LEGGE ELETTORALE/ Mentre i leader pensano alle elezioni, ecco il nulla di cui si parla in Commissione

La campagna elettorale, a sei mesi dalle elezioni politiche, è entrata nel vivo. Tanto a sinistra quanto a destra. I partiti progettano, si accordano. Nel Pd ormai è guerra aperta tra renziani e bersaniani con l’incognita Vendola che potrebbe togliere voti ad entrambe le fronde. Nel Pdl Alfano cerca di riavvicinarsi a Casini allontanando l’idea di una ricandidatura del Cav. Nessuno, però, si preoccupa più di legge elettorale. E a leggere i resoconti delle discussioni in commissione appare più che evidente: l’obiettivo è ritardare la sua presentazione. In attesa di accordi più espliciti.

 

di Antonio Acerbis

camera_deputati_ansa_02Per unire il centrodestra Silvio Berlusconi è pronto a non ricandidarsi. Per non consegnare l’Italia alla sinistra occorre un gesto di visione e generosità degli altri protagonisti del centrodestra”. Ufficialmente ieri sera Angelino Alfano ha aperto ad un’alleanza con Pierferdinando Casini per “ricostruire il centrodestra italiano”. Quella dunque che sembrava una certezza – la ricandidatura del Cavaliere – sembra ora sfumare nel tentativo di recuperare voti cercando di creare una nuova coalizione con l’Udc. Ovviamente è meglio non illudersi: Berlusconi ci ha abituato più e più volte a improvvisi ripensamenti. Non c’è da fidarsi, dunque. Anche perché, come già abbiamo detto, molto dipenderà anche dall’esito del Processo Ruby. Né è da scartare l’ipotesi di un accordo che accontenti un po’ tutti. Tanto Casini, quanto il Pdl, quanto lo stesso Berlusconi: alleanza Pdl-Udc senza il Cav, con l’impegno dei centristi, però, a sposare l’ipotesi Berlusconi al Quirinale. In questo modo, infatti, Silvio Berlusconi avrebbe sempre la garanzia dell’immunità dai processi pendenti a suo carico (nei fatti, l’unica sua vera grande preoccupazione).

Ma se a destra si tenta la strada della riappacificazione per risicare qualche voto in più (soprattutto dopo lo scandalo Lazio), anche a sinistra la campagna elettorale è entrata ormai nel vivo. Nel Pd l’apparente tregua tra Renzi e Bersani non è durata che un giorno. Dopo il voto quasi unanime all’assemblea nazionale, a riaccendere il focolare ci ha pensato Stefano Fassina il quale ha accusato di plagio i renziani: avrebbero copiato pari pari il programma dei bersaniani. Si è arrivati, insomma, all’assurdo in casa Pd: tutti accusano tutti. Un gioco al massacro che, alla fine, potrebbe portare Nichi Vendola a prendere non pochi voti, rubandoli tanto all’uno quanto all’altro.

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Insomma, tutti i grandi leader pensano ad aprile prossimo. La scadenza delle politiche si avvicina e nessuno vuole sprecare le proprie carte. Peccato però che tutti stiano facendo i conti senza l’oste. Bene ha detto Antonio Di Pietro riguardo la sua non-partecipazione alle primarie: “come faccio a sapere se e come giocherò in una partita quando ancora non si conoscono le regole del gioco? Cosa competo a fare per diventare il candidato premier se c’è una legge elettorale che cancella i candidati premier? Che senso avrebbe fare le primarie mettendo insieme più partiti se poi uscisse fuori una legge elettorale che impedisce di andare insieme anche alle elezioni oltre che alle primarie?”. Il rischio, infatti, è proprio questo dato che, stando alle indiscrezioni, la bozza prevedrebbe che i partiti si presentino singolarmente alle urne. Ergo: le coalizioni verranno stabilite in un secondo momento.

Prospettiamo un possibile scenario. Mettiamo il caso che alle primarie vinca Nichi Vendola e che poi la riforma stabilisca quanto detto. Cosa succederà? Vendola dovrà traghettare nel Pd? Tesi assolutamente bislacca, come però allora lo sono a questo punto anche le primarie concepite e tenute prima della riforma elettorale: si potrebbe arrivare ad avere un leader che non sia del Partito Democratico e che, nel caso di una legge che mandi alle urne i partiti e non le coalizioni, non venga poi riconosciuto dagli stessi democratici, in quanto “non tesserato”. Il rischio, per quanto remoto, resta potenzialmente in piedi.

Il problema, dunque, resta uno e uno soltanto: la riforma della legge elettorale. E non è affatto un problema da poco. Come Infiltrato.it ha documentato, infatti, per apportare modifiche (su cui peraltro tutti sono d’accordo: la legge dev’essere cambiata) siamo fuori tempo massimo. Sono due grossi istituti a dirlo: l’Unione Europea e l’Ocse, entrambi concordi sul fatto che “si dovrebbe evitare di apportare modifiche poco prima delle elezioni“ e che dev’essere garantita la stabilità del diritto elettorale, “al fine di non apparire come oggetto di manipolazioni partitiche” (secondo il Codice di Buona Condotta Elettorale adottato dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nel 2003 il tempo minimo previsto tra l’adozione di una nuova legge elettorale e il voto è un anno).

Nessuno, però, sembra essere minimamente toccato da questo problema. Ora appare chiaro: si sta temporeggiando in attesa di accordi e alleanze più nitide e convenienti per poi ripremere sull’acceleratore in vista di un’approvazione lampo della riforma. Basta d’altronde andare a leggere i resoconti delle sedute di Commissione per rendersene conto. Negli ultimi giorni si sta parlando assolutamente del nulla. Si blatera della necessità di giungere ad un accordo. Senza, però, che nessuno faccia niente per concretizzare il “buono proposito”.

Leggiamo. Seduta del 2 ottobre. A parlare è il presidente di Commissione Carlo Vizzini il quale “rileva l’opportunità di favorire la ricerca di un consenso – il più ampio possibile – al fine di individuare entro la settimana un testo base per l’esame dei disegni di legge”. Gli altri interventi sono un continuo “concordare”. Il senatore Calderolicondivide l’opportunità di fare ogni tentativo” che vada in questo senso. Il senatore Quagliariello (Pdl) “condivide la proposta del Presidente”. Il senatore Bianco (Pd) “condivide la proposta di metodo del Presidente e prende atto che in Commissione si manifesta  la comune volontà di rimuovere gli ostacoli che finora hanno contrassegnato il dibattito”. E così via: la seduta, iniziata alle 14,35, termina alle 15,05. Trenta minuti in cui non si è detto altro che “giusto”, “conviene”, “bravo”.

Sarà stato fatto qualcosa in tal senso? Andiamo alla seduta successiva (e ultima), quella del 4 ottobre. A parlare per primo è il senatore Zanda (Pd) il quale “evoca la responsabilità dei partiti politici nell’imminenza di una discussione in Assemblea della riforma elettorale”. Dello stesso avviso anche Quagliariello che “riconosce a sua volta l’esigenza di adoperarsi affinché si determini un consenso ampio sulla riforma della legge elettorale”. Anche Calderolisi  augura che la Commissione convenga almeno su un documento che indichi le scelte di fondo su cui successivamente potrà svolgersi il dibattito e, di conseguenza, la redazione di un testo base”. A questo punto è un tripudio di complimenti. Prima Serra (Udc) che “apprezza la proposta di mediazione avanzata dal senatore Calderoli”, la quale addirittura ”reca suggestioni interessanti”; poi Peterlini (Udc) che “ringrazia il senatore Calderoli per la proposta di mediazione”.

Finora questo c’è: propositi di mediazione. Ma nel concreto niente. Eppure da mesi tutti sono d’accordo sulla necessità di modificare la legge elettorale. Ma si continua a temporeggiare. Ancora il tempo non è maturo. Perché ancora non lo sono le alleanze.

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