LAVORO/ Lo spauracchio Fornero e il ripristino dell’articolo 18: la stabilità passa da qui

La piaga del lavoro che non c’è, sottopagato e in alcuni casi non tutelato è stata al centro del periodo pre-elettorale, soprattutto durante il governo Monti e la discussione della tanto famigerata Riforma Fornero. La situazione italiana, da questo punto di vista, è veramente drammatica, perché i lavoratori sono tra quelli che hanno i salari più bassi d’Europa ma pagano le tasse più alte all’interno dell’Unione Europea. La disoccupazione, arrivata all’11,2% con punte del 50% tra i giovani del mezzogiorno, dimostra la  completa incapacità di mettere in opera in Italia una seria politica industriale. Come fare, allora, per raggiungere una certa stabilità?

 

di Viviana Pizzi

In alcuni settori del lavoro l’assenza dello Stato si è fatta sentire. Una situazione che si traduce nella debolezza dell’apparato produttivo. Che ai lavoratori, ai precari e ai pensionati ha regalato un modo di vivere sotto ricatto costretti a sacrificare una parte dei loro diritti. Nei contratti atipici si rinuncia a ferie, malattie e maternità che per le donne è una condizione necessaria per una vita dignitosa. Sono proprio le donne a vivere peggio questa situazione. Una su due non lavora  e l’Italia in materia di occupazione femminile è 26esima su 27 Paesi. Peggio di noi soltanto la Grecia.

Anche nel settore pensionistico le cose non vanno bene. Si ci arriva a 65 anni anche dopo aver svolto lavori usuranti. Le persone nate nel 1952 che avrebbero dovuto smettere adesso di lavorare lo faranno per altri cinque anni.

E per i giovani? L’obiettivo pensione è quasi una chimera. Più della metà di loro dovranno accontentarsi, fra trenta o quaranta anni della cosiddetta, pensione di vecchiaia. Tutto questo a causa dell’impossibilità di trovare un lavoro stabile che non sia né precario né sottopagato che gli permetta di avere un futuro garantito. Nei prossimi tre anni circa un milione di persone non potrà usufruire della pensione. Tutto questo porterà almeno 800 mila giovani a restare fuori dal mercato del lavoro.


BERLUSCONI E MONTI: UN’AGGRESSIONE AL MONDO DEL LAVORO SENZA PRECEDENTI

Chi e come ha prodotto questa  crisi? Il nostro pensiero è che sia il governo Berlusconi che il governo Monti siano ugualmente responsabili di quanto accaduto.

L’unica differenza tra Berlusconi e Monti è che il premier tecnico ha avuto più possibilità di manovra in questo settore perché ha avuto dalla sua parte una maggioranza parlamentare bulgara. Che è consistita nell’appoggio dei centristi dell’Udc (ora parti integranti della coalizione Monti), passando per i berlusconiani del Pdl fino al Pd di Pierluigi Bersani.

È difficile dimenticare che sia il Pdl di Berlusconi che il Pd di Bersani hanno appoggiato con le loro votazioni in parlamento il varo della Riforma Fornero come tutti gli altri odiosi provvedimenti del Governo tecnico.

Berlusconi prima e Monti dopo hanno portato a termine una controriforma delle pensioni che ha detto stop a milioni di progetti di vita e lasciato senza lavoro né pensione centinaia di migliaia di persone.

La Riforma Fornero ha successivamente cancellato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori permettendo alle aziende di licenziare chi vogliono e senza dover restituire il posto di lavoro neppure dopo una sentenza della magistratura.  Chiedersi chi tra Berlusconi e Monti sia stato il peggiore è una domanda quasi inutile.

 

BERSANI E VENDOLA: UNA BATTAGLIA TRA RIFORMA FORNERO E REFERENDUM

Di Monti e della Riforma Fornero si sa quasi tutto. Non sono chiare però le divergenze all’interno della coalizione di centrosinistra nei confronti di temi delicati come quelli del lavoro. Al pari della tematica dei diritti civili anche questo è un terreno di battaglia in cui le posizioni di Bersani e Vendola potrebbero divergere in maniera clamorosa e mettere a rischio il fragile equilibrio della maggioranza di governo qualora il centrosinistra dovesse vincere le elezioni.

elsa_fornero_elezioni_2013Pierluigi Bersani e il Pd, come è noto, non solo hanno appoggiato le politiche del governo Monti sostenendo in toto la Riforma Fornero ma successivamente, in periodo preelettorale ha anche sostenuto “ che non era in discussione alcun cambiamento nei riguardi della Riforma Fornero”. Sarebbe dovuta rimanere la stessa votata durante i tredici mesi di governo tecnico.  Anche se ora torna parzialmente indietro dicendo di dover “trovare una soluzione alla precarietà”.

Il contratto unico – aggiunge Bersani- non è possibile ma dare uguali diritti come quello alla maternità sì. Perciò è un buon contratto quello sull’apprendistato. Così facendo si può creare lavoro nelle nuove tecnologie, con la banda larga“.

La posizione di Nichi Vendola invece è stata sempre più netta. Non ha mai tralasciato di appoggiare i Referendum voluti dalle altre forze della sinistra radicale che puntassero al ripristino dell’articolo 18 e all’abolizione dell’articolo 8 che prevede la cancellazione del contratto nazionale del lavoro.

La lotta del leader di Sel contro il precariato è sempre stata chiara. Più di una volta aveva minacciato di uscire dalla coalizione qualora Bersani avesse continuato a mettere in campo politiche a sostegno della Riforma Fornero.  Peggio andrebbe alla fragile coalizione se si dovesse raggiungere l’accordo con Mario Monti.

Il quadro che si verrebbe a porre davanti sarebbe questo: Monti autore della Riforma Fornero, Bersani che ne salva alcune parti e Vendola che è favorevole ai referendum. Una terna bizzarra che difficilmente potrebbe fare qualcosa senza scadere nella litigiosità.

 

LA SINISTRA CHE CON VENDOLA HA VOLUTO I REFERENDUM: LOTTA DURA PER IL RIPRISTINO DELL’ARTICOLO 18

C’è tuttavia una parte di Sinistra Radicale che come Vendola ha scelto la via dei Referendum per cambiare le parti più odiose della riforma Fornero.

Si tratta di Idv, Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista che ora si riconoscono nel simbolo di Rivoluzione Civile. Della riforma Fornero e del mercato del lavoro hanno una loro visione che in parte coincide con quella di Vendola. Più possibile da portare avanti perché non in contrasto con quella di alleati della stessa coalizione.

Il programma parte dal rimediare ai danni profondissimi provocati dalle controriforme di Berlusconi e Monti. Attraverso i referendum e con l’azione parlamentare si propongono di ritornare al contratto nazionale del lavoro ripristinando l’articolo 18. Cose richieste nei referendum presentati insieme a Sel raccogliendo centinaia di firme.

Oltre all’abrogazione della riforma delle pensioni, l’obiettivo ambizioso è anche quello di approvare la legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro per consentire a chi vive le fabbriche di votare sempre gli accordi che li riguardano e i loro rappresentanti. Cosa che la Fiat di Marchionne ha costantemente negato in questi ultimi anni ai lavoratori della Fiom.  Si punta anche sull’aumento delle retribuzioni italiane partendo dal recupero del fiscal drag e dalla detassazione delle tredicesime.

Uno ancora più ambizioso è cancellare tutti i contratti atipici (Iva party, contratti a progetto ecc) che la riforma Fornero non ha di fatto eliminato facendo dell’apprendistato il contratto di avvio al lavoro principale. I giovani e i meno giovani in cerca di un lavoro devono poter puntare su un reddito minimo garantito e tutte le donne devono ricevere un assegno universale di maternità.

Tutto questo attraverso un piano straordinario del lavoro che va promosso con un intervento pubblico in ricerca e sviluppo.  La spesa di settore va raddoppiata. Ad oggi è pari all’1,26% del Pil. Si punta invece a portarla almeno al 2,2% come avviene in Francia.

Investire sull’occupazione è possibile attraverso l’efficienza energetica e le politiche per la produzione di energia da fonti rinnovabili, mobilità sostenibile attraverso le autostrade del mare e lo sviluppo della cantieristica, trasporto pubblico su ferro e per le città, rete idrica, gestione dei rifiuti e messa in sicurezza del territorio.

Una serie di lavori che costituiscono il settore del lavoro verde  che rappresenta un volano per uscire dalla crisi creando anche un “cuneo fiscale ecologico” che preveda un abbassamento delle tasse in base ai vantaggi per il sistema paese ottenuti per esempio dalla diminuzione dell’anidride carbonica nell’aria e dei consumi energetici.

Tutto questo promuovendo la “filiera corta” dell’industria, contrastando le delocalizzazioni attraverso una legge che preveda la restituzione dei contributi pubblici ricevuti dalle imprese, in caso di delocalizzazione produttiva. Va salvaguardato il lavoro nei servizi essenziali a partire dalla stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione, contrastando la falsa affermazione che il settore pubblico sia sovradimensionato rispetto  alla media europea.

Tutti obiettivi fattibili per i quali occorre tempo e impegno. Soprattutto però l’appoggio di tutti coloro che in queste politiche credano.

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