LEA GAROFALO/ Quando la ‘ndrangheta uccide per “passione”

di Serena Verrecchia

A Milano, il processo per la scomparsa della collaboratrice di Giustizia Lea Garofalo, che vede imputati Carlo Cosco e altre cinque persone ritenute vicine ad una cosca del Crotonese, si avvia alla conclusione. Ieri mattina è stato sentito Carlo Cosco, che ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee. Il pm milanese Marcello Tatangelo esclude l’aggravante mafiosa, perché specifica che “gli imputati e l’ex convivente della collaboratrice di giustizia sciolta nell’acido avrebbero agito spinti da una serie di motivazioni e non da un unico fine”.

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Si avvia alla conclusione il processo agli imputati per la scomparsa della testimone di giustizia Lea Garofalo, avvenuta nel novembre del 2009 a Milano.

Secondo il pm Marcello Tatangelo non esisterebbero i presupposti per l’aggravante mafiosa, in quanto la ‘ndrangheta costituirebbe solo uno “sfondo” in tutta la vicenda.

Lea Garofalo, sorella del boss di Petilia Policastro (Kr) Floriano Garofalo, ucciso in un agguato l’8 giugno del 2005, inizia a collaborare con la giustizia già a partire dal 2002, parlando degli omicidi di stampo mafioso consumati a Milano alla fine degli anni Novanta.

Fornisce, in particolare, essenziali informazioni sul ruolo svolto da Floriano Garofalo e da Giuseppe Cosco, fratello del compagno Carlo, nell’assassinio del boss Antonio Comberiati, e sul traffico di stupefacenti diretto dai fratelli Cosco a Milano.

Nel maggio del 2009, riesce miracolosamente a scampare a un tentativo di sequestro nella casa dove viveva con la figlia Denise, a Campobasso.

Secondo la Procura di Campobasso, che considerò le testimonianze di Lea Garofalo, Carlo Cosco avrebbe mandato Massimo Sabatino a bussare alla porta della compagna, con l’intenzione di sequestrarla. Per il Tribunale di Campobasso, Carlo Conso e Massimo Sabatino sono colpevoli di tentato sequestro della testimone di giustizia Lea Garofalo, con l’aggravante mafiosa, in quanto, secondo il giudice per le indagini preliminari Teresina Pepe, “è possibile affermare che Cosco avesse un interesse concreto sia a vendicarsi di quanto la Garofalo aveva già detto, sia ad evitare che potesse riferire altro”, tenendo presente che la donna era stata chiamata a testimoniare in un processo a Firenze, dove avrebbe potuto rivelare particolari sugli interessi dei Cosco e sulle faide tra le cosche Garofalo e Mirabelli di Petilia Policastro.

Sei mesi dopo, Lea fu sequestrata a Milano, uccisa e poi sciolta nell’acido.

Si era recata nel capoluogo lombardo per incontrare l’ex compagno in viale Montello 7 per parlare del futuro della figlia Denise. Nessuno la vide mai più.

La sorella e i famigliari appresero la notizia della sua scomparsa dai telegiornali. Dal novembre 2009 stanno combattendo un’ardua battaglia perché Lea possa ricevere giustizia una volta per tutte.

Il processo, che vede alla sbarra l’ex compagno di Lea, Carlo Cosco, e altre cinque persone ritenute vicine a una cosca della ‘ndrangheta crotonese, conobbe una battuta d’arresto nel novembre scorso per il cambio del presidente della Corte, Filippo Grisolia, che fu nominato capo di gabinetto al Ministero della Giustizia, sostituito da Anna Introini.
I giudici, dopo aver respinto le richieste delle difese di sentire ulteriori testi, hanno dichiarato chiuso il dibattimento e fissato la requisitoria per il 26 marzo.

Giorni fa è stato sentito Carlo Cosco, che ha voluto rilasciare dichiarazioni spontanee, affermando che l’ex compagna avrebbe detto agli inquirenti “una bugia, perché non aveva la testa”. “La verità – ha continuato Cosco – la so solo io e farò chiarezza. Con la mia ex non riuscivo a trovare un equilibrio familiare e di lei non me ne fregava più niente. La prova si forma in aula e non con parole inventate”.

Il legale Roberto D’Ippolito, rappresentate di Santina Diletta e Marisa Garofalo, rispettivamente madre e sorella della vittima, costituitesi parte civile nel processo, ha chiesto al pm e alla Corte D’Assise di riconoscere l’aggravante mafiosa, in quanto “tutti i reati addebitati agli odierni imputati sono stati commessi con modalità d’azione di stampo mafioso e con il preciso scopo di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso, segnatamente della cosca di ‘ndrangheta di Petilia Policastro.”

Il solito movente del “delitto passionale” rischia di archiviare una vicenda per la quale i due imputati principali sono già stati condannati con l’aggravante mafiosa dal Tribunale di Campobasso. Per Campobasso si tratta di ‘ndrangheta, per Milano di “delitto passionale”.

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