L’EDITORIALE/ Africo, la capitale

Domenico guarda curioso dentro la telecamera. L’occhio in una specie di caleidoscopio che gli ricorda le sorprese dell’uovo di Pasqua. La realtà gli appare forse più colorata: il blu ridipinto del Sud e i fiori porpora del giardino a scuola, mare bianco all’orizzonte. Gli sembra d’inventare un altro spazio con lo zoom: accorcia, allarga, cambia il campo visivo. Come a preservare la sua Africo (Reggio Calabria) dai rapporti inquieti della stampa.

 

 

di Emiliano Morrone

panorama_visto_da_africo_vecchioSebastiano è più piccolo, sguarnito, sorriso pieno e ancora bambino. Ama le caprette, racconta Nancy, la psicologa del gruppo. Trucca lo scooter il ragazzo, sa di motori e marmitte speciali. «Se lo Stato mi desse lavoro, sarebbe meglio della mafia», risponde a Gisella, educatrice di Exodus. In questa esigenza, chiara come nient’altro, è la chiave di un’opera iniziata, enorme, più importante degli arresti della Distrettuale. Lui, come i compagni, viene da una realtà difficile, in cui è inevitabile istruirsi per strada. Una strada deserta: non v’è traccia dello Stato e il Made in Italy di Ferrari in giro si lega presto al marchio dell’onore. Simona, minorenne, sta in una casa famiglia. Timida, rimane in disparte nelle attività cogli altri. La donna ha un ruolo, in quest’angolo di mondo: deve obbedire, crescere i figli e contenersi.

Siamo alla punta estrema della Calabria, nella locride, la terra del mio conterraneo Corrado Alvaro, autore di Gente in Aspromonte, spaccato perfetto della povertà e impotenza d’un popolo.

Per un attimo, giocando a calcio con questi ragazzi, storie pesanti, vite segnate, mi viene in mente la foto di Giovanni Strangio alla stazione di Duisburg, occhi sospesi tra la durezza imposta e un velo d’innocenza opaca. Penso, come mio “fratello” Biagio, che se avesse avuto qualcuno, una possibilità, il contesto adatto, non avrebbe sognato di fare l’eroe della ‘ndrangheta internazionale, trasformandosi in ricercato numero uno, preso e alle sbarre.

Siamo ad Africo, caldo e desolazione d’Africa. Qui, don Antonio Mazzi sta portando avanti un progetto contro la dispersione scolastica. Si chiama “Don Milani” e c’è pure a Milano, dalle periferie dure, oggi colonizzate dagli imprenditori della polvere; vedi viale Montello, i policastresi. I collaboratori di Exodus, la fondazione del sacerdote già presente da un decennio, lavorano con tredici ragazzi, ormai cresciuti ma con problemi di apprendimento. È una scuola viva, senza cattedra, fatta di umanità e interazioni, sentimenti, esperienze. Il sapere ha forma. Anzitutto nelle relazioni, nella conoscenza dell’altro che si sperimenta ogni giorno, sempre in modo diverso.

Siamo ad Africo, il paese di don Peppe Morabito, al 41-bis, ritenuto uno dei boss più in alto della ‘ndrangheta. Cammino con Alessandro, mio amico e collega, per sentire l’aria solare e pesante di questo luogo magico, dove il progresso compare a tratti e ogni scorcio riporta a un antico da sondare. Anziane bardate di nero avanzano piano, curve e riservate. Ci ferma un uomo, il fratello di don Morabito. Gesticola, saluta ampolloso, ci invita a un caffè nell’unico bar, credo. Ne abbiamo già presi troppi; ricambiamo i modi, proseguiamo sino alla statale 106, l’arteria ostruita che arriva a Locri e, più a nord, raggiunge Steccato di Cutro e Isola Capo Rizzuto. Altre geografie, scenari differenti.

Un attimo per fare il punto, ammirare il cielo d’un azzurro spiazzante, rimanere muti rispetto all’immensità e brevità dell’esistenza. Effetto Calabria. E Africo è la capitale di un’Italia che non c’è, ma che possiamo costruire. Fuori delle retoriche, delle divisioni della politica, delle ossessioni della tv, delle ideologie del mercato e dei media. Dentro quella telecamera tra le mani di Domenico, puntata su una realtà vera, di cultura praticata e fatica, pedagogia e speranze. Laddove la stampa non vuole arrivare.


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