Laura Boldrini: “Fango sulla mia vita privata. Non sanno come attaccarmi, sono anticonformista.”

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Nel corso di un’intervista rilasciata a Stefania De Lellis per D di Repubblica, Laura Boldrini – neo Presidente della Camera – si apre, si lascia andare, si sfoga quasi, mescolando passato, presente e futuro. “Grillo? Non ho avuto il piacere di conoscerlo. La mia vita privata? Gettano fango su di me perché non sanno come attaccarmi.” Donna tutta d’un pezzo, la “compagna” Boldrini non si lascia intimorire dall’importante del ruolo e va avanti per la sua strada. “Un giorno mi piacerebbe tornare alle origini: nella mia campagna…”

 

«Oddio, mi fate le foto? L’avessi saputo mi sarei sistemata un po’ meglio». La rivoluzione della signora del Parlamento arriva anche con una frase così. Quella semplicità che non ti aspetti tra gli affreschi e gli stucchi di Montecitorio e che Laura Boldrini ha deciso di rendere la sua cifra distintiva, il leitmotiv della campagna per un Palazzo che parli «la stessa lingua della gente là fuori». Bella nella sua giacca nera di seta («15 euro in un negozio cinese», sorride), ci riceve tra una riunione e l’altra. Sulla scrivania file di post-it e tre tavolette di cioccolata amara, «la dose», dice, «per resistere al lavoro fino alle undici di sera». 52 anni proprio in questi giorni, scherza anche sul suo compleanno: «Le rughe? Come diceva Anna Magnani: ci ho messo tanto a farmele venire e adesso me le volete togliere?». Per due decenni ha inseguito le crisi del mondo per conto delle agenzie delle Nazioni Unite, dal Pam alla Fao, all’Unhcr di cui è stata portavoce agguerrita e telegenica. Poi ha deciso di candidarsi «per indignazione», racconta. Eletta nelle liste siciliane di Sinistra Ecologia Libertà, il 16 marzo è stata catapultata sulla poltrona di terza carica dello Stato, da cui gestisce un’Assemblea spaccata e difficile. 

Laura Boldrini, com’è fare il presidente della Camera?

«Essere stata scelta è stato uno choc, una sorpresa assoluta. L’ho scoperto la mattina stessa del voto. Pensavo che da deputata avrei lavorato sui temi internazionali di cui mi sono sempre occupata nei vent’anni di lavoro all’Onu. E invece mi sono ritrovata qui». 

Difficile rivestire un ruolo per cui non era preparata?

«In realtà nelle agenzie delle Nazioni Unite mi ero allenata alla mediazione, alla terzietà. Una pratica che mi rende familiare il compito attuale». Meno familiari le saranno gli effetti collaterali della popolarità. Un giornale ha pubblicato foto di lei insieme al suo compagno Vittorio Longhi col titolo: “Ecco il toyboy del presidente della Camera”.  

Come si è sentita?

«È stato vergognoso. Ci sono uomini che stanno con ragazze più giovani di trenta-quaranta anni e questo viene considerato normale. Se una donna ha un compagno di 11 anni di meno, diventa subito uno scandalo, e questo dimostra un maschilismo inaccettabile, un’arretratezza allarmante. Vittorio è un giornalista che non ha barriere culturali e ha una visione che esce fuori dai confini nazionali. Con lui divido da cinque anni anche ideali e impegno. Per fortuna è un uomo che sorvola su queste robacce». Lei no… «Io mi indigno.

Ma cosa vogliono?

Non sono conformista, non rispondo al cliché della donna mansueta, cerco rapporti paritari.  

E allora?

Non sanno come attaccarmi e per questo provano con il fango sulle mie scelte private. Hanno fatto anche circolare foto di una donna nuda in una spiaggia naturista, come se fossi io: ovviamente un falso assoluto, che però ha girato per giorni su siti e pagine Facebook. Tra uomini lo scontro rimane sempre politico, contro una donna si passa subito allo sfregio di tipo sessuale».  

Ha contato il fatto di essere donna nella sua elezione e ora nella sua popolarità?

«Sono consapevole del fatto che si cercasse un segnale di rottura. Una donna proveniente dalla società civile lo è stato».

Lei è per le quote rosa?

«Non siamo tutte uguali noi donne, non bisogna essere ideologici neanche in questo campo. Ma in alcuni casi le quote sono state uno strumento per cambiare le cose».

Per il Quirinale era stato fatto anche il suo nome…

«Non scherziamo! Già qui devo fare tante cose. Devo imparare, familiarizzare con l’amministrazione. Questo è un bel lavoro e voglio portarlo avanti».

La sua bellezza l’ha favorita nel lavoro e ora in politica?

«Quello che conta è soprattutto l’impegno che metti nelle cose, la passione, il modo in cui ti poni nei confronti degli altri, quanto fai sentire a proprio agio le persone che incontri. Essere bella? Serve alle attrici, forse. In Italia casomai se hai un aspetto gradevole ti devi spendere per far capire che hai anche un cervello».

Quale le piacerebbe fosse la prima legge del “suo” Parlamento?

«La madre di tutte le emergenze in Italia è il lavoro. Va rilanciata la produzione. Bisogna intervenire sull’occupazione di giovani e donne. Delle donne poi mi piacerebbe fosse tutelata l’immagine. L’utilizzo attuale del corpo delle donne nella comunicazione non ha eguali nel mondo: dai vestiti allo yogurt alle auto, tutto in Italia è venduto sfruttando l’immagine femminile. Un’immagine che non ci rappresenta. Siamo ridotte a corpi, non persone che lavorano, pensano. Credo che questo sia un danno per il paese».

Ha cresciuto una figlia da madre separata e lavorando duramente in giro per il mondo. Come ce l’ha fatta?

«Mia madre mi è stata vicina. Ho avuto la fortuna di poter avere aiuto in casa. Quando Anastasia era piccola ho sempre cercato di motivarla su quello che facevo. Quando andavo in missione per conto delle agenzie delle Nazioni Unite lei mi preparava una piccola valigia con dentro suoi vestiti e giochi . Mi diceva: “Mamma, dalla a uno dei bambini che vai ad aiutare, ma fai una foto, così sono sicura che lo fai”. Certo, io so che in termini di presenza, della mia presenza, l’ho penalizzata. Ma siamo cresciute insieme, oggi condividiamo un percorso di vita. È una ragazza serena, di indole profondamente buona».

Quando ha cominciato a viaggiare?

«Io vengo dalla provincia marchigiana. Da piccola studiavo in una scuoletta in mezzo ai campi. Quando andavo a trovare la nonna a Matelica mi sembrava un viaggio in una grande città. Lì c’era il cinema, le macchine, le amiche. Da quei viaggi ho cominciato a fantasticare il “lontano”. Volevo fare la giornalista: girare per il mondo e raccontare gli altri».

E poi?

«A 19 anni me ne andai in Venezuela, a lavorare in una risaia. Poi su fino a New York. Litigai con mio padre per quel viaggio, per anni non mi ha più parlato. Per me fu fondamentale, l’inizio di una ribellione e di un’utopia».

Che l’ha portata qui.

«Che mi ha portato prima a fare qualche contratto in Rai e poi a lavorare alla Fao, al Programma alimentare mondiale e all’Alto Commissariato per i rifugiati. E infine qui».

impianti?

«Un anno e mezzo fa in pochi mesi ho perso mio padre, mia madre, una sorella, una zia. Mi dispiace di non essere stata più vicina ai miei genitori, di non essere riuscita a instaurare di più un rapporto da adulta, non da figlia».

Lei è cattolica?

«Sì, credente. Anche se non molto praticante. Ho ricevuto un’educazione religiosa. Mio padre ci faceva recitare il rosario in latino, la sera».

Chi è stata la prima persona che ha chiamato quando è stata eletta? «Anastasia, mia figlia. Lei studia Scienze politiche in Inghilterra, era stata qui per votare. Quando mi hanno scelta come presidente le ho telefonato, ma dormiva. Mi ha risposto stordita: “Ma non ti avevano già eletta?”. C’è voluto un po’ per spiegarle».

Che fa nel tempo libero, se ne è rimasto un po’?

«Io cammino, nel tempo libero. Riesco a farlo anche adesso. Mi colpisce che molta gente mi fermi e mi incoraggi».

Ha tagliato la sua scorta, ha tagliato le spese della Camera. Crede che la gente chieda alla politica soprattutto di essere austera? Non teme si balli un po’ sull’orlo del populismo, del facile “dagli alla casta”?

«La gara ai tagli come espressione unica della politica è molto riduttiva. Ho voluto dare un biglietto da visita agli italiani perché fosse un esempio, l’ammissione che il superfluo va eliminato in questi tempi in cui i cittadini sono costretti a sacrifici. Credo però che il decoro istituzionale vada salvaguardato e che i deputati debbano avere stipendi da classe dirigente. Bisogna raggiungere un’austerità sostenibile. Per avere buoni cittadini dobbiamo avere buone istituzioni, e quindi dobbiamo dare un buon esempio. Non ne abbiamo avuti molti in questi anni».

Dopo l’austerity sulle spigole nel menu dei deputati ci saranno risparmi più sostanziali?

«Credo che la crisi economica abbia avuto tanti effetti collaterali. Uno di questi è cambiare la percezione di quelle che una volta venivano bollate con sufficienza come utopie da anime belle e oggi sono obiettivi possibili. Per esempio tagliare le spese militari. Per esempio pretendere che le banche siano soprattutto fonti di credito alle famiglie, per esempio salvaguardare il territorio, l’ambiente».

Programmi battaglieri, quasi grillini…

«I deputati del Movimento 5 Stelle sono portatori di una istanza di cambiamento, ma non sono i soli ad esserlo. E soprattutto finora hanno dimostrato qualche rigidità di troppo. Sono in Parlamento, spero che comincino a vedere la mediazione con altri occhi. Anch’io mi sono candidata perché ero indignata, perché ero stanca degli sprechi, della politica di questi anni. Ma per cambiare le cose occorre trovare un terreno comune nell’interesse del Paese».

Beppe Grillo l’ha accusata di essere espressione della partitocrazia. Avete poi fatto pace?

«Non conosce la mia storia, non lo hanno evidentemente ben informato. Né ho avuto finora il piacere di conoscerlo».

Lei ha imposto il divieto di “Tweet” nelle riunioni. Non le piace la politica da social media?

«Non si può twittare a riunione in corso, vanno rispettati i lavori. Se esce un’agenzia che dà per presa una decisione sulla quale si sta ancora dibattendo, si fornisce un’informazione sbagliata e si falsa il processo decisionale. Io sono su Twitter e su Facebook, quindi sono assolutamente convinta del potenziale comunicativo dei social media. Quello che penso però è che la politica non vada fatta soltanto davanti a uno schermo».

Le scuole di partito non vanno più di moda, la cooptazione è elitaria, la democrazia su internet non la convince. Come si fa ad aprire il palazzo, a coinvolgere la società civile nella politica?

«Intanto ci vuole più trasparenza. Inoltre inaugureremo una campagna di ascolto: vogliamo sentire regolarmente rappresentanti della società civile su tutti i temi da trattare in Parlamento. Consultazioni che non si sovrapporranno alle audizioni nelle commissioni ma amplieranno il contatto con i cittadini».

L’infanzia in campagna, le gite a Matelica, l’università a Roma, il lavoro nel mondo. E ora Montecitorio. Quale sarà la prossima reincarnazione di Laura?

«Un ritorno alle origini, credo. Mi piacerebbe tornare in campagna».

 

LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE – Stefania De Lellis su D.Repubblica.it

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