L’Aquila, un anno dopo il terremoto

L’Aquila un anno dopo il terremoto: centro storico abbandonato, new town insufficienti, 8000 aquilani ancora in hotel, lavoro e sviluppo fermi.

L'Aquila un  anno dopo il terremoto: centro storico abbandonato, new town  insufficienti, 8000 aquilani ancora in hotel, lavoro e sviluppo fermi.Siamo precisamente ad un anno esatto dal tremendo terremoto che colpì L’Aquila e circa cinquanta paesi limitrofi. Ieri,a tal proposito, Guido Bertolaso che a L’Aquila, “un anno dopo è stata vinta una sfida gigantesca” perché ormai “abbiamo dato una sistemazione confortevole praticamente a tutti“.

In realtà non è questo il quadro che emerge  dallo speciale di RadioArticolo1 (“Alziamo il velo sulla ricostruzione”) andato in onda il 31 marzo dal tendone Collemaggio. I microfoni dell’emittente sono stati messi a disposizione degli aquilani, con le loro storie, le loro richieste, la loro voglia di futuro. E non è questo il futuro che si aspettano gli aquilani. Un futuro in cui il centro storico è stato abbandonato a se stesso; un futuro in cui il nuovo “centro storico” è un centro commerciale in periferia (L’Aquilone), nuovo luogo di ritrovo per tutti, dai giovani fino agli anziani.
Nonostante il governo e Bertolaso sostengano di aver dato una casa a tutti, ad oggi sono ben 7.000 gli sfollati, per la maggior parte anziani e single. La “new town” fatta costruire dall’esecutivo accoglie, come abbiamo ripetuto più volte, solamente 16.500 persone, soprattutto famiglie e lavoratori. Una scelta questa, si è detto, effettuata per rilanciare l’economia locale.
Ma non è così.  Tutte le attività commerciali e professionali del centro storico sono morte o dislocate altrove. A L’Aquila, un anno dopo il terremoto, non esiste un piano per il lavoro, un’idea per formare professionalità locali necessarie alla ricostruzione, né un’idea su come intervenire per riavviare lo sviluppo e con quali priorità. Bertolaso ha affermato che i soldi ci sono e basta presentare i progetti per avere i finanziamenti.

Ed è proprio qui che sorge il problema: “Non ci sono infatti le linee guida per preparare i progetti – afferma a Eugenio Carlomagno del comitato “Un centro storico da salvare” –  Noi abbiamo fretta. Entro giugno le linee guida debbono essere pronte. Da subito debbono partire le demolizioni già decise. Le macerie debbono sparire e non, come è successo in via del Capro, buttate da una ditta su altre macerie. Se ci metteranno in grado di presentare i progetti la prossima primavera potranno partire i lavori. Se queste decisioni fossero state prese nel maggio scorso, ora avremmo i cantieri aperti“.
E non è finita qui, come sottolinea Elisa Cerasoli del “Collettivo99”: “Il piano casa è stato realizzato in una zona di campagna sprovvista di servizi, attività commerciali e soprattutto mezzi di trasporto. Fra l’altro vorrei ricordare che questo piano prevedeva un 30 per cento di spazio destinato alle attività sociali. Spazio che ancora oggi non c’è”. Spazi ricreativi, quindi, inesistenti. Come inesistenti sono i luoghi che un tempo erano ritrovo degli studenti.
E quelli ospitati ancora negli alberghi del litorale adriatico? Anche loro non se la passano molto bene: sono circa 8000 i confinati negli hotel della costa, infatti, che non se la sono sentita di affrontare i nuovi prezzi delle case aquilane. Per 300 metri quadri di terreno non fabbricabile si chiedono 40.000 euro; prima si poteva arrivare massimo ad un terzo. Le case messe sul mercato dai costruttori sono passate da 1000-1500 euro al metro quadro agli attuali 2.500. Per non parlare poi degli affitti che sono triplicati.

Dulcis in fundo. Apprendiamo in queste ore che c’è un’informativa giudiziaria – riservata – redatta della Polizia dell’Aquila, come afferma Giuseppe Caporale su “La Repubblica”, che accusa i vertici della Protezione Civile di omicidio colposo. Omicidio colposo per non aver dato l’allarme alla popolazione aquilana nonostante uno sciame sismico che durava da mesi. Nessuno stato d’allerta, nessuna evacuazione. Fino al 6 aprile. Ad essere indagati sono diversi uomini della Protezione Civile che facevano parte della Commissione grandi rischi che si riunì il 31 marzo, chiudendo la seduta senza prendere decisioni rispetto “all’emergenza terremoto in atto già prima della tragedia”. Nonostante un dossier dell’Ingv sulla gravità dello sciame sismico, diversi studi scientifici e perizie geologiche. Nessuna contromisura. La seduta durò in tutto meno di sessanta minuti.

E ora tutti a commemorare i più di 300 morti che tragicamente persero la vita.

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