INDIGNATI ITALIA/ Roma, manifestazione del 15 ottobre

di Sara Barone

Roma, Piazzale Aldo Moro all’ingresso dell’università La Sapienza. É mezzogiorno circa, quando l’ormai consueta riunione di studenti e studentesse dà avvio a una giornata che entra ufficialmente nella storia di questo Paese affannato, malandato, torturato da chi non riesce a rinunciare alle brame di un potere vuoto. Sono gli stessi studenti che da anni scendono in piazza per rivendicare il diritto  alla cultura, mettendo in discussione le storture fin troppo evidenti di una democrazia sull’orlo del precipizio.

Assemblee, occupazioni, cortei, manifestazioni di ogni genere si sono succeduti senza tregua nei mesi scorsi,IMG_0278 senza che gli inquilini dei Palazzi del Potere abbiano mai riconosciuto le ragioni e la tenacia di una generazione affossata dall’inesistenza di futuro. La musica, i cori, i balli, gli striscioni di questa giornata sono l’ennesima dimostrazione di un popolo troppo diverso dai propri rappresentanti politici. Rappresentare dovrebbe significare innanzitutto condividere, esprimere un sentimento collettivo, rispondere alle esigenze sociali. E allora diventa difficile associare l’attuale classe dirigente italiana alla categoria della rappresentanza politica.

Gli studenti sono stati compatti, organizzati e hanno scelto come nuovo simbolo della rivolta un drago. Si è parlato di stabilità della finanza, sostenibilità del debito pubblico, speculazione delle banche, sottolineando l’abisso che separa certe tematiche a tratti aleatorie dalla concretezza dei problemi quotidiani. I giovani vogliono una nuova concezione dell’economia, strettamente connessa ad un nuovo modo di fare politica perché sanno che un Paese che non sostiene il proprio debito è destinato a lasciare una pesante eredità alle generazioni future. Un’eredità costituita dal peggioramento generalizzato delle condizioni di vita con un deficit impossibile da risanare, che continuerà a mettere in ginocchio un ceto medio sempre più appiattito, in una sorta di circolo vizioso senza fine.

Gli accenti di tutta Italia si sono mescolati: Venezia, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Padova. Tutti a Roma in marcia per urlare BASTA agli abusi e all’indecenza del potere e alle decisioni prese da pochi privilegiati che continuano ad ignorare un malcontento così diffuso e dilagante.

Ma gli studenti non erano soli: gli attori e gli artisti che hanno occupato il Teatro Valle e l’ex Cinema Palazzo sono stati l’anima del corteo. Il loro camioncino è stato il luogo di uno spettacolo travolgente che ha trasformato la marcia dei manifestanti in una festa, con le esibizioni del rapper Frankie Hi Energy e di altri artisti. Tutti hanno dato il loro contributo, anche Elio Germano che, dal camion, dispensava birre alla folla.

Si poteva essere convinti che l’unica risposta efficace alla crisi politica, morale, economica del Paese dovesse esprimersi senza limiti e sfociare anche in episodi di violenza se necessario. Ma oggi le banche assaltate e le vetrine dei negozi frantumate di Via Cavour, le macchine e i cassonetti bruciati di Viale Manzoni, il quartiere San Giovanni e il Ministero della Difesa in fiamme e le decine di feriti hanno reso con evidenza l’inefficacia della distruzione. L’odio, il rancore, il sangue, i manganelli, quei volti incappucciati che hanno fatto improvvisamente irruzione nel corteo degli indignati italiani, hanno creato solo terrore, dolore e uno scalpore immediato sì, ma non duraturo. Non ci si può rifugiare nell’illusione che la violenza individuale possa intimorire lo Stato, detentore del monopolio della forza armata.

15 ottobre 2011: si aggiunge un nuovo tassello, ma non l’ultimo. L’indignazione resta, anzi cresce più forte di prima.


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