L’ultima pestilenza: l’isolamento elettronico

Come hanno fatto a convincerci che lavare e tagliare l’insalata fosse così atroce da pagare cifre per evitarlo? Come hanno fatto a convincerci che l’acqua fosse più buona se frizzava, se bevendo buttavamo gas nello stomaco come in un palloncino da gonfiare? Come hanno fatto a convincerci che masticare un pezzo di gomma condita con lo zucchero e coloranti fosse una cosa desiderabile?

di Alessandro Corroppoli

isolamento_elettronicoChe masticare delle cose salate e unte non identificabili ma sicuramente cancerogene fosse piacevole? Che gli odori chimici dolciastri fossero meglio dell’odore umano? Come hanno fatto a convincerci che dovevamo amare e sperimentare ogni novità, fosse pure il bagno nel petrolio o il mangiare immondizia? Come hanno fatto a lavarci il cervello a guisa di una pagina sbiancata col cloro, su cui i mercanti possono scrivere ogni giorno i loro comandamenti, sicuri che noi obbediremo?

Forse è stato quando ci hanno isolati, ammassandoci nelle città, dove viviamo come i maiali nei grandi allevamenti: tutti assieme nel frastuono e nel fetore ma ognuno immobilizzato nella sua gabbia. Ci hanno convinti isolandoci e, quando la solitudine è diventata totale, la televisione, la pubblicità, le parole del ‘malevolo’ sono diventate il nostro appiglio, il nostro legame con il mondo; sono diventate l’unico orientamento, l’unico credo e l’unica regola di vita. Più importanti e più vere delle parole degli altri esseri umani, di familiari e amici che non abbiamo più perché anch’essi sono telecomandati.

È la televisione che ci dice come vestirci, cosa mangiare, dove andare in vacanza, cosa è bene e cosa è male, chi votare e chi non votare, chi amare e chi non mare ecc…

Dalla pubblicità palese alla telenovela tutto ci indirizza verso il consumo, lo spreco e l’irresponsabilità. Televisione, riviste, giornali, radio, cinema, internet la rete con i suoi social network: ecco dove trovare la parola che ci indottrina. Come un prigioniero deve pur accettare la sbobba che gli porge il suo carceriere.

Il sogno della città, un mondo totalmente sottomesso e controllato, in cui nessuno possa essere diverso, ribelle anche solo nei comportamenti, libero almeno in parte. In cui nessuno possa scegliere come vivere.

In cui non esiste alcuna attività indipendente dal grande capitale.

Niente più artigiani, piccoli commercianti, artisti, operai specializzati ed esperti, librai, editori, meccanici, giornalisti liberi, capomastri, muratori, insegnati, registi e scrittori, pittori e piastrellisti e naturalmente niente più contadini.

Solo rotelle di un grande ingranaggio, collegati al terminale di un computer attraverso cui ricevere istruzioni, informazioni, schemi di lavoro.

Ordini da eseguire. Ordini a cui obbedire.

Si parla di biblioteche elettroniche, alcune già sono in funzione; di televisioni interattive e altre diavolerie varie…e a cosa servirà la scuola vera, le biblioteche e le librerie vere, i teatri  egli spettacoli e i cinema tra qualche anno?

Il sogno della città è eliminarli o, meglio, averli tutti in pungo. Tutta merce da vendere a tutti, e che li induca alla totale sottomissione.

Naturalmente non si può tornare indietro. Sarebbe quantomeno impensabile. La città non può rinunciare a ‘schiacci qualche bottone e hai una quantità di notizie, di comodità. E vuoi mettere la comunicazione in tempo reale?”

Anche il tempo è diventato reale. Per cervelli ormai viaggianti nell’irrealtà.

È impossibile, ormai, fare a meno del cervello elettronico: ha pervaso già la vita della città, come una ragnatela.

E poi, perché? Perché bisognerebbe rinunciare a questo strumento possibile, imprevedibile progresso? A queste nuove prospettive che si aprono alla civiltà umana?

Nebulose, imprevedibili, incommensurabili.

La caratteristica dell’elettronica è la velocità, il controllo, la centralizzazione ovvero il controllo del centro sulla periferia, l’impossibilità della periferia di controllare il centro. È l’intelligenza artificiale che va sostituire quella naturale. È l’alienazione della realtà materiale. È il distacco dell’uomo dall’uomo. Il distacco fisico, visivo, verbale.

È l’annullamento delle naturali facoltà sensoriali. Della comunicazione.

La città è nata per dominare: chiusi dentro le sue mura, che escludono il resto del mondo e lo guardano patire e morie con assoluta indifferenza, i cittadini consumano, sprecano, si stordiscono con i festini, mandano le loro milizie a vessare e saccheggiare le campagne e, aspettano, incoscienti e bagordanti, la prossima pestilenza che li sterminerà.

È stato sempre così. Nell’antichità, nel medioevo, nell’epoca moderna.

Solo che adesso la città domina il mondo intero e la prossima pestilenza, ovvero la solitudine omologata, potrebbe essere quella finale.

 

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