Kossiga, il “grande statista” fedele alla P2

A un mese dalla morte di Francesco Cossiga, cerchiamo di fare chiarezza su un presunto grande statistafedele a se stesso e alla P2.

kossigaLa ricerca della verita’, senza amore di parte ne’ odio, dovrebbe servire ad evitare il ripetersi di quei tragici eventi che hanno funestato per decenni il nostro disgraziato Paese, senza che i maggiori responsabili abbiano pagato.

Francesco Cossiga non fu affatto «un grande statista», come ha affermato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che con la sua dichiarazione ha dato l’impressione di essere vissuto negli ultimi quarant’anni in Scandinavia. Cossiga fu l’uomo delle trame occulte, della doppia, impossibile fedelta’ alla Costituzione repubblicana e alla Loggia P2 di Gelli, della subordinazione della magistratura al potere esecutivo, della delegittimazione del Csm, della copertura delle trame nere.

Ma Cossiga e’ stato anche – l’ho scritto con Sandro Provvisionato nel libro Doveva morire, mai smentito dall’ex presidente della Repubblica – una “concausa” dell’uccisione di Aldo Moro. A quest’omicidio dette un contributo attivo, oltre che omissivo, in primis “bruciando” la scoperta della base in via Gradoli di Mario Moretti, carceriere di Moro, di cui informo’ la stampa e non il procuratore della Repubblica di Roma. Al contrario, sarebbe stato doveroso non pubblicizzare quella scoperta per consentire alla Polizia di attendere il ritorno di Moretti e pedinarlo per risalire alla prigione di Moro e liberare l’ostaggio “manu militari”, senza alcun cedimento al ricatto delle BR.

E invece quella stessa mattina del 18 aprile 1978 Cossiga dispose la diffusione del falso comunicato numero 7 in cui si diceva che Moro era stato ucciso e il suo cadavere giaceva nel Lago della Duchessa. La redazione del falso comunicato – come accerto’ una perizia tecnica della magistratu-ra – fu affidata dal generale Santovito a un uomo della Banda della Magliana, Antonio Chicchiarelli, che poi fu ucciso probabilmente da coloro che l’avevano manovrato.

Il ministro Cossiga (poi presidente del Consiglio e capo dello Stato), sostenne sempre, davanti alla Corte d’Assise di Roma e alla Commissione parlamentare sul caso Moro, che quel comunicato era stato diffuso dalle BR. E cio’ disse contro la verita’. Cossiga ben sapeva che quel falso documento numero 7 aveva avuto la funzione di spingere le Brigate Rosse a uccidere Aldo Moro, come in realta’ avvenne: lo statista, il cui sequestro nei piani dei terroristi doveva protrarsi per almeno sei mesi, a dimostrazione della potenza delle BR, venne ucciso nel giro di tre settimane.

«Moro in quei momenti era disperato e doveva senza dubbio fare ai suoi carcerieri rivelazioni importanti su uomini politici come Andreotti. E’ stato allora che Cossiga e io ci siamo detti che era arrivato il momento di cominciare a mettere le Brigate Rosse con le spalle al muro. Abbandonare Aldo Moro e lasciare che morisse con le sue rivela-zioni… Sono stato io a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro, allo scopo di stabilizzare la situazione italiana».

Lo racconta Steve Pieczenik, chiamato a collaborare con l’unita’ di crisi, in un’intervista al giornalista francese Emanuele Amara’.

«Bisognava – continua –preparare l’opinione pubblica italiana ed europea. Abbiamo messo in campo un’operazione psicologica, consistita nel fare uscire un falso comunicato nel quale la morte di Moro era annunciata».

Queste rivelazioni avrebbero scarso valore senza il sostegno di una documentazione accertata e depositata. Si tratta di tre documenti scritti da Pieczenik e trasmessi nel 1992 dal ministro dell’Interno Vincenzo Scotti alla Commissione stragi del coraggioso presidente Libero Gualtieri. Pieczenik, uomo del Dipartimento di Stato americano, elaboro’ nelle tre relazioni (una delle quali fu letta e corretta da Cossiga), la strategia del controllo, durante i 55 giorni della prigionia, della stampa italiana, della magistratura e della famiglia Moro, che doveva essere isolata. Il piano, approvato da Francesco Cossiga, fu il preludio dell’assassinio di Aldo Moro.

Per anni, ignorando molti aspetti della tragica vicenda Moro che erano stati occultati ai magistrati inquirenti, io stesso ho creduto nella “favola” della linea della fermezza perseguita da Cossiga contro le Brigate rosse. In realta’ si tratto’ di una linea dell’inerzia volontaria e della vanificazione di tutte le occasioni che si presentarono per liberarlo. Cio’ risulta in modo evidente da alcune relazioni dei membri del Comitato di crisi istituito da Cossiga. Nel libro, mai contestato da Cossiga, si sottolinea «il semplice e significativo fatto che per anni e anni i pubblici ministeri, i giudici istruttori, le varie Corti d’Assise e la Commissione Moro avevano cercato inutilmente di sapere cosa contenessero i documenti relativi a quei Comitati».

E in nome di questa presunta ma inesistente linea della fermezza, anche io ritenni giusto che fosse sacrificata la vita di Moro alla sacralita’ dello Stato repubblicano. Ma molti anni dopo il suo assassinio ho potuto leggere documenti sconvolgenti, accuratamente nascosti sotto il vergognoso scudo del segreto di Stato da Cossiga. Il quale di quei documenti nego’ la esistenza davanti alla magistratura.

Nella vicenda Moro ci fu un premeditato immobilismo deciso dal Ministro Francesco Cossiga, che esautoro’ la Procura di Roma e affido’ i poteri investigativi ad un ufficio illegittimo istituito presso il Viminale; questo ufficio trascuro’ ben otto occasioni per liberare Moro. Ne ricordo due: il mancato pedinamento del brigatista Teodoro Spadaccini, che aveva l’obbligo di firma al Commissariato San Lorenzo, gestiva la Renault rossa su cui sarebbe stato ucciso Moro e frequentava la base di via Gradoli.

E la mancata perquisizione, ordinata dalla Procura Generale di Roma prima dell’assassinio di Moro, della tipografia di via Pio Foa’ gestita da Enrico Triaca e frequentata da Moretti. Di quell’ordine e’ stata posticipata la data, come sono state alterate le date di altri ordini di perquisizione, che non sono stati eseguiti prima dell’assassinio di Moro, ma dopo. Cio’ risulta dai documenti riprodotti nel libro. Sarebbe stato agevole scoprire la prigione pedinando Spadaccini e Triaca, di cui si sapeva tutto.

Un’ultima notazione. In una lettera trovata nel 1990 in via Monte Nevoso e diretta a Zaccagnini, in un ultimo, disperato tentativo di salvarsi, Moro scrisse: «non ho mai pensato, anche per la feroce avversione di tutti i miei familiari, alla Presidenza della Repubblica». Voleva dire: «se usciro’ vivo, non competero’ con voi nella corsa al Quirinale». Al contrario, Cossiga nutriva profonde ambizioni per il Colle. Ne’ devono indurre in errore le sue dimissioni da ministro dell’Interno. Pochi mesi dopo, nell’agosto del ‘79, ricevera’ l’incarico di formare un governo di centrodestra, imbottito di massoni e piduisti. Il 24 giugno 1985 sara’ eletto Presidente della Repubblica, occupando proprio quella poltrona che molti pensavano sarebbe spettata a Moro.

Tratto da “La Voce delle Voci” di Settembre 2010

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