La lobby delle banche riesce a guadagnare anche sui cassaintegrati

Più le aziende falliscono, più i lavoratori vengono mandati a casa e più le banche fanno i salti di gioia. La cinica storia delle leggi dell’economia non guarda in faccia alle imprese che muoiono sotto la morsa stretta dello Stato e delle banche. Anzi gli Istituti di credito hanno creato una vera e propria lobby di guadagno intorno agli ammortizzatori sociali: spesso l’Inps – ovvero lo Stato – a causa dei debiti non ha sufficiente denaro da stanziare per la cassa integrazione. Ecco che ad hoc arriva la banca-piovra che anticipa il denaro con tassi di interesse variabili, tutto guadagno per loro. E intanto in tempi bui come questo, anche le banche sono costrette a mandare a casa i dipendenti. A pagarne le spese sempre i più anziani, gli esodati delle banche.

 

di Maria Cristina Giovannitti

La richiesta di cassa integrazione non è mai indice positivo per un Paese, così come non lo è per l’Italia. Intanto secondo i dati riportati dai sindacati il 2013 vede un aumento esponenziale di richieste di ‘aiuti sociali’ per i lavoratori: 90 milioni di ore di cassa integrazione, una crescita del 61,6% in più rispetto al 2012, in cu le ore erano – solo – 54 milioni di ore. Insomma questo dato ci dice: “C’è poco da essere felici”. E così se il 2012 è stato l’anno della crisi, il 2013 si prospetta l’anno della degenerazione economica a quanto pare. Una situazione drammatica che, però, giova solo alle ciniche leggi bancarie.

 

LA LOBBY DELLE CASSEINTEGRAZIONI E IL BUSINESS DELLE BANCHE – Gli Istituti di credito sono gli unici a ricavare qualcosa dal fallimento delle imprese e dalla disoccupazione. A causa del debito pubblico che lo Stato ha accumulato, si hanno forti difficoltà nello stanziare fondi da destinare agli ammortizzatori sociali. In questo complesso e collassato sistema di crisi economica, entra ad hoc la banca-piovra che propone le anticipazioni sociali non senza guadagno, ovvio.

lobby_banche_cassaintegratiPer elargire questo denaro  ci sono i tassi di interesse che variano da banca a banca ed oscillano tra i 14 ed il 22% dei profitti. Per cui, chi meno, chi di più ma tutti gli istituti di credito guadagnano anticipando denaro da destinare agli ex lavoratori. Inoltre dopo sette mesi dall’accordo stipulato tra la Regione e gli enti locali per la concessione di questo fondo sociale, il conto da gratuito si trasforma in un normale conto bancario con tutti i suoi pro e contro.

Insomma un vero business sulle spalle della crisi economica: lo Stato non ha denaro per garantire gli ammortizzatori sociali e quello che ha serve per pagare i debiti passati, la crisi economica aumenta il fallimento delle imprese ed è in incremento la disoccupazione. In tutto ciò a sfregarsi le mani sono proprio le banche: nel febbraio 2013 si è avuto un vero boom di richieste di cassa interazioni arrivate al più 49%. Aumentano le ore di cassa integrazione al nord – cuore dell’economia italiana – con un più 4,5%, rispetto al sud che sta al 4,1%. Drammaticamente esplode la richiesta di cassa integrazione a febbraio 2013 del più 49% rispetto a gennaio, felicemente cresce il profit delle banche.

 

ANCHE LE BANCHE NON BATTONO CASSA – O dalla ricchezza o dalla disperazione ma comunque la banca, per forma mentis, deve comunque guadagnarci. Un necessario profitto in un periodo di recessione economica che coinvolge anche loro, infatti anche gli istituti di credito non battono cassa. La crisi tocca anche loro che si vedono costretti a tagliare, licenziare, mandare in prepensionamento.

I numeri sono questi: 23 mila dipendenti bancari licenziati in particolare 4 mila per Intesa SanPaolo, 2400 lavoratori in Unicredit e 1660 per il Monte dei Paschi di Siena; mentre una buona fetta di 20 mila lavoratori saranno licenziati entro il 2017. Ovviamente questi tagli colpiscono soprattutto i lavoratori più anziani che contribuiscono ad aumentare il numero di esodati. Stando alle testimonianze dei sindacati Uil e Cgil molti dipendenti dirigenti accettano un demansionamento pur di non perdere il lavoro.

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