L’anniversario che imbarazza

Ricorre quest’anno il ventesimo anniversario della strage di via D’Amelio. Vent’anni senza che si sia ancora arrivati alla verità. Questo anniversario cade in un momento molto delicato per le inchieste che stanno cercando di scoprire la verità su quegli anni. Mentre a Caltanissetta c’è l’indagine vera e propria sulla strage, è a Palermo che si svolge l’inchiesta più importante e più delicata, sia per l’argomento, la trattativa Stato-mafia, sia per la volontà dei pm palermitani di arrivare fino in fondo a rispondere a domande inquietanti coinvolgendo anche uomini delle istituzioni e degli apparati dello Stato troppo spesso silenti o anche latitanti.

di Adriana Stazio

via_damelio_dopo_la_strageE’ di lunedì la notizia dell’ultimo non tanto celato attacco, un attacco sferrato dal capo dello Stato in persona, che ha sollevato il conflitto di attribuzione per alcune intercettazioni indirette in cui si è trovato coinvolto egli stesso a sua insaputa: Sua Maestà re Giorgio si trovava “casualmente” a telefono con il cittadino Nicola Mancino, in quel momento sottoposto legittimamente, con regolare ordine del gip, a intercettazione telefonica. Dalla reazione violenta e scomposta del Quirinale, che non ha nemmeno tenuto conto dell’inopportunità di una simile iniziativa a tre giorni dall’anniversario della strage, pare di capire che la cosa che realmente terrorizza l’inquilino del Colle è la possibilità che il contenuto di quelle telefonate possa venir fuori dal segreto della camera di consiglio ed essere pubblicato sui giornali (episodio già verificatosi in passato).

Con il ricorso sollevato alla Consulta il preoccupato re Giorgio mira ad ottenerne la distruzione immediata evitando la regolare udienza davanti al gip. Secondo la tesi sostenuta dalla procura di Palermo ed avallata anche da noti giuristi, poiché l’intercettazione indiretta del capo dello Stato è avvenuta per caso, senza nessuna volontà da parte dei pm di mettere sotto controllo l’inquilino del Colle, cosa che la legge non consente, spetta allo stesso gip che le ha autorizzate l’eventuale decisione della distruzione. Basta leggere gli articoli di legge a cui fa riferimento il decreto presidenziale per rendersi conto che la Procura di Palermo ha agito secondo legge. L’iniziativa di Napolitano costituisce solo l’ultimo attacco alla delicata inchiesta dei magistrati palermitani che tanta ansia  e preoccupazione genera nei palazzi del potere, in quanto considerate inutili, datate e destabilizzanti. Sempre più persone hanno interesse oggi che la verità non venga fuori, la verità di una scellerata trattativa che secondo quanto emerge dalle indagini ha coinvolto i più alti vertici dello Stato, una trattativa che inizia con l’omicidio di Salvo Lima il 12 marzo 1992, per arrivare senza soluzione di continuità all’arresto (che da quanto emerge sarebbe una consegna) di Provenzano l’11 aprile 2006 e prosegue fino ai nostri giorni sotto gli occhi di tutti noi.

 

Ma facciamo un breve riepilogo di quanto avvenuto negli ultimi anni. Tutto ha inizio nel dicembre 2007, quando Massimo Ciancimino rilascia un’intervista a Panorama in cui racconta dei rapporti di suo padre, Vito Ciancimino, con Bernardo Provenzano e del ruolo suo e del padre nella trattativa. Siamo a fine gennaio del 2008 quando l’allora procuratore capo di Caltanissetta Di Natale lo convoca e da lì a qualche mese, nell’aprile 2008, saranno anche i magistrati di Palermo a convocarlo. Il giovane Ciancimino, rispondendo alle domande dei magistrati, colloca la trattativa con i carabinieri del Ros prima della strage di via D’Amelio e alla domanda precisa dei magistrati se secondo suo padre il movente dell’assassinio di Borsellino fosse la stessa trattativa, il testimone risponde affermativamente. Sono tante le domande a cui Massimo Ciancimino deve rispondere, conferma l’esistenza del papello, fino ad allora mitico foglio di richieste avanzate da Cosa Nostra allo Stato di cui aveva parlato per primo Brusca, papello che per la prima volta assume concretezza. Così hanno inizio le indagini, a Palermo l’indagine sulla trattativa di cui si occupano i pm Ingroia e Di Matteo, mentre a Caltanissetta viene aperto un fascicolo contro ignoti per concorso in strage.

 

Mentre vediamo che a Caltanissetta le nuove indagini sulla strage di via D’Amelio stanno portando all’incriminazione solo di uomini di Cosa Nostra, non diversamente da come era stato nei precendenti tre processi, è l’indagine di Palermo a preoccupare il potere. La testimonianza di Massimo Ciancimino è dirompente, racconta ai magistrati quanto ha saputo dal padre e quanto ha vissuto in prima persona, consegna centinaia di documenti. Molti uomini delle istituzioni come per magia cominciano a riacquistare almeno parte della memoria perché chiamati in causa dal testimone o per paura di essere coinvolti. Il muro dell’omertà di Stato sembra sgretolarsi. Così dopo quattro anni di dure indagini da parte dei pm di Palermo si arriva alla chiusura di un troncone della delicata inchiesta. Sono attese in questi giorni le richieste di rinvio a giudizio. Dodici gli indagati, mafiosi, uomini degli apparati dello Stato e politici accusati a vario titolo di reati che vanno dalla violenza o minaccia a corpo politico alla falsa testimonianza. Le indagini, come abbiamo detto, intanto vanno avanti, quello che è stato chiuso è solo uno stralcio. Siamo infatti ancora lontani dalla ricostruzione di come si svolsero realmente i fatti in quella stagione stragista, mancano ancora tanti tasselli per completare il triste mosaico, per ora è stato ricostruito il livello di base di questa brutta storia in cui inspiegabilmente Cosa Nostra decise di adottare strategie terroristiche. Eppure è bastata la chiusura di questa prima parte dell’inchiesta e i nomi ad essa legati per scatenare il putiferio a cui stiamo assistendo. Un’inchiesta che rischia di essere come una valanga che man mano aumenta la sua forza, trascina tutti con sé coinvolgendo sempre più insospettabili.

 

Ed ecco che da tempo sono scattate le contromisure dei palazzi del potere per cercare di bloccare le indagini e limitarne i danni. Due le regole di ingaggio, due gli obiettivi da distruggere: l’attendibilità di Massimo Ciancimino, il supertestimone dell’inchiesta, deciso a raccontare tutto quanto a sua conoscenza arrivando a toccare gli uomini più potenti e intoccabili, e la procura di Palermo, in particolare il magistrato più in vista tra i titolari dell’inchiesta, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Ci si muove lungo due direttrici che spesso si intrecciano, quella più evidente della delegittimazione mediatica e quella più sottile degli interventi e delle pressioni a livello istituzionale, basti pensare agli innumerevoli fascicoli aperti al Csm. Certamente i risultati tanto sperati dai palazzi del potere cominciano ad arrivare. Siamo nel dicembre 2010. La procura di Caltanissetta, all’indomani di un articolo del tutto discutibile nella tempistica e nella ricostruzione di un’intercettazione ambientale, decide l’incriminazione di Massimo Ciancimino per due episodi di calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro e un altro uomo dei servizi segreti già noto alle cronache per la stessa inchiesta, Lorenzo Narracci.

Ma è nell’aprile 2011 che si raggiunge il  culmine quando la procura di Palermo si vede costretta ad arrestare il suo principale teste nell’inchiesta sulla trattativa per lo stesso reato. Un arresto che non fa discutere solo per il personaggio in questione, ma anche per la natura del reato che spinge a disporre un fermo urgente. L’episodio di calunnia che determina il fermo riguarda un documento risultato contraffatto. L’anomalia è che il documento che lo stesso Ciancimino aveva consegnato insieme a tanti altri riguardanti lo stesso De Gennaro, tutti risultati autentici, risulta essere il frutto di una banale ed evidente sovrapposizione con un altro documento anche esso fornito alla procura dallo stesso testimone, che così avrebbe fornito la prova della contraffazione. Tutto fa pensare ad una polpetta avvelenata ben confezionata per colpire l’attendibilità del teste. Il tutto viene contornato da campagne mediatiche per dipingere Massimo Ciancimino come un pataccaro interessato a salvare il famoso patrimonio mentre Ingroia viene dipinto come un magistrato che utilizza le sue inchieste per fini politici, che arriva ad usare un testimone fasullo, costringendolo in questo modo ad una continua autodifesa delle scelte processuali della procura.

Le intercettazioni di Mancino con il consigliere di Napolitano Loris D’Ambrosio hanno mostrato a tutti gli italiani come concreti fossero i tentativi di sottrarre l’inchiesta alla procura di Palermo, cercando di utilizzare la diversità di impostazione con la procura di Caltanissetta. Sicuramente l’obiettivo in parte è stato raggiunto se solo pensiamo al solo fatto che nella stessa inchiesta sulla trattativa la procura di Palermo sta per chiedere il rinvio a giudizio di Massimo Ciancimino per calunnia ai danni di De Gennaro, che non solo non viene indagato, ma si ritrova ad essere parte lesa. Potrà questo non danneggiare anche la stessa accusa che si ritroverà il testimone principale accusato contemporaneamente di calunnia nello stesso processo? Sicuramente un brutto precedente. Un segnale che anche per una procura decisa ad andare fino in fondo come la procura di Palermo appare estremamente difficile toccare certi personaggi.

 

Ma la partita è ancora tutta da giocare? Se le forze che cercano di fermare le indagini sono all’opera con tutta la loro potenza, ci sono forze nella società civile che si muovono in senso contrario, pretendendo verità e giustizia. Prevarranno verità e giustizia? A volerlo e ad aspettarlo da tempo ci sono la famiglia Borsellino e le famiglie degli agenti della scorta. In particolare Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, con il suo Movimento delle Agende Rosse, che non abbassa la guardia in difesa delle indagini per arrivare alla verità, verità che deve essere tutta altrimenti non è. E intanto le indagini vanno avanti, nonostante tutto.

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