MAFIE LAZIO/ Ecco le prime condanne per 416 bis. Ma è emergenza nei commissariati di Cassino e Formia

Alle prime cinque condanne per associazione di tipo mafioso nel Lazio, che arrivano dopo trenta anni di silenzio e indifferenza, si contrappongono però i problemi di organico che ormai attraversano i commissariati di Cassino e Formia, dove operano appena due ispettori con precedenti incarichi in indagini antimafia. Attorno, il vuoto. E se l’associazione Caponnetto chiede interventi da parte delle istituzioni, rimbomba il silenzio del ministro della Giustizia Paola Severino, che sembra fare finta di niente.

 

di Viviana Pizzi

mappa_mafie_lazioIn casi come questi ci si chiede sempre, ma dove eravamo rimasti? Per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose a Roma e nel Lazio ci eravamo fermati all’appalto del sistema sicurezza della Regione Lazio a una società che non aveva il certificato antimafia. Nefandezza messa in campo dalla Giunta guidata da Piero Marrazzo e perfezionata dalla presidente dimissionaria Renata Polverini.

Ci eravamo fermati alla denuncia del presidente dell’associazione Caponnetto Elvio Di Cesare sull’indifferenza mostrata dalle istituzioni locali di Formia e Terracina sul problema. Lo stesso che aveva sottolineato che nonostante la mafia nel Lazio fosse una realtà “non c’erano mai state nel Lazio sentenze di condanna per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso”.  Riponendo però la sua fiducia nel nuovo procuratore di Roma Giuseppe Pignatone trasferito nel Lazio dove aver avuto lavorato con lo stesso incarico prima a Palermo e poi a Reggio Calabria.

 

LAZIO: ECCO LE PRIME CONDANNE PER 416 BIS

Dove siamo arrivati? A un mese dalla denuncia ecco che arriva la prima condanna per reati di natura mafiosa derivanti dall’articolo 416 bis. Finalmente un organo giudiziario riconosce che nel Lazio esiste ormai una cultura di tipo mafioso.  Le condanne sono arrivate anche per reati come estorsione, usura, intimidazioni, spaccio di droga e riciclaggio. E’ però il tipo di modalità riconosciuta che è diverso ed è relativo alla modalità della camorra e in particolar modo quella di Casal Di Principe.

Questo il computo delle condanne emesse: diciotto anni di reclusione a Pasquale Noviello e alla moglie Maria Rosaria Schiavone, la nipote del boss di Casal di Principe, Sandokan. Pene più leggere per i  loro uomini Agostino Ravese (9 anni), per il padre di Pasquale, Mario Noviello (5 anni), arresti domiciliari per Francesco Gara (8 anni), sette anni e sei mesi per Dario Flamini.

Che cosa hanno riconosciuto i giudici romani? Il teorema secondo il quale i due coniugi avevano ricevuto un ordine preciso dalla famiglia dei casalesi. Dovevano estendersi nel Lazio e creare una vera e propria base camorristica per i loro traffici e creare un giro di soldi molto fiorente. La zona da “colonizzare” cominciava dal litorale della provincia di Latina per finire a Roma e dintorni. I due, con l’aiuto dei gregari condannati, dovevano controllare economicamente attività lecite e illecite attraverso il classico metodo dei mafiosi

L’episodio chiave che ha provocato tutto questo è stato il pestaggio della proprietaria del ristorante Oasi di Cisterna picchiata dal Noviello per essersi rifiutata di cedergli un terreno dove portare a termine quello che si erano prefissati.

Le indagini iniziarono nel maggio 2010 quando la “cosiddetta cupola” di questa nuova camorra è sta arrestata.

Questa decisione – ha confermato il procuratore capo Giuseppe Pignatone –  darà nuovo impulso alle indagini antimafia già in corso nel distretto di Roma. Esprimo soddisfazione poiché la sentenza ha riconosciuto la validità dell’impostazione accusatoria e condannato gli imputati per il reato di associazione per delinquere di stampa mafioso, quali appartenenti ad un’associazione camorristica operante a Latina”.


 

LE CARENZE DI ORGANICO A CASSINO E FORMIA

Non è però una rondine che fa primavera: una prima condanna per reati di mafia serve soltanto a riconoscere che il problema esiste, nonostante il continuo negare delle istituzioni politiche della zona.

Ne è convinto Elvio Di Cesare dell’associazione antimafia Caponnetto che di recente ha presentato un nuovo esposto al ministro della Giustizia Paola Severino per denunciare “segnali inquietanti che ci pervengono sul piano dell’efficienza di molti presidi di polizia nel Lazio ma soprattutto nel Basso Lazio”.

Come si è mossa l’associazione? Ha sottoposto un piano di proposte impostato sulla richiesta di attivare, come ormai avviene in Campania da decenni, tutte le procure ordinarie (quindi non solo quella antimafia di Roma) sul versante della lotta alla criminalità organizzata.

Segnalando soprattutto la necessità che se ne occupino le procure di Cassino, Latina e Frosinone che per ora non lo hanno ancora fatto in maniera attiva semplicemente perché nel Lazio non è stata mai chiesta la delega per farlo.

Un altro problema però è stato posto e riguarda il versante della repressione dei reati: la carenza delle forze dell’ordine che spesso per problema di organico non sono in condizioni di supportare con strumenti adeguati le procure che si dovranno occupare di reati di tipo mafioso.

I casi in esame riguardano i commissariati della Polizia di Stato di Cassino e Formia, paesi ai confini con la Campania che meritano di essere presidiati al meglio per evitare che la camorra prenda ancora più piede.

Il “caso Cassino” da Roma sarebbe stato risolto con l’invio di un dirigente con lunghissima esperienza nella Dia. Senza però assicurargli l’apporto di uomini con l’esperienza giusta, senza mezzi da poter mettere in campo e senza nemmeno i computer e la carta per scrivere. Una situazione al limite dell’incredibile nel contesto di una procura che secondo l’associazione Caponnetto “va riorganizzata”.

Situazione simile per quanto riguarda il commissariato di Formia, dove ci sarebbe soltanto un ispettore arrivato da pochi mesi dopo una lunga esperienza nella Criminalpol di Roma, in grado di  portare avanti indagini complesse quali sono quelle che riguardano le nuove mafie. Gli altri presenti in organico nel loro curriculum non hanno mai annoverato indagini che riguardano il sistema camorristico ma non per questo non in grado di operare se ben diretti. Anche sul litorale laziale però, come all’interno, mancano i mezzi principali per operare. In un territorio in cui è stata accertata comunque la presenza di persone collegate al clan dei casalesi in altre inchieste dirette anche dalle procure campane come quelle di Napoli e Santa Maria Capua Vetere-

Così – ha assicurato Elvio Di Cesare –  si mandano allo sbaraglio quelle poche persone competenti in materia di indagini antimafia che stanno sulla piazza. Non vogliamo andare avanti per le ragioni che abbiamo sopra esposto ed anche perché stimiamo i due Questori, quelli di Frosinone e di Latina,  e siamo certi, pertanto, che essi vorranno risolvere i due casi con la massima sollecitudine possibile .Se dovesse esserci bisogno dell’intervento della nostra Associazione ai livelli centrali, ce lo si faccia sapere e noi siamo sempre disponibili perché siamo convinti che la lotta seria alle mafie non si fa declamando e raccontando la storia ma affrontando i problemi reali che hanno impedito ed impediscono di fare un’azione efficace contro di esse”.

Di strada da fare ne resta comunque ancora tanta, prima di tutto la formazione di quelle forze di polizia presenti sul territorio ma che non hanno mai operato in indagini di questo tipo.

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