MACCHINA DEL FANGO/ Da Impastato a Borsellino, quando anche la parola uccide

“Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato più sconfitte di Falcone, sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia se non fosse stato ucciso. Eppure ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza.Non c’è stato uomo la cui fiducia è stata tradita con più determinazione e malignità”

E’ Roberto Saviano, nella prima serata di “Vieni via con me” a leggere questo passo della lettera che Ilda Boccassini lesse al decimo anniversario della strage di Capaci. Un passo solenne, ma drammaticamente amaro: un eroe che ha combattuto contro il cancro italiano della mafia abbandonato da tutti, dalle istituzioni, dai colleghi, da quel pezzo d’Italia che avrebbe dovuto mostrare un briciolo di sensibilità in più.

mafia-silenzioD’altronde il fango che ha coperto molto spesso Giovanni Falcone è lo stesso fango che ha coperto l’impegno e il coraggio di molti altri che hanno sacrificato se stessi, la propria vita per la lotta alla criminalità organizzata.

Sono ben nove, ad esempio, i giornalisti morti sotto i colpi della mafie. Tra questi Peppino Impastato. Ci sono voluti 23 anni perché Peppino diventasse “morto di mafia”. Per 23 anni è stato solo il “comunistello” sovversivo morto per una bomba che lui stesso aveva confezionato: suicidio, così dissero. E il sangue sparso sulle pietre? “Sangue mestruale”, liquidarono i carabinieri senza fare alcun accertamento. Soltanto dopo 23 lunghi anni si stabilì che quel sangue era zero negativo, gruppo raro, lo stesso di Peppino.

Ma molti altri ancora sono stati uccisi due volte, prima dalla mafia, poi dalle calunnie. Così è stato, ad esempio, per Don Peppino Diana, ucciso a colpi di pistola nella sacrestia della sua chiesa. Alcuni hanno parlato di “vendetta passionale”, altri ancora hanno affermato che Diana conservasse “armi del clan”. Venne fatto passare come un “donnaiolo” o, peggio, come un “camorrista”. Quanto basta per infangare, ancora oggi, il suo nome, tant’è che l’anno scorso era in programma una fiction sulla vita del parroco. Mai andata in onda.

Ed ancora Peppe Fava, assassinato il 5 gennaio 1984. Cinque colpi dietro la nuca. Alcuni giorni prima di ucciderlo, Fava ricevette una gran quantità di ricotta e una cassa di champagne. “Nella simbologia mafiosa questi due elementi sono molto chiari – racconta Saviano – Dicono: ti ridurremo in poltiglia e brinderemo sulla tua bara”. Ma non bastava: Fava era ingombrante anche da morto. E allora via a delegittimarlo. Il giorno stesso dei suoi funerali, il sindaco di Catania dichiarò: “Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo”. Si tentò, ancora, in tutti i modi di deviare il corso delle indagini: si mise in giro la voce, addirittura, che avesse “tendenze pedofile”, che fosse un “puppo”, un omosessuale con un debole per i bambini. Nel corso degli anni furono indagati anche tutti i movimenti bancari di Fava, come fosse un criminale. Solo nel 1994, dopo dieci anni, venne riabilitato per via delle dichiarazioni di Maurizio Avola, un pentito che comincia a collaborare.

E come loro molti altri. Potremmo parlare di Giancarlo Siani, assassinato nell’85 a soli 26 anni dai sicari dei Nuvoletta. Per anni si pensò che a “condannarlo” era stata una relazione clandestina con la moglie del boss Nuvoletta, e solo nel 1997 la verità. O di Mauro Rostagno. Anche per lui si parlò di “torbide storie di sesso” e dopo ben venti anni si arrivò alla verità: le sue trasmissioni televisive, su reti regionali, “infastidivano”. O ancora Mario Francese, freddato la sera del 26 gennaio 1979. Fu il primo giornalista a denunciare la pericolosità dei corleonesi di Totò Riina. Eppure molti lo screditarono, sia in vita che da morto. Di lui si diceva che “amava le tesi a sorpresa”, che “quasi volesse far da suggeritore della pubblica accusa”, che spesso la sua era una “inutile sfida”.

Ecco: inutile sfida. Morti e poi infangati, poi calunniati, bistrattati. Si potrebbe pensare che, oramai, i tempi sono cambiati, che le istituzioni, coloro che sarebbero tenuti ad esser vicini a chi lotta e si espone,hanno coscienza del passato e, soprattutto, del presente. Siamo sicuri?

La mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta […] Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo giuro che lo strozzo”. Dichiarazioni di questo tipo non riabilitano, non onorano, non ricordano. Ma calunniano, infangano, abbandonano. E, in molti casi, uccidono.paolo-borsellino

No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando […] la lotta alla criminalità mafiosa viene sostanzialmente delegata soltanto alla Magistratura e alle Forze dell’ordine, perché si ritiene che sia un fatto esclusivamente di natura giudiziaria, mentre un fatto di natura esclusivamente giudiziaria non è, perché se non si incide sulle cause a fondo, sulle cause di questo particolare fenomeno criminale, ce lo ritroveremo sempre davanti. Questa delega rilasciata soprattutto alla Magistratura e alle Forze dell’ordine, che cosa ha provocato? Ha provocato soprattutto una sovraesposizione di Magistratura e Forze dell’ordine, cioè nella mentalità del criminale è chiaro che, eliminato il magistrato che si occupa di mafia o il poliziotto che si occupa di mafia, è eliminato l’unico nemico che avevano”. Paolo Borsellino.

 

 

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.