LAVORO/ L’Italia, una Repubblica fondata sugli stages: ecco alcune incredibili storie …

Stagisti. Tirocinanti. Contratti a progetto. Sono un esercito i giovani non pagati (o sottopagati), spesso tirocinanti o stagisti che – come vedremo – si ritrovano a caricare casse d’acqua (pur frequentando un master per diventare dirigente di una nota catena alimentare), oppure a compare carta igienica o ad andare a pagare le bollette, pur essendo stagisti presso un giornale. Ma l’attenzione è tutta sull’articolo 18. Che a questo punto sembra sia un paraocchi (ideologico?) per il Governo Monti.

di Carmine Gazzanni

Sciopero_precari_30_11_2010_003Sono un esercito. Secondo i dati raccolti dalla testata Repubblicadeglistagisti, sono oltre 500 mila gli stages attivati annualmente in Italia. Il dossier Excelsior 2011, redatto sulla questione da Unioncamere, parla per il 2010 di oltre 300 mila stagisti. Di questi oltre il 50% (il 52,4) non riceve alcun rimborso spese per il lavoro svolto. La quasi totalità della restante parte riceve, invece, un rimborso che, spesso, non supera i cento euro. Si dirà: è un sacrificio che si fa nella speranza di ottenere il lavoro tanto desiderato. Ma in realtà anche quest’auspicio è decisamente raro: poco più del 12% viene assunto dopo il periodo di stage.

In questa sottile fetta, ad esempio, non è rientrata Ada che, dopo essersi laureata in Lettere a Perugia, frequenta uno stage in una redazione giornalistica. Per sei mesi. Un guadagno pari a zero per un impegno che le ha impegnato cinque giorni su sette. “Speravo di rimanere dopo il tirocinio”. Speranza vana. Ma Ada lo capisce subito, dalle ‘mansioni’ che le assegnano: “scrivevo ‘articoli’ sui comunicati che mandavano, ma solo quelli che loro non volevano firmare, tipo uno su una sagra della porchetta dal titolo ‘Porchettiamo?’. Invece, altri pezzi che scrivevo io poi venivano firmati da altri”. Ma lo stagista, in una redazione giornalistica, si occupa anche di altro: “un giorno mi hanno fatto impacchettare tantissimi scatoloni coi numeri del magazine da mandare in giro per la città; ne ho dovuto fare così tanti un pomeriggio che avevo tutte le mani tagliate. Spesso poi andavo a comprare carta igienica e marche da bollo”.

Chiara, invece, qualcosa guadagnava. Ma quello che ha dovuto sopportare ha dell’incredibile: “una nota azienda italiana con sede a Roma che si vanta di essere la massima espressione italiana della comunicazione nel food&beverage riceve il mio cv e mi contatta per una colloquio”. Chiara, freschissima laureata in Scienze della Comunicazione, è al settimo cielo, anche se i sacrifici sono subito lampanti: un rimborso spese esiguo per un affitto a Roma (250 euro mensili) e orario di lavoro full-time (dalle 9 alle 18, senza nemmeno ticket-restaurant). Chiara, però, comincia subito a mille. Ma, anche lei, si accorge immediatamente della realtà che si trova di fronte: “non mi è stata fatta alcuna formazione. Nessuno mi ha aiutato nel lavoro. Semplicemente avevo il compito di fare tutto ciò che le altre non avevano voglia di fare!”. Ma l’apice ancora deve raggiungerlo: “Dopo un mese mi ammalo ma il lunedì decido comunque di presentarmi a lavoro per via di un importante briefing con un cliente grosso e che avevo seguito io”. Inutile sforzo: “non vengo ammessa all’incontro, nonostante l’avessi seguito io. Né qualcuno mi ha dato una minima spiegazione”. Non finisce qui. Alcuni giorni dopo Chiara comunica al suo direttore i suoi dubbi sull’opportunità di continuare o meno con lo stage mantenendo un affitto a Roma il cui costo è più alto del rimborso spese. “Il direttore mi ha risposto: ‘ma scusa, quando esci di qui non puoi andare a lavorare in qualche ristorante”. Idea bislacca dato che Chiara lavora lì tutti i giorni dalle 9,00 fino alle 18,00.

Le cose non vanno meglio a Paola: “sono al quarto stage, ormai ho 28 anni e ho passato i 12 mesi dalla laurea. Ho più di 3 anni di esperienza lavorativa. Eppure mi guardo attorno e vedo solo offerte di stage! Ma è mai possibile!”. Le chiediamo di raccontarci una delle sue tante esperienze: “Penso che la più imbarazzante sia stata quando, pur essendo stata presa per un master che mirava a formarti come dirigente per una nota catena alimentare, mi sono ritrovata anche ad aiutare a caricare casse d’acqua sul muletto”.

Né i colloqui per stagisti sembrano poi tanto diretti alla formazione. Quanto, infatti, racconta Alessandro, ragazzo di 25 anni con una laurea in scienze umanistiche per la comunicazione,  lascia sgomenti: “il titolare dell’azienda – arrivato peraltro in netto ritardo – prende visione dei curricula dei candidati iniziando, in modo molto villano e ricorrendo spesso all’uso di parole volgari, a fare spiacevoli commenti sulle fotografie da noi utilizzate. Nessuno dei curricula dei partecipanti viene da lui letto ed in più a me viene detto in tono accusatorio ‘Lei non ha mai lavorato!’. In realtà sarebbe bastato leggere la seconda pagina stampata in fronte-retro (peraltro proprio da loro) per trovare le informazioni sul mio percorso professionale”. Dopo aver presentato sbrigativamente l’azienda il titolare chiarisce il motivo del colloquio: “questa azienda cerca stagisti che, con il proprio operato e le proprie valide idee, gestiscano in autonomia dei progetti finalizzati a portare nuovi benefici all’azienda contribuendo ad aumentarne visibilità e business”. Insomma nessuna formazione (“in autonomia”, dice Alessandro) sebbene lo stage serva proprio a questo. Non solo: “L’imprenditore, dandoci del tu come è ormai italica consuetudine, prosegue raccontandoci le bellezze dell’avere dagli stagisti un servizio a costo praticamente zero, o retribuito con ‘mancette’ da 50 o 100 euro mensili”.

Né va certamente meglio a coloro che lavorano a progetto. Gli ultimi dati Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) parlano di un milione e 422mila lavoratori parasubordinati. Il 46,9% di questi, pari a 676 mila persone, sono collaboratori a progetto (co.co.pro.) ed hanno un reddito medio di 9.855 euro l’anno. Il 35,1% dei co.co.pro. ha un’età inferiore ai trent’anni e il 28,7% tra i 30 e i 39 anni. L’84,2% dei co.co.pro. è caratterizzato da un regime contributivo esclusivo e non ha quindi un’altra occupazione: si tratta di 569 mila lavoratori, il cui reddito medio scende a 8.500 euro.

Ma la storia di Riccardo ci dimostra come, molto spesso, le aziende si coprano dietro la parola “progetto” per pagare (miseramente) persone che poi vanno ad occuparsi di tutt’altro. Riccardo, infatti, vince un concorso, indetto per giunta da un ente pubblico, per un progetto musicale interno alle scuole. Lavora per circa un anno come co.co.pro. Eppure del progetto nemmeno l’ombra: “a parte nei periodi iniziali, del progetto per cui ero stato assunto non si è mai discusso. Non ha mai visto la luce. Solo oggi mi rendo conto che era tutto falso, che era soltanto un modo per tirare gente dalla loro e pagarla una miseria per lavori poco gratificanti”. Ad esempio? “I classici: fare fotocopie, lavoro di archiviazione, andare in giro per la città a promuovere iniziative, volantinaggio in pratica”.

Nella riforma del Ministro Fornero, non a caso, si legge: “Nel rispetto dei profili di competenza regionale, si individuano, unitamente alle regioni stesse, misure rivolte a delineare un quadro più razionale ed efficiente dei tirocini formativi e di orientamento, al fine di valorizzarne le potenzialità in termini di occupabilità dei giovani e prevenire gli abusi”. E, per quanto riguarda i co.co.pro. nella riforma si insiste sulla necessità di “una definizione più stringente del termine progetto”.

Sarà vero? Nello speciale di domani, su Infiltrato.it, cercheremo di dare una risposta …

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