Jorge Mario Bergoglio: “Adesso parlo io. E non ho niente da nascondere.”

Pubblichiamo un’intervista, estratto del libro “Il Gesuita” pubblicato nel 2010, in cui l’attuale Papa Francesco I risponde alle accuse che gli vengono rivolte riguardo a presunti rapporti con la dittatura militare argentina. “Non ho parlato in precedenza per non dare importanza a nessuno, non perché avessi qualcosa da nascondere”.

 

bergoglio_adesso_parlo_ioQuando la vita di Giovanni Paolo II si spense, e s’intensificò la speculazione sui candidati alla successione, il nome Bergoglio apparve in quasi tutte le previsioni giornalistiche.

In quei giorni i giornali pubblicarono una relazione di qualche anno prima su presunte azioni, molto compromettenti, del cardinale durante l’ultima dittatura. E proprio alla vigilia del conclave che doveva eleggere il successore del Papa polacco, una copia di quella stessa relazione fu inviata a tutti i cardinali elettori , allo scopo di danneggiare la candidatura del cardinale argentino.

La denuncia attribuiva al Cardinale una parte di responsabilità per il rapimento di due sacerdoti gesuiti, che lavoravano in una baraccopoli del quartiere Flores di Buenos Aires, eseguito da membri della Marina militare nel maggio 1976, due mesi dopo il colpo di Stato .

Secondo tale versione, Bergoglio, che da allora è stato il provinciale dei gesuiti in Argentina, avrebbe invitato i due sacerdoti, Orlando Yorio e Francisco Jalics, a lasciare il lavoro pastorale nel quartiere. Di fronte al rifiuto, Bergoglio informò i soldati che i religiosi non avevano più la protezione della Chiesa, lasciando quindi la strada aperta per il rapimento, con ovvie conseguenze per le loro vite.

Il cardinale non ha mai voluto rispondere alle denunce riguardo presunti legami con i membri della giunta militare (o, in generale, non aveva mai pubblicamente spiegato il suo atteggiamento durante la dittatura). Ma, con la nostra missione, ha riconosciuto che la questione non poteva essere più rimandata e ha accettato di raccontare la sua versione dei fatti. “Non ho parlato in precedenza per non dare importanza a nessuno, non perché avessi qualcosa da nascondere”.

Cardinale: durante la dittatura lei ha protetto dei perseguitati. Come? Quanti?

Nel collegio Máximo de la Compañía de Jesús, a San Miguel, nel Gran Buenos Aires, dove ho vissuto, ne nascosi alcuni. Non ricordo esattamente quanti. Dopo la morte del vescovo Enrique Angelelli (il vescovo di La Rioja, caratterizzato da un impegno per i poveri), ho accolto nel collegio tre seminaristi della sua diocesi che studiavano teologia.Questi non sono stati nascosti, ma curati, protetti sì. Mentre andava a La Rioja per un omaggio a Angelelli in occasione del 30° anniversario della sua morte, il vescovo di Bariloche, Fernando Maletti, incontrò uno di questi tre sacerdoti – che attualmente vivono a Villa Eloisa, in provincia di Santa Fe. Non si erano mai visti prima ma quando Maletti ha saputo che lui e gli altri due sacerdoti si trovavano nel collegio Maximo per un “lungo ritiro spirituale di 20 giorni” e che quello era diventato un nascondiglio per i perseguitati, mi venne a trovare – tempo dopo – per invitarmi a diffondere quella storia che lui per primo non conosceva.

Oltre a nascondere gente, ha fatto altre cose?

Ho fatto scappare dal paese, passando da Foz do Iguacu, un giovane che mi somigliava molto, dandogli la mia carta d’identità e vestendolo da prete: solo così potevo salvargli la vita. Inoltre ho fatto quello che potevo, che era nelle mie possibilità per l’età che avevo e i pochi rapporti che mantenevo, al fine di intercedere per far liberare persone sequestrate. Ho visto due volte il Generale (Jorge) Videla e l’Ammiraglio (Emilio) Massera. In uno dei miei tentativi di conversare con Videla, riuscii scoprire quale cappellano militare celebrava la Messa, lo convinsi a darsi malato e a mandare me al suo posto. Ricordo che era un sabato pomeriggio e tenni Messa nella residenza del comandante in capo dell’esercito davanti a tutta la famiglia di Videla. Poi ho chiesto di parlare con lui, con Videla, proprio per accertarmi di dove tenessero i sacerdoti arrestati. Non sono mai stato nei luoghi di detenzione, salvo una volta, quando mi recai insieme ad altri in una base aeronautica vicino a San Miguel, nella località di José C. Paz, per appurare quale fosse il destino di un “muchacho”.

 

LEGGI L’INTERVISTA ORIGINALE – Perfil.com

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.