LEGA 2.0/ Maroni eletto al posto di Bossi, ma tace (ancora) sulla mafia al Nord e nel partito

Due giorni fa è arrivata l’elezione ufficiale di Roberto Maroni, nuovo segretario della Lega Nord. Quello che sembrerebbe certo è che l’era post-Bossi si ispirerà alla Lega dura e pura dei primi anni (alla Lega “potentissima” del 1989). Non a caso gli slogan a cui è ricorso Maroni sono gli stessi che si usavano anni fa. Populisti e demagogici come un tempo. Questione settentrionale, dunque, tema centrale. Peccato, però, che Maroni non abbia fatto nessun accenno alle ingerenze criminali al Nord e nel partito stesso. Cosa che – mai prima d’ora – è stata riconosciuta anche da Bossi stesso durante il suo intervento

di Antonio Acerbis

boss-maroni_lega_2.0Roberto Maroni è il nuovo segretario della Lega Nord. Questo si è deciso due giorni fa, durante il quinto congresso del Carroccio. È finita, dunque, un’era. La domanda, però, è un’altra: ne comincerà un’altra? E quanto diversa sarà dalla precedente? L’ex ministro degli Interni lo sa bene: è necessario un punto di svolta rispetto agli ultimi anni per recuperare tutto quell’elettorato andato perso tra scandali, mazzette e lauree comprate. “Non sarà facile recuperare la fiducia di chi non ci vota più – ha detto lo stesso Maroni – ma io ci credo”.

Quali le novità allora? Nei fatti, ascoltando il discorso di Bobo, nessuna. Tante promesse, tanti slogan, demagogia e populismo a iosa. Le verità, invece, rimangono taciute. Come se mai fosse accaduto niente. E allora eccolo Maroni che sale sul palco del congresso il cui slogan già la dice lunga: “via da Roma” perché  – aggiunge il nuovo segretario – dobbiamo “vincere la battaglia per l’indipendenza della Padania”. E per farlo una sola strada: “L’impegno della Lega è qua. Via da Roma può essere la strada e se sarà la strada, allora via da Roma”, che vuol dire “via dalle poltrone, via dalla Rai, via dai doppi incarichi”. Insomma, stessi slogan di un tempo: chi, dietro alle parole di Maroni, non ha rivisto almeno per un attimo l’infervorato Umberto Bossi dei tempi ormai andati. Né manca la scurrilità tanto cara al Senatùr. Soffermandosi ad esempio sulla “regionalizzazione dei debiti” (anche questa, promessa vecchia quanto la Lega) Bobo parla senza mezzi termini: “Per 15-20 possiamo anche pagare parte di quelli degli altri ma dopo – dice – fuori dai coglioni”.

Insomma, un fumo di nuovo che cela il vecchio demagogico che fa sempre presa. Almeno questa è la speranza di Maroni & co: Padania indipendente, federalismo, Roma ladrona et coetera et coetera. Basti pensare, come ha sottolineato ieri il nostro direttore, alle formule del discorso: «le imprese del nord», «il popolo di lavoratori», «i nostri».

Peccato, però, che lungo tutto l’intervento di Maroni nulla si sia detto sullo scandalo che ha investito Via Bellerio. E quando parliamo di scandalo non intendiamo (solo) i gioielli di Rosy Mauro e le lauree del Trota. Ma intendiamo innanzitutto le ingerenze malavitose e criminali nella Lega Nord. Nulla ha detto Maroni. A parlare, invece, contro ogni previsione possibile, è stato Umberto Bossi: ”La Lega non ha rubato niente – ha detto il Senatùr – io pensavo fosse troppo scemo il nostro amministratore per essere legato alla ‘ndrangheta. Se era così, però, chi lo sapeva lo doveva dire”. Anche se velato, questo è stato il primo riconoscimento di quello che in troppo pochi hanno notato nello scandalo Belsito. Uno scandalo che è innanzitutto sinonimo di ‘ndrangheta, prima ancora che di gioielli, ville e benzina pagata. La stampa è stata attratta, come sempre, da quello che conveniva.

Eppure sarebbe bastato leggere le carte processuali del Tribunale di Milano e di Reggio Calabria, nelle quali si ricostruisce tutto il meccanismo delle tangenti che ruota, oltreché a Belsito, anche attorno a Romolo Girardelli, un procacciatore di business in odore di ‘ndrangheta. Nella fattispecie, ricordavano i magistrati, Girardelli sembrerebbe essere un uomo della cosca dei De Stefanovisti gli accertati rapporti di frequentazione con soggetti di vertice della stessa, tra i quali Martino Paolo e Canale Antonio Vittorio” (il riferimento è al 2002, anno in cui Girardelli era indagato). Ebbene, leggendo ancora dai documenti del tribunale, ci si rende conto di come il legame ‘ndrangheta – Lega Nord sia stato ben più saldo di quanto si possa immaginare: Girardelli avrebbe potuto anche “agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso ed armata […] denominata ‘ndrangheta, presente ed operante sul territorio della provincia di Reggio Calabria, sul territorio italiano ed all’estero”. Dunque, non un legame superfluo quello tra Lega Nord e ‘ndrangheta, secondo i pm. Non solo. “Ampiamente accertata”, si legge nelle carte, anche la presenza di un gruppo di soggetti ”dipendenti o collegati alla figura di Girardelli”.

Potrebbe non bastare? Ecco cosa si legge in seguito: “sostanzialmente certa è quindi l’esistenza e l’operatività di un gruppo di soggetti protagonisti di un complesso sistema di ‘esterovestizione’ e di ‘filtrazione’, e quindi di riciclaggio o reimpiego, di capitali di provenienza illecita, almeno in parte verosimilmente riconducibili alle attività criminali poste in essere dalla cosca De Stefano a cui il Girardelli risulta collegato sulla base di pregressi accertamenti”.

Ebbene, tutto questo è stato taciuto da Maroni. Nessun riferimento alla ‘ndrangheta, alle indagini, a Girardelli. Anzi. Il nuovo segretario – e non è affatto casuale – ha parlato dei risultati raggiunti nella lotta alle mafie nel periodo in cui è stato titolare al Viminale: “Se il congresso mi eleggerà – ha detto – garantisco lo stesso impegno che ho messo negli ultimi tre anni nella lotta alla mafia”. Un paragone che è scivolato via. Ma in realtà, proprio per quanto detto, ha un’importanza strategica affatto di secondo piano.

Maroni il dissimulatore, dunque. Ben più importante del Maroni populista e padano. Ma, d’altronde, non è nemmeno la prima volta. Come non ricordare, ad esempio, quanto accadde dopo che Roberto Saviano osò raccontare una verità che era già sotto gli occhi di tutti, ovvero la presenza massiccia della criminalità mafiosa al Nord. Maroni non digerì quanto raccontato dallo scrittore. Eppure sarebbe bastato leggere i tanti rapporti della Dia, le carte delle indagini Tetragona e Minotauro (per citare solo le due più note) o, ancora, le tante informative sulle due opere mastodontiche di Expo e Tav.

C’è da sorprendersi allora? Assolutamente no. Anche per un altro motivo. Anche in questo sotterramento della verità, celata da slogan e da racconti mitici del “qui è tutto bello” e del “noi siamo tutti bravi”, c’è l’evidenza della linea col passato. Anche il Senatùr infatti non ha mai fatto cenno alle più che evidenti ingerenze delle criminalità al Nord. Non ha mai aperto bocca quando, nel registro degli indagati, erano stati iscritti numerosi amministratori leghisti, rei, secondo gli inquirenti, di aver concesso favori alle ‘ndrine. Tra questi spiccava Angelo Ciocca, uomo di punta della Lega Nord pavese, il quale avrebbe avuto “rapporti diretti” con Giuseppe Neri, boss della ‘ndrangheta in Lombardia: nella primavera del 2009 i due erano stati filmati dai carabinieri mentre si incontravano per discutere dello scambio di voti per favorire un candidato gradito alle cosche. E chi sarebbe stato questo candidato? Un altro leghista: Francesco Rocco Del Prete, candidato alle comunali di Pavia nel 2009 (poi non eletto).

Un legame, quello tra politica e mafie al Nord, dunque, che è vecchio quanto la Lega. Checché ne dicano i leghisti stessi. Era il 1987 quando nel Psdi veronese scoppiò il caso Emilio De Rose: l’allora ministro dei lavori pubblici venne accusato da Giancarlo Caldelli (leader dell’ala di minoranza dei socialdemocratici) di aver arruolato nel partito, sotto la sua egida, fior di malavitosi, di spacciatori di droga, di gente legata alla mafia e alla ‘ndrangheta e, addirittura, di frequentare soggiornanti.

Niente. Anche allora Umberto Bossi tacque su tali ingerenze. Per anni ci hanno cercato di far credere che il Nord fosse immune. Un’isola felice. Il Senatùr si è reso conto, con le sue parole al congresso, che così non è. Ci ha dovuto sbattere violentemente la faccia. E si è fatto male. Roberto Maroni fa ancora finta di niente. Continua a raccontare le favole della buonanotte al suo popolo. Ma sono pochi ora a credergli. Nessuno più crede al “vissero felici e contenti”. Sono rimasti solo Maroni e pochi altri a doversi svegliare.

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