L’EDITORIALE/ Contro il nucleare: non è più tempo di perdere tempo

Siccome dopo Fukushima c’è troppa emotività, Berlusconi ha deciso di sospendere il cammino del governo verso il nucleare. Adesso, ha confessato, la vicenda gli farebbe perdere il referendum contro l’energia atomica. Resta solo una strada. Scendere in piazza e pretendere di votare come stabilito con data fissa dagli organi dello Stato. Altrimenti vince la dittatura. E non è più il tempo d’ iperboli ed ironia. Non è più tempo di perdere tempo.

 

di Emiliano Morrone

TetsuyaIl Cavaliere la vuole, l’energia nucleare, dice che l’Italia non potrebbe farne a meno; che, rinunciandovi, sarebbe condannata al buio, al freddo e all’immobilità, sprofondando nell’arretratezza e nella miseria. E giù col mostro del comunismo, sepolto a Berlino ma pronto a risorgere da un’aiuola verde oliva.

Il presidente del Consiglio – che, fabbricandola, ha sempre la verità – stavolta non ha mentito. Compreso il pericolo della sconfitta su nucleare, gestione dell’acqua e, in primo luogo, legittimo impedimento, ha sospeso l’iter per le centrali in Italia, dichiarando che farà poi, quando l’inesistenza di rischi sarà certificata dalla scienza.

Al momento, la preoccupazione del Paese e del mondo è troppo alta: tutti, anche lo scomparso ragionier Patò di Andrea Camilleri, capiscono l’impotenza umana rispetto alla fuga di radiazioni, imprevedibile nell’era del dio Google. Ogni tesi, ora che l’attenzione è alta e fresco l’episodio  del Giappone, rimanda ai danni irrimediabili del nucleare, all’inquinamento planetario di Chernobyl, alle immagini dei corpi modificati dai tumori, degli abitati deserti di Ucraina e Bielorussia; al seguito della catastrofe in Europa. Qualsiasi discussione rinvia alle tragedie causate dalla forza della natura: ovunque esiste una L’Aquila. E la scienza, sia obiettiva che prezzolata, può nulla rispetto alla paura. Umana e preziosa.

In ogni caso, la scienza dovrebbe esprimersi con cautela: innanzi all’incertezza, la vita non può essere subordinata all’economia.

Altro il punto, però: o l’energia nucleare è pericolosa o non lo è. Ab origine. E occorre stabilire quali sono i parametri per il verdetto finale. Tra questi non può esserci l’anno sabatico, come vuole Berlusconi, proiettando l’illusione che, col progresso scientifico e tecnologico, avremo nuovi sistemi nucleari, pressoché perfetti.

Il metodo che pratico si chiama epistemologia, una disciplina che Umberto Veronesi finge d’ignorare a quasi ottantasei anni. L’oncologo milanese è diventato il cavallo di troia dei nuclearisti pidiellini, per i quali Berlusconi è, parafrasando Giorgio Gaber, «più esatto di una Sweda». Sono quelli che – di là dalla balla spaziale della nipote di Moubarak, di cui sono consapevoli – cadono per opportunismo sulla supercazzola del professor Tetsuya e delle centrali Jarrett (qui il link al video); in una burla, garanzia dell’assoluta sicurezza dell’energia atomica. Tetsuya è il pilota del Grande Mazinga, Jarrett il più noto pianista jazz.

Sopra la scienza, però, deve stare la politica. Conviene il nucleare? Ad oggi manca l’alternativa? La Germania risponde «no» a entrambe le domande.

La tecnocrazia del post-moderno, che usa idioti e ignoranti di palazzo come megafoni della menzogna, ha persuaso le masse che nulla è praticabile, se non lo afferma la comunità scientifica. Quasi sempre americana e troppo spesso promotrice, per esempio, della salutare chemioterapia.  Di conseguenza, tutto ciò che validano gli esperti istituzionalizzati è producibile, fruibile. ll vegetariano nucleare Veronesi dovrebbe saperlo, ma non ci dice delle fonti pulite, dei loro vantaggi, dei loro costi in dollari e per l’ambiente. Tacciono, nel merito, gli amici di Moubarak, della nipote e del colonnello Gheddafi.

Resta solo una strada, in seguito alla gestione del potere di Berlusconi e del suo governo. Specie dopo l’imbroglio sul referendum nucleare. Va organizzata al più presto una grande manifestazione. Dobbiamo scendere in piazza e pretendere di votare come stabilito con data fissa dagli organi dello Stato. Altrimenti vince la dittatura. E non è più il tempo d’ iperboli ed ironia. Non è più tempo di perdere tempo.

 

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