L’EDITORIALE/ Manovre, logge e disperazione: interveniamo adesso o è la fine

Con la Manovra di Tremonti s’è tornato a parlare della Casta, su cui Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo scrissero l’omonimo libro, Rizzoli, maggio 2007. L’inchiesta ha determinato nella coscienza collettiva un progressivo sdegno per gli sprechi di risorse statali, legati allo specifico status istituzionale. Da allora, però, il Palazzo, di pasoliniana memoria, ha difeso strenuamente i suoi privilegi, spacciandoli come «prerogative», di là da ogni buon senso.

di Emiliano Morrone

parlamento-in-bianco-e-nero-Da Irene Pivetti, ex presidente della Camera, al ministro della Difesa Ignazio La Russa; dal “responsabile” Elio Belcastro – che ignorava la vicenda del capo dei Ros, il generale Giampaolo Ganzer, rimasto al suo posto benché condannato in primo grado a 14 anni per traffico internazionale di stupefacenti – al sottosegretario leghista Roberto Castelli o al dalemiano Nicola Latorre, in troppi hanno predicato in favore di scudi e prebende ai pubblici poteri. Con poche, coerenti eccezioni.

Negli anni, la distanza tra il Paese reale e quello dei balocchi, blindato nelle stanze romane dei bottoni, è cresciuta esponenzialmente. E non hanno cambiato le cose scioperi, proteste, suicidi di disperati senza lavoro.

L’Italia sta nel baratro, ed è imperdonabile che, nel pieno dello scandalo P4, il ministro Tremonti – su cui pesa come macigno il suo rapporto con l’ex consulente Marco Milanese, deputato Pdl – abbia presentato un piano di risanamento a spese di deboli e malati. Si tratta d’una manovra, così è chiamata con l’enfasi dei bugiardi, che chiude l’orizzonte delle nuove generazioni e polverizza in un baleno lo Stato sociale, salvaguardando ricchi e lobby.

Nessuno può scommettere sulla capacità di tenuta del sistema italiano, fondato sul risparmio privato. Nessuno può dire se finiremo come la Grecia o sopravviveremo alla speculazione. Non c’è lavoro perché la ricchezza non è distribuita equamente, perché la corruzione è alle stelle, gli investimenti nulli, l’istruzione e la formazione sepolte dall’ignoranza e cecità nel governo e in parte dell’opposizione. Non c’è lavoro perché la Casta della politica, della finanza e delle banche sta rubando anche il respiro al popolo italiano, incapace di reagire e di superare gli sfoghi rabbiosi sui social network; spesso indotti ad arte per aumentare la disgregazione  politica della società.

Adesso occorre recuperare con urgenza una direzione: non è pensabile andare ciascuno per proprio conto, facendo d’ogni erba un fascio e sciupando la tensione politica e l’energia intellettuale degli ultimi referenda. Le priorità sono, a mio avviso, il discernimento critico circa l’azione politica alla Camera e al Senato, la riduzione del numero dei parlamentari e l’abolizione dei loro vitalizi, indennità, benefici. E subito il varo di un’altra legge elettorale che permetta al popolo di scegliere i suoi rappresentanti. Non più amici degli amici, faccendieri, filibustieri o, peggio, membri della mafia.

 

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