MALINCONICO&PASSERA/ I ministri e l’intramontabile conflitto d’interessi

di Gaetano Cellura

Malinconico si è dimesso. Ma Malinconico non è (non era) il solo ministro del governo Monti su cui pesa un conflitto d’interessi. C’è anche Corrado Passera, ex amministratore delegato di Poste Italiane e di Banca Intesa e oggi  vero uomo forte del nuovo esecutivo.

Conflitto_dinteressiCome Scajola, anche lui “non sapeva”. Non sapeva della Cricca degli appalti, di quelli che ridevano, pensando alla ricostruzione, la notte del terremoto all’Aquila. Non sapeva che qualcuno pagava per lui un hotel di lusso dove trascorrere le vacanze. In realtà nel governo Monti il professor Malinconico, sottosegretario alla presidenza del consiglio, non doveva proprio entrare. Per via del suo conflitto d’interessi: era presidente della Federazione degli editori. Di politici e di tecnici che “non sanno”,  che non si chiedono chi paga per loro, e a quale fine, è piena l’Italia. Ma Malinconico non è (non era) il solo ministro del governo Monti su cui pesa un conflitto d’interessi.

C’è anche Corrado Passera, ex amministratore delegato di Poste Italiane e di Banca Intesa e oggi  vero uomo forte del nuovo esecutivo. Attorno a lui si sta costituendo quel Grande Centro di cui l’Italia non riesce a fare a meno: e con la benedizione della Chiesa soprattutto; e di Casini, Fini, Montezemolo e Della Valle. La versione aggiornata di quel grande e incontrastato, senza alternativa, potere politico che ha governato il paese per tutta la durata della guerra fredda. Passera è probabilmente l’uomo che prenderà il posto di Monti in un futuro governo politico. È la tessera finale di un mosaico sul punto di essere completato. I veri poteri forti governano adesso. Non li accettiamo. O li accettiamo di malavoglia.

Quelli che approvano questo governo rigorista, che ha spremuto come limoni lavoratori e pensionati, che ha reso più poveri di quanto già non fossero non i disoccupati ma chi ha un lavoro, aprendo nel paese una drammatica questione occupazionale e salariale, lo fanno perché non c’è di meglio, perché la politica ha abdicato alla propria funzione e perché chi c’era prima ha creato solo sconquassi fino a portare il paese sull’orlo del default e al discredito internazionale. Chi l’accetta lo fa solo per questo. E lo fa malvolentieri. E lo ribadiamo perché è di un‘evidenza assoluta. Solo la grande stampa, espressione anch’essa dei poteri forti, ne decanta le lodi e descrive Monti non come un tecnico ma come un grande politico. Basta leggere gli editoriali di Scalfari. Monti incassa le lodi come incassa la stima di Merkel e Sarkozy in Europa.

Tira avanti e finge di non vedere il conflitto d’interessi di Corrado Passera, che possiede 7 milioni di azioni di Intesa San Paolo. Il potente ministro risponde a Milena Gabanelli sul Corsera di essersene liberato. Ma basta a chiarire la situazione, e tutte le ombre che potrebbero avvolgere la storia di un manager che lascia un’importante banca per fare il ministro? Ricordiamo che Intesa possiede il 20 per cento di azioni della NTV di Montezemolo e Della Valle (entrambi, guarda caso, sponsor del Grande Centro in costruzione), società che da gennaio dovrebbe entrare in concorrenza con Trenitalia. Anche Barbara Spinelli (Repubblica del 4 gennaio) ha qualcosa da rimproverare al ministro delle infrastrutture e dello sviluppo. Gli ricorda, in nome della verità e della chiarezza, la vicenda della vecchia Alitalia e della sua (di Passera: allora Ad di Intesa) collaborazione con Berlusconi.

Alitalia doveva proprio fallire? “L’integrazione con Air France – scrive la Spinelli – sarebbe stata più benefica: minori costi per lo Stato (per i contribuenti), minori costi per azionisti e obbligazionisti Alitalia”. Invece si scelse un’altra strada, con Nuova Alitalia che assorbì la fallimentare Air One di cui Banca Intesa era creditrice. Se la vecchia compagnia di bandiera fosse stata allora acquistata dai francesi, sul punto di riuscirci, i licenziamenti sarebbero stati 2120. La Nuova Alitalia licenziò ben 7000 dipendenti. Ombre che aspettano di essere dissipate. Linguaggio della verità che aspetta di essere parlato in quest’Italia che dai conflitti d’interessi non riesce proprio a liberarsi.

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