INTERCETTAZIONI/ Di Pietro vs Napolitano: il web sta con il leader Idv. E i partiti tacciono

Più che un conflitto d’attribuzione, si dovrebbe parlare di conflitto di maturazione. Maturazione democratica. La giustizia di Napolitano non è la giustizia dell’uomo qualunque, del cittadino. L’abbiamo visto. Lo sa bene il Presidente della Repubblica, lo sanno bene i partiti proni. E se parli fuori dal coro dei bravi manzoniani, sei “indecente”, come ha detto il moderato Bersani ad Antonio Di Pietro, reo di aver chiesto spiegazioni per un gesto immorale e – questo sì – antidemocratico (oltreché contro la verità storica del nostro stesso Paese). Ma la piazza è tutta un’altra cosa dal palazzo: qui c’è vita, non lo stantio del vecchio potere. Qui c’è coscienza critica. E, proprio per questo, se nel palazzo Tonino è “indecente”, fuori è l’unico credibile. Il web lo sa. La piazza lo sa. E sta con lui.

di Antonio Acerbis

parata_2_giugno_di_pietro_vs_napolitanoAh, benedetto web! Specchio della verità! Se non ci fossi tu, dovremmo davvero pensare che tutti siano eternamente soddisfatti della decisione di Giorgio Napolitano di sollevare il conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato a proposito delle intercettazioni che l’hanno visto protagonista. Che i partiti di maggioranza sono quelli buoni-buoni e che il lupo cattivo sia Antonio Di Pietro. Cattivone di un Tonino!

Per fortuna – deo gratias – non è così. Se infatti nel palazzo dormono e quando non dormono vomitano frasi d’occasione senza che nemmeno ci riflettano, nella piazza virtuale l’idea che ci si è fatta è un tantino diversa. E allora si cerca di ragionare su quanto deciso da Giorgio Napolitano: sollevare il conflitto d’attribuzione. Mah. Proprio lui, il nostro Presidente della Repubblica, proprio lui che praticamente in ogni cerimonia di commemorazione, si affretta a ricordare che lo Stato sta lottando affinchè venga accertata la realtà.

Sì, proprio lui, solo due giorni fa, ha firmato il decreto affinchè venga affidato all’Avvocatura dello Stato l’incarico, come detto, di sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. “Alla determinazione di sollevare il confitto – è scritto nel comunicato del Quirinale il presidente Napolitano è pervenuto ritenendo dovere del Presidente della Repubblica, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”.

Incredibile, no? Eppure nessuno a dargli contro. Ministri e maggioranza, tutti intorno a Napolitano. Quasi come se aprire bocca fosse reato di lesa maestà.

Per fortuna qualche voce fuori dal coro si trova sempre. Ed è sempre la stessa. Antonio Di Pietro non ha mai amato omologarsi. E allora eccolo lì, mentre tutti gli altri chini, a chiedere conto di quanto deciso dal Presidente Napolitano: “Qui – ha detto il leader dell’Idv senza mezzi termini – non siamo in presenza di uno scontro, ma della scelta netta di non applicare la Costituzione, che impone a tutti di essere uguali davanti alla legge”. Per poi aggiungere: “Se sono previste delle immunità, queste non riguardano il privato cittadino Mancino”. Oh, ecco finalmente uno dei pochi (diciamolo pure: l’unico!) che, senza retorica e con assoluta oggettività, dice le cose come stanno: intercettato non era Napolitano, ma l’ex ministro Mancino (in quanto iscritto nel registro degli indagati). Non è colpa di nessuno se al caro buon vecchio Napolitano piaccia tanto la cornetta (ricorda qualcun altro, ma chi?). Ma tant’è: subito ministri e Pd, Pdl e Udc in coro a piangere, strapparsi i capelli per l’indecente gesto di Antonio Di Pietro.

Facciamoci qualche domanda. Quale sarebbe l’indecente gesto? Chiedere spiegazioni per una decisione che, francamente, non potrebbe essere intesa in altro modo se non come un atto che sia finalizzato a nascondere qualcosa? Andiamo avanti col discorso per capire ulteriormente: da che mondo è mondo, nel momento in cui non c’è assolutamente nulla da nascondere, si è quasi impazienti di far accertare la verità, appunto per dimostrare la propria estraneità ai fatti, la propria innocenza. Logica vuole, allora, che nel momento in cui si ha paura che possa esser svelato qualcosa di poco chiaro o scomodo, meglio affossare prove compromettenti. Meglio emanare un decreto che rischia di seppellire per sempre tali intercettazioni.

Con un rischio dietro ben più pericoloso: la delegittimazione della carica più alta in Italia. Chi mai potrebbe credere, d’ora in poi, nella buona fede delle istituzioni  se queste si ritraggono quando loro stesse vengono tirate in ballo dalla magistratura? Dov’è una qualche minima ombra di responsabilità civile, politica e sociale? Non c’è, semplice.

E tutti zitti intorno. Anzi, tutti a complimentarsi con – chiamiamola col suo nome – la pavidità del nostro Presidente (che altro potrebbe essere se non paura?). E allora eccola l’indecenza: meglio non chiedere, non cercare di capire. Meglio tacere. Altrimenti si rischia la lesa maestà, si è indecenti, si è vergognosi. Nel mondo capovolto di quest’Italia, d’altronde, è la verità ad essere capovolta. Proprio come in questo caso.

Per fortuna, però, che c’è il web. Che non si piega, che – seppure nelle sue sfumature – cerca sempre di guardare oltre, di non fermarsi alla pure cronaca della giornata. Sui vari social la solidarietà offerta proprio alla lotta di Antonio Di Pietro (lotta politica, l’unica che ci sia in mezzo ad mortorio di consensi acritici), l’approvazione corale ed unanime all’appoggio ai magistrati di Palermo, rende bene l’idea di un’Italia che, al contrario del palcoscenico politico italiano, non è omologante, non vuole omologarsi, non può omologarsi. Il motivo? Semplice: qui c’è coscienza critica, d’opinione. Quella stessa coscienza d’opinione che Napolitano  e la sua scuderia vogliono far tacere con un atto – sia chiaro, lecito – che tutt’altro indica, meno che il desiderio di volere far chiarezza. Anzi l’effetto è il contrario: non si fa luce e si addensano ombre sul nostro Presidente. Accuse? Assolutamente no. Semplice consecutio logica: se non vuoi far sapere la verità, un motivo ci sarà. E quale potrebbe essere? Certo, sono supposizioni. Ma legittime. Né Napolitano può lamentarsi: è lui stesso che, con la sua decisione, ci fa pensare. E tanto.

I partiti non l’hanno capito. Il governo non l’ha capito. Per fortuna Tonino – e con lui la società civile – sì.

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