MEDIA/ L’Infiltrato e il nuovo Direttore: il nostro Emiliano Morrone

di Emiliano Morrone

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Il Direttore Morrone

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Sono tornato alla direzione dell’«Infiltrato» insieme all’amico Andrea Succi, con il quale ebbi un’accesa discussione sul metodo e rassegnai di scatto le dimissioni. Due caratteri simili hanno bisogno di tempo per capirsi. Nonostante la durezza di quello scontro, franco e vero per la stima reciproca, continuai a collaborare con la testata. Soprattutto alle scorse regionali, quando il direttore editoriale Succi scoprì evidenti anomalie nell’assegnazione dei voti ai candidati presidente, Michele Iorio e Paolo Di Laura Frattura.

A ridosso delle elezioni, scrissi un pezzo di cuore, invitando l’elettorato a cambiare, a licenziare il “podestà” Iorio; peraltro non candidabile per legge a causa dei due mandati da governatore. Mi schierai. Chiesi ai lettori di interrogarsi, di guardare al futuro, di aprire con Frattura un orizzonte libero da condizionamenti; posto che la politica è partecipazione e mai delega interessata. Dissi che bisognava vincere la dipendenza da un potere irresponsabile, simile a quello della mia Calabria, «la regione di carta», del clientelismo e dell’assistenza per consensi. La paura e il familismo indotti per via politica da Iorio – di là eventuali implicazioni penali, che i giornalisti non possono ipotizzare o certificare – mi riportavano alla mia terra, a una vecchia rabbia mai sopita. Non potevo stare fermo, zitto, indifferente. Sentivo la compressione della democrazia in Molise come un problema anche mio, perché il Molise, come la Calabria, è una regione del Sud: di paradossi, silenzi, complicità e rassegnazione diffusi. È una regione di bellezze e risorse aggredite, sciupate e spesso dolosamente perdute. La battaglia di Succi e degli altri giovani dell’«Infiltrato» mi parve la stessa, nelle premesse e nello spirito, di quella condotta in Calabria con i ragazzi di «la Voce di Fiore», movimento e organo nato per impulso del filosofo Gianni Vattimo, sul presupposto che informazione e cultura cambiano le coscienze e lo stato delle cose. Allora, vissi le elezioni molisane con un diretto impegno intellettuale.

Il «Watergate» molisano, che il collega Enrico Fierro riprese su Il Fatto Quotidiano, fu per «L’Infiltrato» uno dei momenti di maggiore passione giornalistica e civile. La denuncia partì dal nostro sito. Benché fossi lontano e non residente in Molise, parlai ogni giorno con la redazione: scambiammo notizie e punti di vista, pure a notte fonda. Per il resto, la stampa nazionale ignorò le ripetute incongruenze raccolte e pubblicate da Succi. La vittoria di Iorio, molto risicata, dipese forse da conteggi troppo rapidi e poco rigorosi; lungi dal sottoscritto l’accusa di brogli. La vicenda, che non spetta a noi verificare, atteso che L’Infiltrato fornì elementi chiari per i controlli, comporterà probabilmente un ritorno alle urne.

Come la Calabria, il Molise è una sorta di laboratorio sperimentale. Qui la Questione dell’etica in politica – svelata all’Italia dall’inchiesta «Mani pulite», il cui ventennale sarà celebrato al Teatro Elfo di Milano il prossimo 17 febbraio – è determinante per il futuro, specie delle nuove generazioni. Ancor più che nelle regioni avviate, dove l’economia funziona diversamente, malgrado la crisi dell’Europa.

Ecco perché ho scelto di tornare direttore e di contribuire, assieme agli amici e redattori dell’«Infiltrato», al progetto culturale e civile comune.

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