INCIUCIO PD/ Si spartiscono le poltrone ma nessuno potrebbe ricandidarsi: lo dice lo statuto del partito

Le ultime indiscrezioni parlano chiaro: i capoccia del Pd si stanno già spartendo le poltrone per la prossima legislatura. I nomi, rivelati da Il Foglio e da Il Fatto, sono i soliti noti: Bersani, Letta, Bindi, D’Alema e Veltroni. Tutti, però, si sono dimenticati di un particolare non da poco: stando allo statuto del Partito Democratico stesso (art.22 comma 2) nessuno di questi potrebbe ricandidarsi alle prossime elezioni. Ma la segretaria nazionale ha già pronte deleghe su deleghe per aggirare una legge concepita da loro stessi.

di Carmine Gazzanni

DAlema-VeltroniArticolo 22 comma 2: “Non è ricandidabile da parte del Partito Democratico per la carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati”. Quando nel 2007 la dirigenza del partito nascente concepì questa norma probabilmente si era spinta troppo oltre. Nessuno dei dirigenti di allora (gli stessi di oggi) si era posto la domanda: metti che poi dobbiamo seguirla veramente questa legge?

Forse nessuno tra Veltroni, Bindi e Bersani (tutti erano nel 2007 membri del comitato promotore) avrebbe mai pensato che un giorno, dopo ben cinque anni, sarebbero diventati il primo partito in Italia. Con le elezioni politiche ad un passo, per giunta. Ed ecco allora il pasticciaccio che stanno mettendo su i capoccia del Pd. Secondo indiscrezioni rivelate prima da Il Foglio (che ha parlato di un “papello del Pd”) e poi approfondite da Il Fatto, la dirigenza dei democratici avrebbe già raggiunto un accordo per la prossima legislatura: larga coalizione con i moderati (leggi Casini) ed esecutivo da spartire ma con le poltrone più importanti tutte per sé. Pierluigi Bersani premier e ministro dell’Economia, Veltroni Presidente della Camera, D’Alema agli Esteri, Letta allo Sviluppo e Bindi vicepremier. Insomma, i gotha del Pd sarebbero già belli e pronti per spartirsi ministeri ed incarichi.

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C’è però un problema. Un problema – incredibile ma vero – che non nasce né da opposizioni, né da stampa. Né da Grilllo, né da Di Pietro. Né tantomeno dal Cavaliere. Ma, come detto, dal Partito Democratico stesso. A leggere l’articolo 22, infatti, non c’è spazio per fraintendimenti: chi ha ricoperto “la carica di componente nazionale per la durata di tre anninon è ricandidabile. Nei fatti, nessuno degli alti dirigenti del partito allora potrebbero ricandidarsi. Bersani e Letta sono già alla terza legislatura, Bindi alla quinta, Veltroni alla sesta, D’Alema addirittura alla settima.

Un gaio non da poco questo articolo 22. Un problema, in realtà, che è sorto anche tempo fa. E che, non a caso, i capoccia hanno già pensato di affrontare e risolvere. Lo Statuto, infatti, ammette deroghe. Ma prima di esaminarle, vediamo quanti, regolamento alla mano, non potrebbe ricandidarsi: stiamo parlando di 43 deputati su 206 e di 35 senatori su 112. Un totale di 78 parlamentari (oltre ai già ricordati, anche Franceschini, Melandri, Turco, Soro, Fassino e Fioroni).

L’articolo, però, come detto, contiene anche possibili deroghe, specificate al comma 6 e comma 7 dello statuto. Il primo prevede che tali deroghe siano “deliberate dal Coordinamento nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, su proposta motivata dell’Assemblea del livello territoriale”. Il secondo pone invece un tetto:  le deroghe possono essere concesse a non più del “10% degli eletti del Partito Democratico nella corrispondente tornata elettorale precedente. Rapido calcolo: i beneficiari potrebbe essere massimo 33 dei 78 parlamentari (appunto il 10% dei 325 che sono stati eletti alla scorsa tornata elettorale).

Un problema non da poco. Che tuttavia un mese fa è stato risolto brillantemente dalla dirigenza del Pd. Per intenderci, gli stessi che rischiavano per la prossima legislatura. Fatta la legge gabbato lo santo.

Appunto un mese fa, nel corso dell’assemblea nazionale del partito, i rottamatori Civati & co. avevano presentato un  odg proprio per rendere applicabile la norma. La dirigenza però, per evitare la discussione (e soprattutto il voto) ha preparato e scritto un altro odg, in maniera tale che il precedente non sarebbe stato messo ai voti dato che l’argomento era stato già affrontato dalla presidenza. E cosa c’era scritto nell’ordine del giorno confezionato da Bersani e compagni? Proprio una revisione dell’articolo 22 comma 2. Un cambiamento che sembrerebbe superficiale, ma che superficiale non è: mentre nel comma originario si parla di “tre legislature”, ora si parla di “quindici anni”. Sinonimi? Sembrerebbe. Ma in realtà non lo sono affatto, dato che quindici anni corrispondono a tre legislature piene. Sappiamo bene, infatti, che la legislatura del 2006, quella del governo Prodi, è durata solo due anni. In altre parole tutti quelli che sono entrati in Parlamento nel 2001 – quindi nei fatti oggi alla terza legislatura – non hanno superato i 15 anni; ergo possono tranquillamente essere ricandidati. Insomma, tutti quelli per i quali questa in corso sarebbe la terza legislatura, si trovano a non aver maturato i 15 anni e a poter correre alle prossime politiche. Salvi tra gli altri Bersani, Letta e Franceschini.

Ma in realtà questa furbata democratica salva praticamente tutti. I parlamentari a quota tre legislature (ma non a 15 anni in Parlamento) infatti sono in totale 31. Ne rimangono a rischio, dunque, solo 49. Di questi, però, come detto, ben 33 potrebbero essere salvati dalla deroga (il 10% degli eletti).

Altro problema, allora, che potrebbe nascere: la deroga, da statuto, deve essere approvata dalla “maggioranza assoluta” del Coordinamento nazionale. Domanda: ma chi troviamo in questo Coordinamento nazionale? Tra gli altri, proprio tutti i 78 (e ribadiamo: proprio tutti) che hanno superato i tre mandati. Massimo D’Alema, Livia Turco, Walter Veltroni, Enrico Letta, Rosi Bindi e via dicendo.

Insomma, uno statuto nato per aprire uno spiraglio di cambiamento, ma tradito, affossato, demolito. Gli interessi sono sempre interessi. Le poltrone sono sempre poltrone. Il potere è sempre potere. Un inciucio bello e buono. Anche se democratico.

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