IMPRENDITORI ANTIRACKET/ Uno Stato alla rovescia…

“Giovedì scorso, chi si è trovato a passare per caso a Roma, davanti al Viminale, sede del Ministero degli Interni, si è imbattuto in una situazione insolita e, per certi versi, triste e drammatica. Dai cardini di ferro della fontana antistante il palazzo del Ministero, sporgevano due catene, le cui estremità erano avvinghiate ai polsi di due persone, un uomo e una donna, di decifrabile accento siciliano…”

ignazio-cutroDai cardini di ferro della fontana antistante il palazzo del Ministero, sporgevano due catene, le cui estremità erano avvinghiate ai polsi di due persone, un uomo e una donna, di decifrabile accento siciliano, circondati da una cospicua folla di ragazzi che si erano uniti attorno a loro e fungevano da scudo umano alle cesoie dei poliziotti scesi nella piazza per spezzare le catene. Le due persone incatenate erano Ignazio Cutrò e Valeria Grasso. Non si tratta di due soggetti pericolosi, ma di due testimoni di Giustizia che, per reclamare il proprio ineluttabile diritto ad una vita felice e ad un lavoro normale, sono stati costretti ad accamparsi davanti al Ministero, in catene, come i peggiori criminali, senza cibo né acqua e senza la possibilità di andare in bagno o stare al caldo.

Con i tempi che corrono, persino i testimoni di Giustizia sono messi in condizione di dover protestare contro un sistema che non funziona. E parlare di testimoni di Giustizia non è come parlare di pentiti, anzi, si tratta di due concetti antitetici e totalmente contrastanti.

Ignazio Cutrò e Valeria Grasso sono due imprenditori antiracket, che denunciano il pizzo da oltre sette anni, che non sono mai scesi a compromessi con la mafia e che ogni giorno combattono una battaglia a favore della legalità, spronando i colleghi imprenditori a ribellarsi alle richieste delle cosche e sensibilizzando la popolazione, e soprattutto i giovani, al ruolo che l’antimafia deve ricoprire in una società civile. Non si sconfina in ideologie iperboliche se si definiscono queste due persone “eroi moderni”, tutt’altro.

Ignazio Cutrò è una delle immagini più emblematiche dell’imprenditore antimafia. Nato in una terra ad altissima densità mafiosa come la Sicilia, non solo non ha mai pagato il pizzo, ma ha denunciato, per oltre dieci anni, le pressioni dei picciotti di turno; si è rivolto alla polizia ogni qual volta le intimidazioni mafiose si concretizzavano sotto i suoi occhi, ai danni della sua azienda. Ignazio è un imprenditore che non solo ha dovuto attraversare il difficile periodo economico che ha sprofondato l’Italia nella crisi, ma ha dovuto anche fare i conti con Cosa nostra che, prontamente, gli faceva trovare attrezzature distrutte e capannoni in fiamme. E, come se tutto ciò non bastasse, una mattina, Ignazio trova dei proiettili nella sua auto. Le minacce continuano, ma continua anche la sua ostinata voglia di non cedere ai ricatti e ai compromessi della criminalità. Denunce su denunce sono un chiaro segnale di “accesso proibito” alla mafia nella vita di Ignazio e della sua famiglia.

Simbolo dell’Italia della legalità, la famiglia Cutrò ha ricevuto solidarietà solo dal mondo dell’antimafia, quella vera e non quella delle parole, mentre i concittadini, gli amici e i conoscenti si sono dileguati, sono improvvisamente scomparsi, abbandonandoli alla loro triste battaglia solitaria. Altrettanto assordante è il silenzio delle Istituzioni, che lo hanno lasciato in trincea a combattere una guerra in nome dello Stato, da solo. I figli di Ignazio meritano una vita normale e felice come quella di tutti i loro coetanei e, invece, vengono continuamente discriminati ed emarginati dalla vita sociale della città. “I figli del pentito” li chiamano. Ignazio non è un pentito. Non si è pentito neppure di aver scelto la via della Giustizia in una terra infestata di criminalità come la Sicilia, anzi, continua a ripetere a voce sempre più alta la famosa frase di Peppino Impastato, “la mafia è una montagna di merda” ed è sempre più deciso a non piegarsi mai alle logiche criminali. Per questo ha fondato l’associazione antiracket Libere Terre, di cui fa parte anche l’altra imprenditrice, Valeria Grasso, palermitana e proprietaria di due palestre, dove l’accesso è riservato ai “non mafiosi”.

Valeria, come Ignazio, è una voce libera che denuncia il pizzo e le intimidazioni di Cosa nostra da anni, ma, anche per lei, il silenzio di concittadini ed Istituzioni è stato gravoso e controproducente. Apertamente e più volte minacciata, non le è mai stata concessa la scorta, perciò, entrambi, sull’orlo del tracollo finanziario e agli antipodi di una condotta di vita quantomeno accettabile, si sono incatenati davanti al Viminale, nella speranza che almeno lì, direttamente nel cuore dello Stato, le loro voci avrebbero potuto scalfire il silenzio istituzionale che ha avvolto le loro vite per oltre dieci anni.

Valeria e Ignazio non vogliono soldi, non vogliono un trattamento da privilegiati, ma pretendono che lo Stato abbia tra le sue prerogative non gli scandali di palazzo, bensì la vita di due persone che, proprio in nome di quello Stato tanto distratto e disavveduto, hanno combattuto e combattono la mafia, rischiando in prima persona.

Dieci lunghe ore hanno dovuto attendere per avere l’onore di essere ricevuti dal sottosegretario Mantovano,Sonia-Alfanononostante le pressioni di esponenti politici dell’Italia dei Valori, come l’europarlamentare Sonia Alfano, responsabile nazionale antimafia del partito di Antonio Di Pietro, l’attore antimafia Giulio Cavalli e il senatore Barbato, accorsi frettolosamente a Roma appena ricevuta la notizia dell’iniziativa di protesta dei due imprenditori. Dieci lunghe ore passate al freddo, senza mangiare; dieci ore di stress in cui Ignazio ha accusato persino uno svenimento. Dieci ore in cui non si è vista neppure l’ombra del ministro Maroni, forse troppo impegnato a metter su l’arca di Noè per portare in salvo la sua squadra di Governo. Mantovano ha fatto molte promesse, ha detto di volersi occupare personalmente della situazione; ma, a testimonianza di quanto le parole in realtà valgano poco, Valeria, al rientro a casa, ha trovato i lucchetti della porta di una delle due palestre tranciati e una finestra rotta, dopo che le avevano assicurato che i locali erano stati posti sotto stretta sorveglianza.

Giovedì scorso, chi si è trovato a passare per caso a Roma, davanti al Viminale, si è imbattuto nella massima espressione del capovolgimento di questo Paese, un Paese che riserva poltrone calde in Parlamento e in Senato a criminali, corruttori e filomafiosi e una vita ai limiti del praticabile a uomini che combattono giornalmente per la Giustizia e per la Libertà di un popolo schiavizzato dalla criminalità organizzata”.

 

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