Le origini di una riforma aziendalista e il daspo ai ragazzi-ultrà: su la testa!

Ben prima della riforma aziendalista di Mariastella Gelmini, l’apparato formativo italiano navigava gia’ in pessime acque. Spazzato via da decenni il vento rivoluzionario del ‘68, quando la partecipazione alla gestione della cosa pubblica (e quindi della scuola) diventava un diritto, e non un favore da elargire con magnanimita’, il metodo feudale di imposizione dei saperi si era nuovamente imposto nelle classi delle scuole pubbliche o private.

di Rita Pennarola

contro_la_riforma_gelminiGli effetti sono spiccioli, quotidiani, tremendamente realistici. Si puo’ a buon diritto chiamare scuola il luogo in cui i tre quarti del lavoro viene delegato alle famiglie nelle ore pomeridiane? Questo e’ cio’ che pacificamente accade ogni giorno dell’anno scolastico in qualsiasi scuola italiana. Nella scuola in cui si e’ smarrito a priori il senso dello stare bene insieme o della condivisione d’un progetto di crescita, o dentro le logiche verticistiche dominanti, ci sta anche che siano legittimati gli immani carichi di apprendimenti da eseguire a casa, quando il ragazzo, dopo una mattinata in cui a nessuno e’ nemmeno venuto in mente di motivarlo ad un ascolto partecipativo e consapevole, deve ricominciare da zero: tutto e’ delegato quasi sempre ai genitori che, nel frattempo, di lavoro da svolgere hanno il proprio (quando ne mantengono ancora uno).

Ipotesi: se l’impiegato di una banca, una volta uscito dall’ufficio, fosse costretto a ricomiciare il suo carico di mansioni, quelle non portate a termine nelle ore mattutine, sarebbe lampante che in quell’istituto di credito qualcosa non funziona. Ma non si dice nulla per la scuola, dove le cose vanno esattamente cosi’. Cinque ore di nulla, al mattino, e quando si torna a casa i “compiti” non sono un mero approfondimento, ma l’inizio e la fine di quei processi di conoscenza che non c’erano stati dalle 8 alle 13.

Prontissimi, presidi e docenti, a difendersi lamentandosi di alunni distratti. O caricando le responsabilita’ a cascata sui loro predecessori (quelli delle superiori sui colleghi delle medie, questi ultimi sui maestri elementari, costoro a loro volta sugli insegnanti dell’asilo e via via, fino alla culla). La co-gestione delle scuole attuata attraverso i decreti delegati del post sessantotto, spalmando le responsabilita’ su tutti, aveva sovvertito questo ordinamento feudale. E’ durato fino agli anni ‘70. Poi un nuovo, inesorabile riflusso.

E allora evviva i ragazzi delle piazze 2010, gli unici che mostrano di voler cambiare questo sistema verticistico, loro, le vittime di un apparato burocratico, inefficiente ed autoreferenziale.
E forse e’ proprio questa la vera ragione alla base di dichiarazioni di puro stampo fascista come quelle pronunciate da Maurizio Gasparri nei giorni di protesta: “daspo” preventivo, fuori dalle balle, come per gli ultra’ degli stadi. Ai conservatori del Paese va benissimo che nulla cambi davvero. Che la scuola aziendalizzata continui a sfornare cittadini avvezzi alle sole logiche del profitto, con le buone o con le cattive. E allora: ragazzi, su la testa!

 

Tratto da “La Voce delle Voci” gennaio 2011

APPROFONDIMENTI

FEDERALISMO SCOLASTICO/ Docenti, via le graduatorie nazionali, arrivano gli albi regionali

RIFORMA GELMINI/ 2010, l’anno zero dell’istruzione per ricchi. Siamo al fascismo azzurro….

DDL GELMINI APPROVATO/ La giornata di ieri a Montecitorio: il teatrino della politica

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