MEDIA E POLITICA/ È giusto che “Il Manifesto” chiuda?

Purtroppo è ormai da molti mesi che “Il Manifesto”, quotidiano comunista, naviga in acque tutt’altro che tranquille. I conti sono in rosso, e i circa novanta redattori del giornale non vengono pagati da sei mesi. Perché si è arrivati a questa situazione?

Tutto è cominciato con l’emanazione del Decreto Tremonti, il 133 del 2008, che con l’art. 44 dettava nuovi criteri per l’erogazione dei contributi pubblici all’editoria, eliminando il diritto soggettivo ai contributi: da questo momento in poi infatti i giornali non avrebbero più avuto la certezza che lo Stato avrebbe erogato i contributi. E per “Il Manifesto” così è stato. Nel suo bilancio fino ad ora sono venuti a mancare 3 milioni e 700 mila euro all’anno.

ilmanifesto_particolareOra, chiusa questa parentesi tecnica, cerchiamo di dare una risposta alla domanda posta nel titolo. I giornalisti de “Il Manifesto” hanno sempre detto che il loro era qualcosa in più di un giornale, ma un movimento di persone e di idee. Sicuramente nel tempo questo quotidiano ha rappresentato una linea politica da seguire, sempre in controtendenza e mai in combutta con le stanza del potere. Resistere e lottare è stato il suo motto principale. Insomma è sicuramente una pagina del giornalismo italiano che non può cadere nel dimenticatoio.

Eppure i suoi conti non tornano, e i ventimila lettori (che gli sono affezionati tanto da pagare 50 euro per il best of del giornale) non bastano a fermare l’emorragia. Questo vorrà pure dire qualcosa. La recentissima esperienza del “Fatto Quotidiano” ci insegna che un giornale può stare egregiamente a galla nel mercato editoriale italiano anche senza finanziamenti pubblici. Basta conciliare una buona e corretta informazione con iniziative, forti presenze in rete e una voglia di immedesimarsi nei lettori.

Forse è questo il problema. Non esistono quasi più i comunisti di una volta e quelli che ci sono, che resistono ancora, sono molto pochi. Come può un giornale comunista vendere se non esiste nemmeno un partito che li rappresenti in parlamento? Io sinceramente sono molto dispiaciuta di questa situazione e credo che avere pochi comunisti in Italia (e nessun partito di sinistra in parlamento) sia deleterio. Ma c’è chi pensa che non può esistere un giornale solo per pura nostalgia del passato.

Io non sono d’accordo con queste persone. Per riaffermare una qualche idea comunista in Italia c’è bisogno di qualcuno che la predichi. Forse i contributi all’editoria in passato sono stati eccessivi e sarebbe opportuno che in futuro la maggior parte dei giornali tendesse alla completa autodeterminazione, ma ora lo Stato deve proteggere “Il Manifesto”, e tutti i giornali storici che si trovano nella sua stessa situazione, così come deve proteggere un monumento storico, perché entrambi sono beni comuni della nazione.

Naturalmente forse oggi non starei scrivendo questo articolo se al Governo non ci fosse Berlusconi, che con il suo conflitto di interessi grande come uno Stato, altro non può se non distruggere la concorrenza con mezzi “poco corretti”. Tant’è vero che Tremonti ha lascito i “contributi indiretti” all’editoria (calcolati in circa 300 milioni di euro), che guarda caso sono destinati, tra gli altri, anche alla Mondadori.

 

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