LEGA NORD/ Tra verginità e porcate, il rischio è quello di scomparire

di Carlotta Majorana

Il tentativo intrapreso dalla Lega di “rifarsi una verginità politica” utlizzando il governo Monti – come affermato da Umberto Bossi – appare sempre più patetico e disperato. I tempi della fedeltà assoluta e della compattezza granitica sono finiti per sempre se neppure nel giorno in cui Roberto Maroni sancisce la rottura della lunga alleanza con il PDL (il vero peccato originale) si fermano le polemiche interne.

Giancarlo Gentilini, il vicesindaco “sceriffo” di Treviso, non ha nessuna intenzione di nascondere sotto al tappeto la polverelega-nord-umberto-bossi-carroccio-monti-gianluigi-paragone--1321135388838 che s’è accumulata in questi anni. Gentilini, già distintosi per dichiarazioni razziste e omofobiche, ci va giù duro anche questa volta e afferma che la vera priorità è la legge elettorale “porcata”, augurandosi un intervento (per la verità improbabile) del governo tecnico in materia, per poterla fare finita con “la calata dei nomi dall’alto, anche nella Lega”. Sebbene in questa circostanza le parole di Gentilini possano essere considerate parzialmente condivisibili, appaiono paradossali se si considera che l’autore principale di quella legge fu l’allora Ministro per le Riforme Istituzionali Roberto Calderoli che, in spregio alla prassi che vorrebbe fosse un parlamento di nuova nomina a votare una legge elettorale, a fine legislatura mise insieme alla velocità della luce una legge poi approvata a colpi di maggioranza.

Fu dunque una legge su cui la Lega mise la faccia e la firma, una legge che le resterà “attaccata” per sempre, anche se in realtà fu fortemente voluta da Berlusconi, il quale arrivò a minacciare una crisi di governo qualora non fosse stata approvata. Quella legge elettorale rappresenta ancora adesso un argomento molto spinoso e molti l’hanno indicata come una delle cause che ha reso impossibile il ritorno alle urne, indipendentemente da spread e mercati. Definita dallo stesso Calderoli una “porcata” (appellativo poi ingentilito dal politologo Giovanni Sartori in “porcellum”), la caratteristica più impopolare e antidemocratica di quella legge è l’introduzione del sistema delle liste bloccate, che pure era presente in nel sistema elettorale precedente – il Mattarellum – ma solo per la quota proporzionale. Le liste bloccate hanno di fatto consegnato nelle mani delle segreterie di partito il potere di “nomina” dei parlamentari da eleggere, creando un grave problema di rappresentatività e di meritocrazia,  e alimentando un sentimento di frustrata e rabbiosa lontananza tra eletti ed elettori.

Le polemiche, inoltre, non sono affatto destinate a placarsi dal momento che il prossimo 10 dicembre la Corte di Cassazione dovrà pronunciarsi circa la possibilità di abrogare il porcellum tramite un referendum che, in caso di favore positivo, dovrebbe tenersi tra l’aprile e il giugno del 2012. Ma, per quanto importante sia la legge elettorale, non si tratta certamente dell’unico elemento che ha allontanato i legaioli duri e puri dal proprio capo. All’origine di tutto, c’è la stessa alleanza con il PDL ad aver deluso chi sperava nella secessione e detestava la “Roma ladrona” dove ministri e deputati leghisti hanno messo le tende per troppo tempo. In particolar modo, non è mai piaciuta la subalternità dimostrata dalla Lega nei confronti dell’ingombrante alleato in materia di giustizia, in cui, si sa, l’orientamento è sempre stato quello della logica ad personam.

I risultati ottenuti in cambio di tale subalternità sono sempre stati considerati troppo modesti, anche perché il magro bottino raccattato con l’appoggio al Lodo Alfano è stato la cancellazione del reato di associazione militare per scopi politici, che ha evitato il processo a 36 leghisti aderenti alla fantomatica “Guardia nazionale padana”. Un po’ poco, senza dubbio. Non è certamente un caso che la Lega abbia raggiunto il suo personale record di consenso nel 1996, quando si presentò da sola alle elezioni, raccogliendo il 10,4% dei voti a livello nazionali. Quella cifra la Lega non l’ha più vista (e probabilmente non la vedrà più), veniva quasi considerata un miraggio dieci anni dopo, nel 2006, dopo cinque imbarazzanti anni al governo (durante i quali dovette anche incassare una sonora sconfitta sul referendum costituzionale  per l’introduzione del federalismo sotto le mentite spoglie della devolution), quando la Lega incassò, peraltro in alleanza con l’MPA, un misero 4,6%. I successivi due anni all’opposizione rinvigorirono la Lega, riportandola all’antico splendore nel 2008, quando raccolse l’8,30% alla Camera e l’8,06% al Senato, ed è esattamente questo l’obiettivo, travestirsi da opposizione sperando che il fanatismo sulle sponde del Po faccia dimenticare di esser stati al governo.

Con i sondaggi che la danno in calo, la Lega non può giocare carte differenti: è costretta a parodiare se stessa, e ha già cominciato, sia con la diserzione dalle consultazioni, sia con la grottesca riapertura del “Parlamento padano”. E neppure ci crede fino in fondo, dato che tale riapertura è coincisa con la decisione – presa da Bossi in persona – di sospendere tutte le assemblee congressuali, alla faccia del dissenso interno. Quest’ultimo rappresenta, invero, una rogna in più. Per un partito come la Lega, che ha puntato molto sulle caratteristiche carismatiche del proprio leader, padre e padrone di anime, il problema della successione non poteva che assumere le sembianze di una lotta intestina in cui ci si guarda in cagnesco a distanza, vicendevolmente. Molti malumori si erano già diffusi quando Bossi, nel 2009, decise di nominare il figlio Renzo, diciannovenne pluribocciato, membro dell’Osservatorio sulla trasparenza e l’efficacia del sistema fieristico lombardo.

Renzo, poi divenuto un tragicomico simbolo del favoritismo politico, reso celebre dal mortificante soprannome di “Trota”, a distanza di soli due anni ha però già fatto una bella carriera, essendo stato stato candidato ed eletto nelle liste della Lega Nord per le elezioni regionali del 2010 (il più giovane consigliere regionale eletto in Lombardia). Il nepotismo sfacciato che stava dietro a queste decisioni, espressione della peggiore malapolitica da cui la Lega pretende ora di sganciarsi, non potrà essere rimpacchettato e infiocchettato per farlo passare per qualcosa di diverso. Anche perché il clientelismo familista non si esaurisce nel solo Trota, ma  coinvolge anche il fratello Franco (assistente parlamentare dell’europdeputato Matteo Salvini dal 2004 al 2009), e la moglie, Manuela Marrone, al centro di due polemiche differenti. La prima riguarda il doppio assegno che la signora intasca a carico dei contribuenti: uno per il suo status di baby-pensionata, a soli 39 anni, e  uno per il suo ruolo di fondatrice e insegnante nella scuola paritetica Bosina, scuola che nel 2008 è stata inserita dalla Commissione Bilancio del Senato – all’epoca a guida leghista – nel Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio, e che grazie a ciò ha beneficiato di ben 800.000 euro per lavori di ampliamento e di ristrutturazione.

La seconda polemica, invece, investe più direttamente il partito. In un articolo di Cristina Giudici, pubblicato a settembre sul settimanale “Panorama”, la Marrone viene descritta come “l’anima nera del movimento”, la vera burattinaia che sta dietro a nomine e incarichi, a vantaggio della famiglia (quindi del già citato figlio Renzo) e della cerchia sempre più ristretta di fedelissimi, e a svantaggio dei ribelli maroniani come Flavio Tosi o Attilio Fontana. L’articolo ha provocato un prevedibile sdegno da parte dei leghisti, che fanno quadrato attorno alla famiglia del leader, ma che però non riescono più a convincere nemmeno se stessi, figurarsi gli altri. La riconquista della fiducia, dunque, appare come una missione impossibile. Di certo non basterà il ricorso alle solite pacchianate, alla minaccia stantia di prendere “i fucili” per proteggere il Nord, all’anti-meridionalismo, alla xenofobia, alla tolleranza zero e alla demagogia da quattro soldi che negli anni hanno rappresentato l’unica, miserabile, cifra politica e intellettuale della Lega.

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