante il progetto debba partire con più concretezza dal 17/18 novembre con la redazione di un progetto scritto e con un tavolo programmatico, gli ultimi sondaggi danno il Terzo Polo così formato già intorno al 20%. Senz’altro una buona percentuale. La quale – ecco il punto – potrebbe ingrossarsi se le fasce montiane del Pd decidessero di emigrare nell’Udc. Scelta remota, senz’altro. Ma nei corridoi di Montecitorio i ben informati dicono si parli anche di questo. Un’ipotesi, dunque, che sebbene improbabile resta in piedi per tanti e tanti democratici. A maggior ragione dopo l’ultimo periodo con gli scontri tra Bersani e Pierferdinando Casini vista l’approvazione dell’emendamento Rutelli sulla soglia al 42% per il premio di maggioranza. Un chiaro segno di centristi e amici che il tempo di Mario Monti a Palazzo Chigi non deve finire.

Per il momento, come detto, Pier Luigi Bersani non la pensa affatto così. Ma se il partito dovesse sfaldarsi a seguito della rottura con Casini – rottura peraltro inevitabile viste le assolute differenze tra i due partiti. Se non è oggi, sarà domanisi perderebbero numerosi e importanti pezzi del puzzle democratico. Un bene? Un male? Non si può dire. Fatto sta che sembrerebbe l’esito inevitabile dell’imbarazzante storia di un partito nato come “di centrosinistra” (e per alcuni ancora lo è).

A meno che Bersani, messo con le spalle al muro, pressato dall’interno, minacciato dall’esterno da Casini, non decida anche lui di accontentarsi di un ministero e cedere il seggio di primo ministro ancora una volta a Mario Monti – che, tra parentesi, comincia ad abituarsi al ruolo di potere. Altro che tecnico… – con una maggioranza formata dal Grande Centro, Pd e, se si dovesse riuscire, anche le fasce più moderate del Pdl. Insomma, una situazione pressoché speculare a quella esistente. Il che, se possibile, sarebbe anche peggio dell’ipotesi di una rottura nel Pd.

Il rischio, in altre parole, è che venga meno il potere decisionale del cittadino. L’impressione è che dietro qualcuno muova i fili. E abbia già deciso tutto. Il resto è teatro dei burattini.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.