IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA/ Il pulcino pio, De Andrè, Guccini e il vuoto della musica di oggi

È strana la globalizzazione. Prima la grande promessa di prosperità, uguaglianza e democrazia, poi l’approdo odierno: crisi, corruzione, scie chimiche, ogm, potere delle banche, inquinamento, stress, tagli e povertà. L’attuale risultato non sarebbe stato raggiunto, se non ci fosse stata un’imponente operazione culturale tesa ad annullare le differenze e a produrre il vuoto. Ne parliamo qui, ora.

di Emiliano Morrone

Fabrizio_De_Andre_950Polemicamente, il brano Il pulcino pio, tormentone dell’estate 2012, ha rappresentato l’assenza di contenuti e significati della cultura dominante, in cui la musica ha un ruolo specifico.

Proponiamo qualche differenza tra le canzoni di ieri e quelle di oggi. Servirà a chiarire e capire.

Mauro Pagani raccontò di La domenica delle salme, scritta con Fabrizio De Andrè:

Dopo aver fatto il pieno di bottiglioni di Cannonau ci nascondemmo all’Agnata, la sua tenuta in Gallura. Faber tirò fuori uno dei suoi famosi quaderni, e le cento righe di appunti quasi casuali, raccolti in anni di letture di libri e quotidiani, in tre giorni diventarono la descrizione lucida e appassionata del silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa. Della sconfitta della ragione e della speranza. Credo che nel testo de La domenica delle salme ci sia tutta la grandezza di Fabrizio narratore. Ci sono tutti gli elementi per capire, ma tutto è raccontato, non ci sono sintesi o giudizi, che, come lui diceva spesso, nelle canzonette sono peccati mortali. La visione del tutto scaturisce dalla somma di tante piccole storie personali, nessuno grida in quella ridicola tragedia. Nessuno punta il dito, tutto si spiega da sé. E nell’elenco dei patetici fallimenti, come tutti i grandi Faber non dimentica il proprio e quello dei suoi colleghi canterini, giullari proni e consenzienti di una corte di despoti arroganti e senza qualità”.

{module Inchieste integrato adsense}

La canzone La locomotiva, di Francesco Guccini, riprende un fatto vero: il protagonista della storia è il macchinista Pietro Rigosi, anarchico ventottenne con moglie e due figli. Intorno alle 17 del 20 luglio 1893, Rigosi rubò una locomotiva vicino la stazione di Poggio Renatico. A 50 chilometri orari, la condusse verso la stazione di Bologna. I ferrovieri ne deviarono la corsa su una “linea morta”, dove la “macchina a vapore” si schiantò, “esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo: lo raccolsero che ancora respirava”. Rigosi subì l’amputazione di una gamba; sfigurato in viso uscì dall’ospedale e fu dispensato dal servizio ferroviario per causa della salute. Per i giornali di allora, Rigosi compì un gesto folle. Guccini lo associò, invece, alla lotta per la giustizia sociale.

Nel brano Italia d’oro (1992), Pierangelo Bertoli scrisse:

Romba il potere che detta le regole, cade la voce della libertà, mentre sui conti dei lupi economici non resta il sangue di chi pagherà”.

In Povera Patria (1991), Franco Battiato accusò: “Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! Questo paese è devastato dal dolore”.

Nel ’92 furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, iniziò Tangentopoli e la Chiesa riabilitò Galileo Galilei, condannato nel 1633. Poi la seconda Repubblica e le canzonette di orizzonti da niente. Ne ricordiamo qualcuna degli ultimi anni, sempre più scadente e lontana dall’impegno civile: Dammi tre parole (“Sole, cuore e amore”), del 2001; Festival (“Questo ritmo che cresce è il mio tempo, tu sei il dj”), del 2002; La Canzone del capitano (“Porta in alto la mano, segui il tuo capitano, muovi a tempo il bacino, sono il capitano uncino”), del 2003; Cleptomania (“Voglio averti mia, solamente mia, ora che non ho più via d’uscita; ora che ogni porta è stata chiusa apri almeno le tue gambe verso me, prima o dopo i pasti non importa”), del 2004.

I Litfiba preferirono il commerciale; Marco Carta, un ragazzo della trasmissione tv Amici, di Maria De Filippi, vinse il Festival di Sanremo nel 2009. Quanta distanza, per esempio, dalla Canzone della bambina portoghese (Guccini, 1974), che narrava:

Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare; o sogni o visioni, qualcosa la prese e si mise a pensare. Sentì che era un punto al limite di un continente, sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte. E in questo sentiva qualcosa di grande che non riusciva a capire, che non poteva intuire; che avrebbe spiegato, se avesse capito lei, e l’oceano infinito. Ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire e si mise a dormire. E fu solo del sole, come di mani future. Restaron soltanto il mare e un bikini amaranto”.

Guccini ha intuito ed espresso la direzione ontologica dell’uomo contemporaneo, smarrito, vinto dall’ambizione di trasformare con le sue macchine la natura: immensa come la “pianura” di Il vecchio e il bambino (1972), imbattibile come la morte che coglie Il pensionato (1976), uomo d’altri tempi che regalava “un piacere assurdo” con “la sua antica cortesia”, nei “riti quotidiani” di una società scomparsa, sostituita dagli esodati della ministra Fornero.

Oggi la pensione non c’è più. Non c’è nemmeno Il frate, di gucciniana memoria, “segno di una fede perduta” ma capace di vivere “di tutto e di niente”. E non ci sono le Osterie di fuori porta, ma i wine bar di una cultura che riempie il tempo, senza un minimo di socialità e senso della storia, remota o quotidiana.

Suona strano che la nuova generazione canti, ascolti Guccini o De Andrè e non ne venga scossa. Perché, tra i loro versi di poesia e, diremmo con Noam Chomsky, anarchismo, c’è sempre l’uomo che procede verso la morte, provando a cambiare il corso sinuoso delle cose, a vincere l’arrivismo e l’ingiustizia, cioè i vizi peggiori della maggioranza: quell’orda che coltiva “tranquilla l’orribile varietà delle proprie superbie”. “Come una malattia, come una sfortuna, come un’anestesia, come un’abitudine”.

Noi di Infiltrato.it abbiamo scelto di andare in direzione ostinata e contraria.

 

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.