MAFIOPOLI/ Il sindaco di Trapani: “Non bisogna parlare di mafia.” E tra i suoi sponsor il senatore D’Alì, imputato per concorso esterno

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“Le manifestazioni sulla mafia? Meglio di no. I corsi di sui prodotti tipici locali? Ben vengano”. A pensarla così è stato alcuni giorni fa Vito Damiano, neo sindaco  di Trapani (Pdl), ex generale dei servizi segreti. Per Damiano “non bisogna parlare di mafia. Perché le si dà importanza. E poi i giovani si spaventano”. Chissà se in questa sua strampalata uscita abbia inciso l’appoggio politico offertogli durante la campagna elettorale dal senatore Pdl Antonio D’Alì, imputato proprio per concorso esterno in associazione mafiosa.

 

Vito Damiano – di cui Infiltrato.it già si è occupato – non è uno sprovveduto. La sua carriera professionale parla chiaro. Prima che si buttasse, da pensionato, in politica, Damiano era al vertice dell’Aise (ex Sismi). Niente di strano per un generale dei carabinieri. C’è un però. Di lui, infatti, ha parlato in un’interpellanza parlamentare nel 2009 Francesco Cossiga, altro uomo politico che di certo non è stato uno sprovveduto. Ebbene, l’ex Presidente della Repubblica allora denunciava alcuni strani contatti tra appartenenti dei servizi segreti italiani e la magistratura.

Cossiga, nel corso dell’interpellanza, citò anche alcune chiamate relativa al 13 novembre 2008. Il senatore denunciò la irritualità di contatti diretti tra appartenenti agli apparati di intelligence e magistratura, affermando che non a caso il contatto sarebbe avvenuto prudenzialmente non attraverso telefoni cellulari, ma grazie alla cabina telefonica presente all’interno della sede dell’Aise a Forte Braschi. Ebbene, Cossiga non fece i nomi dei magistrati. Ma fece quello dello 007 coinvolto. Appunto, Vito Damiano che, secondo il senatore, sarebbe stato il nuovo capo del controspionaggio all’indomani dell’era Pollari e degli scandali Abu Omar e Telecom.

Oggi però Damiano è fuori dai servizi segreti. A 59 anni ha deciso di darsi alla politica: alle scorse amministrative, con il 53% dei voti (12.309 preferenze) è diventato il nuovo sindaco di Trapani, una delle poche città conservate dal centrodestra. Ma la passione per la segretezza sembra non essergli svanita affatto. Scorrendo le 17 pagine del suo programma elettorale, infatti, non compare mai la parola “trasparenza”, né “democrazia”. Solo una volta “informazione”, ma riferita in realtà all’informatizzazione del trasporto pubblico; solo una volta la parola “partecipazione”, ma riferita non a quella attiva del cittadino, ma a quella economica del governo per la realizzazione del “Mercato del Pesce”.

Insomma, meno si è trasparenti meglio è. Meno si parla meglio è. Anche quando si tratta di mafia. La prima uscita pubblica del sindaco, infatti, è da guinness. In visita in una scuola alcuni giorni fa – in una terra ad altissima densità mafiosa com’è Trapani – sentenzia: “non bisogna parlare di mafia”. Perché? In questo modo “le si dà importanza. E poi i giovani si spaventano”. Proprio per questo sarebbe il caso, continua Damiano, di lasciare perdere le manifestazioni sulla mafia, “ben vengano – invece – i corsi sui prodotti locali”.

Ragioniamo. Secondo la bislacca tesi dell’ex generale se non si parla di mafia, la mafia non esiste. Il rischio per il sindaco è che dunque nel momento in cui si denuncia, si manifesta, ci si ritrova a parlare di mafia, si fa un favore enorme a Cosa Nostra. Si vede che Damiano, impegnato una vita a spiare e a contro spiare, non ha seguito le vicende storiche degli ultimi anni in Italia, vicende che testimoniano limpidamente come le criminalità organizzate – non ci vuole un genio a capirlo – preferiscano agire nel silenzio civile e sociale (quando, cioè, non se ne parla). Ed hanno timore proprio quando si denuncia, quando si parla, quando si lotta. Ne sono un esempio i tanti e tanti uomini che oggi (e ieri) vivono sotto scorta, siano essi giornalisti (Lirio Abbate, Roberto Saviano, Rosaria Capacchione et coetera), attori (Giulio Cavalli) o imprenditori che non si sono piegati al pizzo (Pino Masciari).

I dubbi, però, sul motivo di un’uscita così insensata per un uomo che ha vissuto i meccanismi istituzionali dal di dentro, non possono che crescere se si legano tali dichiarazioni con un particolare non da poco. Emblematico, infatti, è ricordare lo sponsor politico di Damiano durante la campagna elettorale. Stiamo parlando del senatore Pdl Antonio D’Alì, il quale è imputato non per un reato qualunque. Bensì per concorso esterno in associazione mafiosa per la gestione, tra le altre cose, di immobili confiscati alle mafie. Non a caso le associazioni antiracket di Alcamo, Marsala e Mazara, il centro studi di Palermo Pio La Torre e Libera si sono costituite parti civili nel processo (tra le accuse c’è anche quella di una fittizia vendita di un terreno con i potenti mafiosi del boss Messina Denaro).

Diceva Borsellino: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Probabilmente D’Alì e Damiano non sarebbero stati tanto d’accordo.

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