L’EDITORIALE/ Stazione di Paola, Calabria: dal Tirreno allo Ionio, agli sbarchi per morte

La letteratura, il racconto, la parola. Immagini, suoni e tensioni di luoghi oppressi dalla ‘ndrangheta, da un potere cieco e folle. Abbiamo voluto pubblicare l’estratto d’un lavoro inedito di Emiliano Morrone, convinti che la lotta alle mafie, come sosteneva Paolo Borsellino, deve essere in primo luogo un movimento culturale. “Non mi fece alcuna raccomandazione il babbo, lì al vagone col vecchio logo delle Ferrovie; in lettere calcate da bollo dello Stato. Destinazione Paola, la città del santo Francesco, uno che fanculizzò il diavolo, profezia dell’orrore intorno…”

 

di Emiliano Morrone

Mario-Verta__In-attesa-alla-stazione-di-Paola_gIl caso della motonave Jolly Rosso, l’assassinio degli inviati Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il decesso del capitano Natale De Grazia, l’affondamento della Cunski e altri mercantili di scorie maledette, i giri della famiglia di ‘ndrangheta Muto; il processo “Omnia”, il destino segnato degli adolescenti: o fuori, dispersi, o briganti sbagliati.

Il sole del Tirreno temperava l’aria dell’addio. In fila sfatta, una moltitudine di bagagli con le loro storie e gente che guardava a caso, forse a fermare un ricordo, evadere.

L’attesa. Rammentai un racconto di mio nonno Emilio. Una galleria per rotaie apre la montagna paolana. Fu costruita col sangue di operai, uomini d’eroica incoscienza che al prezzo della vita permisero al progresso d’ingannarsi. Buca l’appennino, gabbando il passo cupo della “Crocetta”. In venti minuti, entrando dalla costa, il locomotore prende vera luce alle porte di Cosenza; ai lati paludi misere, erbacce salde. Sino al capolinea “Vaglio Lise”, stazione della città, dove il vuoto assume forma: una cattedrale verde: muri aggrediti dalla psoriasi e dalla lebbra, parcheggi sotterranei di spazzatura, siringhe e poveracci. Poi, i tassisti della piazza all’ingresso, senza corse da cent’anni: vivono di briscola, caffè, lavaggi delle macchine. Episodi di caccia e funghi, proiezioni sulle turbine dei motori, dai cavalli frattanto ridotti. Dentro la cattedrale un bar, il tabellone delle partenze scassato come gli orari, chiusa la cappella; edicola e polizia coi giornali sul mondo e il pallone, bagni di laghi di piscio e merde di varia fattura. Un chiosco, infine, con tabacchi, accendini, cartine, tic tac e gomme da masticare. Diametrali, le biglietterie del treno e del bus. Dove a lavorarci t’addormenti, o t’alieni coi solitari del pc. Italia del Sud, l’inutile sposa l’abbandono.

A breve distanza, nel tratto finale della ferrovia Paola-Cosenza, si vede a destra, in alto, l’Università della Calabria; lunga, color “Marassi”, opera di Vittorio Gregotti. La fabbrica degli sfollati, istituita nel Sessantotto: un campus post-moderno, mense, sale, dotazioni e studenti destinati a migrare. Mentre appena usciti da “Vaglio Lise”, negli anfratti tra il fiume e la statale, rom e altri nomadi si contendono il primato della disgrazia, accampati con nulla e malarie, ammassati come girini senza coda.

Stavo lì a osservare l’esodo dalla mia terra, divenuto normale. Alla stazione di Paola, annunciata dall’ufficio movimenti in parlato quasi calabrese; a ripetizione.

L’immobilità delle cose era tale che credetti d’essere a Gerusalemme, nel pericolo d’una bomba. L’espresso per Roma tardava regolare. Centociquantasei minuti indietro. Da Palermo. Decisi, pertanto, di rimediare con un caffè, giusto per aumentare l’agitazione di quel giorno epico, interminabile. Domandai a una signora di controllarmi le borse, certo della sua scrupolosità. «Sicuru, figghju», rispose.

Nessuno ti ruba, in questi posti, giù da noi. Come una solidarietà antica e sacra si perpetua nelle partenze del mio popolo; immemore, ormai, della «valigia di cartone», Novecento, e delle sue braccia schiavizzate, sepolte nel carbone di mille Monongah, la più grande tragedia mineraria americana. Fatale per centinaia di calabresi.

Sopra i traffici del barista campeggiava una statua del santo Francesco col bastone; severo. La leggenda vuole che coi frati ci traversò lo Stretto di Messina, usandolo come vela sul mantello disteso all’acqua.

Col pensiero ai nostri corpi vagabondi, m’interrogai sul senso ultimo di quel copione secolare: se vi fosse remota legge in codici, un segno da scorgere nel non scritto, qualcosa a spazzare la conclusione d’un dio lontano; o vicinissimo alla diaspora, e bisognoso di muoverci per divertimento, di traviarci come ebrei d’Egitto e salvarci inghiottiti dal mare.

Dopo mi venne che questo dio potesse essere complice, forse soltanto sottomesso alla ‘ndrangheta; il nome altisonante della vigliaccheria organizzata, un pretesto per giustificare eccidi e fallimenti, foraggiando l’industria del pilatismo sociale.

Perché «’ndrangheta» è il più astratto dei concetti; e quasi ci annulliamo all’emozione di una strage, di una sparatoria, di un atto criminale fuori dell’umanità, della fantasia, di ogni logica. Deboli, incantati, inconsapevolmente celebrativi.

Perché nella ‘ndrangheta sono fra loro in guerra, scappano dallo Stato che non tratta sulla vita. Perché di Morabito, Iona, Arena, Vrenna, Russelli, Pelle, Condello, Bellocco, Piromalli e gli altri che hanno fatto denaro nel sangue ci colpisce l’evidenza, la crudeltà, l’astuzia. Mai l’irrequietezza, la paranoia, la paura matta di se stessi; nonostante i loro bunker, le armi, i deliri, l’idea schizofrenica del potere: volontà d’esercizio immediato, sino all’assoluto, e disegno organico per alimentarlo sicuri. Perché gli «’ndranghetisti» non sono uomini: il bisogno di dettare legge gli brucia i neuroni più della coca che li arricchisce e devasta.

Saranno abili, lo sono; capaci d’arrivare ovunque, corrompere, comprare. Truccare le partite, aggirare le regole, scriverle. Saranno moderni, eleganti, collegati, connessi. Tecnologici, ammanicati, persuasivi, istituzionali. Sapranno gestire, accordarsi cogli spietati colombiani dei «cartelli», i messicani, gli afghani, gli svizzeri. Ma saranno sempre ciò che noi vogliamo che siano, perché la politica, di nostra scelta, è diventata un porto sicuro, mentre la nave affonda in tempesta.

Bevuto il mio caffè cremoso e nero, tentai di respingere riflessioni del genere, in piena adolescenza insane. Andai verso l’atrio della stazione, affacciato a uno spiazzo di parcheggi in terza fila. Il mio treno lontano, probabilmente più dei miei interlocutori, immaginari e assenti.

Vidi sulla sinistra il posto di polizia, immancabile nei pressi del mare. Mi sentii protetto, in qualche modo, e poi terribilmente solo. Quell’edificio dell’Ordine, più recente delle attempate case circostanti, sembrava baluardo del tempo, giù scandito dagli agguati e dai delitti, sullo sfondo l’esilio in ferrovia; cogli espressi, i rapidi e i veloci inseriti in una modernità stagnante, l’altra faccia dell’Europa unita.

Cercai una cabina telefonica per chiamare il professor Mauro Minervino, che tradusse By the Ionian Sea, dell’esploratore George Gissing, pubblicato agli albori del Novecento. Minervino aveva insegnato antropologia culturale a mia sorella Daniela; avevo assistito appassionato a una lezione.

Era un esperto dell’arretratezza calabrese: sapeva come e perché alla nostra terra era stata negata la luce della Rivoluzione. Se Gissing era riuscito a penetrare angustia e superstizione della Calabria primitiva, Minervino si era spinto molto in là, da ricercatore del luogo, con l’occhio del combattente rimasto in trincea; resistente all’espresso, al rapido e al veloce della fuga.

Ci eravamo conosciuti in un corridoio dell’università di Cosenza, ironizzando sulle ragioni del viaggio di quel romanziere inglese, testimone imparziale dell’attesa d’una gente in povertà.

Proprio l’attesa, non un mero traccheggiare, è il dramma storico di questa regione: l’attesa della svolta, l’attesa del passaggio, l’attesa di un’azione, l’attesa di possibilità, l’attesa di giustizia – come «l’Antonello» di Corrado Alvaro dice in Gente in Aspromonte: «Finalmente potrò parlare con la Giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!».

Minervino si precipitò da me, intento a osservare la città, inerpicata come a preservarsi da un mare inquieto e minaccioso. Avemmo il sentore d’una catastrofe, ma non sapemmo individuarne origine e portata. Forse fu solo la suggestione del momento, insieme pesante e necessario. Forse entrambi ci eravamo fatti trasportare, ciascuno per conto proprio, dall’ardore del riscatto collettivo, della terra, della storia; ritenendoci parte viva, latori di rabbie congelate. Forse ci tradì una letteratura adattata alle circostanze: «E come quei che con lena affannata/ uscito fuor del pelago a la riva/ si volge a l’acqua perigliosa e guata…». Forse ci coinvolse il nostro complicarci la vita con salti di tempo, di spazio e fantasie da visionari. Forse fu l’innata presunzione di voler interpretare tutto, analizzare, spiegare, padroneggiare; forse semplicemente la nostra finitezza davanti al corso delle cose, nell’illusione di poterle prima o poi cambiare, fuori o dentro la Calabria.

Parlammo ancora dello Ionio, o dello Jonio, benché fossimo sulle rive del Tirreno; seduti casualmente a guardare le onde del mare, a pochi passi dalla spiaggia. E ci rasserenammo in certo modo.

Citai l’avventuriero Pitagora, alla ricerca della suprema legge numerica. Stavo ultimando un racconto scritto sul presunto inventore del teorema dei triangoli, esoterico. Anche questo poteva riguardare l’attualità della Calabria, il rapporto, quasi geometrico, fra ‘ndrangheta, politica e massoneria deviata. Non ce lo dicemmo, seguitammo a ricordare il passato remoto.

Gli venne un’impresa femminile nella vicenda della ionica calabrese. Prigioniere di achei ne bruciarono le navi lungo un fiume per lo Ionio, in attesa che gli uomini tornassero, alla ricerca di viveri. Le donne ne placarono la furia colmandoli di baci, e alla pari rimasero in quel posto. Infatti, avrebbero vissuto da schiave, se fossero rientrate nelle regioni dell’Egeo. Da lì, il fiume fu chiamato «Neaithos», che significa «navi bruciate». Oggi lo conosciamo come «Neto»; attraversa la piana calda di Belvedere Spinello, territorio di Guirino Iona, al carcere duro. Probabilmente dalla zona arrivò l’ordine d’ammazzare Antonio Silletta, mio compaesano, sparato e poi bruciato; morta la madre di crepacuore, indifferente la nazione di Cogne, cosce e sconcezze.

Alla foce del Neto, il miliardario israeliano David Appel voleva realizzare un enorme villaggio turistico, «EuroParadiso», lusso d’infinito cemento, devastazione d’una tra le più belle aree del Mediterraneo, peraltro protetta e strategica per acque e posizione. Lo riporto adesso, incredulo rispetto alle carte: il pm Pierpaolo Bruni – contrario ad archiviare la posizione del guardasigilli Clemente Mastella nell’inchiesta Why not, tolta di forza al sostituto Luigi De Magistris – ipotizzò la corruzione di Emilio Brogi e Aldo Cosentino, capo di gabinetto e alto dirigente al ministero dell’Ambiente, in una faccenda di supposti ‘ndranghetisti in grado di condizionare le istituzioni con mazzette o minacce; sino ad arrivare a funzionari dell’Unione europea. L’operazione di Appel avrebbe fatto gola a dubbi appartenenti all’armatissima cosca Russelli, della ionica crotonese. EuroParadiso sarebbe sorto lungo una costa inquinata, negli anni del piombo, dal sogno ottuso dello sviluppo chimico, su cui speculò un pezzo di finanza d’alto bordo.

Minervino ragionò sulla doppiezza della Calabria. Sull’andirivieni di umani sbarcati «a Crotone o a Palmi, a milioni, vestiti di stracci asiatici» e di «camicie americane». Uguali a noi; «essi sempre umili»; «essi sempre deboli»; «essi sempre timidi»; «essi sempre infimi»; «essi sempre colpevoli»; «essi sempre sudditi»; «essi sempre piccoli»; «essi che non vollero mai sapere»; «essi che ebbero occhi solo per implorare». Come nella «Profezia» di Pasolini.

Già arrivavano dalle Afriche e dall’est. Coi loro fardelli di brandelli, le facce solcate dalla sopportazione, in fuga dal nulla per nulla. A respirare l’aria delle periferie di Cosenza, della piana di Gioia Tauro o della schiacciante Cutro, la stessa dei loro campi di sterminio e fame; a vivere la guerra, la morte d’una terra straniera, per agognare la tregua dei loro corpi ambulanti, degli animi errabondi, radici e vite spezzate. Avrebbero mai immaginato di trasformarsi in corrieri della droga, in macchine raccoglitrici di pomodori, in servi maciullati dalla ‘ndrangheta, barattati dallo Stato?

No. Ma sapevano che in Calabria si spara ogni giorno, si preda, si lucra, s’infossa la libertà, la coscienza, la dignità; che impera il cannibalismo più feroce e civile è il silenzio tombale al nostro inferno consacrato. Come sapevano che eravamo straccioni sulle navi per l’America, un secolo, cinquant’anni fa; che dormivamo coi topi tra le feci e le larve, per guadagnarci il pane e badare alle famiglie. Forse quell’esempio li sorreggeva nell’angoscia, e la nostra «attesa» si faceva la loro.

L’antropologo Minervino si soffermò sulle tribolazioni di quei cristi musulmani, animisti, ortodossi, protestanti scacciati dal tempio, la cui superstizione e religione coincidevano nei viaggi sopra zattere di ferraglia od aria, legni infradiciati e stoppa.

 

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