Il quadro problematico della riforma Fornero. Fra politica, stampa, Europa e ideologia

Possiamo sforzarci di capire la crisi e smascherarne i responsabili. Chi, in sommità, ci sta speculando, perché e con quali obiettivi. Ci mancheranno il tempo e i mezzi; e, anche ammettendo il successo finale della nostra ricerca, rimarremo spettatori impotenti, «utilizzati finali», destinatari di nuove imposte, trattenute, licenziamenti per «lo sviluppo e la competitività delle imprese»

di Emiliano Morrone

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La riforma del lavoro è una risposta del governo, e quindi dello Stato, alla crisi. È la parte creativa, costruttiva, aggiuntiva. Nel senso che, dopo i prelievi («di sangue»), le trattenute in busta paga, l’Imu e i vari rincari legati ad accise; ordinata una dieta iposodica e praticata una chirurgia radicale alla William Stewart Halsted, demolitiva, poi penetrante all’Equitalian Hospital, l’esecutivo si propone di ridare proteine e massa ai contribuenti, ai lavoratori e alle loro famiglie. Da un lato l’Amministratore pubblico leva, dall’altro riorganizza il recupero; rinviato dal Cavaliereimpegnato a smentire porcelline e accusatori, privato di un «lodo» personale di dantesca memoria. Questa la vulgata, che, diffusa giornalmente dai media, soprattutto in termini di numeri, punti percentuali e proiezioni, abbiamo imparato a memoria come il Pianto Antico del Carducci. E non solo. Consideriamo l’intero percorso – le due fasi di Monti, salvataggiocrescita – quale «diritta via» «smarrita» per le «magnifiche sorti e progressive».L’urgenza e gli aumenti della benzina, del pane, dell’iva e del caffè al bar catalizzano l’accettazione generale delle manovre.

Monti può contare su una stampa allineata, vantaggio che non aveva Berlusconi.

La destra pidiellina attende le frequenze televisive a Mediaset. Nondimeno, assapora la libertà di licenziare come diritto-potere delle aziende: la vecchia battaglia di mister Sergio Marchionne, ad Fiat (Fabbrica investimenti americani tutelati). La sinistra sa che le amministrative contano, visto che le politiche si avvicinano.

Allora, su il Giornale di famiglia ogni volta leggiamo le acrobazie del simpatico Vittorio Feltri. Un colpo al cerchio, uno alla botte: passi il combinato disposto della ministra Fornero ma il presidente del Consiglio rammenti che «ha un collo», e qualcuno potrebbe tirarglielo, se rinsecchisce oltremodo i cedolini degli stipendiati. Mentre su Repubblica si moltiplica lo sforzo immane di giustificare il Pd, partito di maggioranza, giunto impreparato e diviso alla svolta capitalistica del Professore, impressa nel suo dna. Sì, perché Bersani e company – una volta si diceva «compagni» – per senso di «responsabilità» appoggiarono ab origine l’indefettibile governo dei tecnici. Anzi, la mossa decisiva la fece proprio il presidente Napolitano, Pd; come ricorderà il popolo in festa, ebbro davanti a Montecitorio, a Palazzo Grazioli e al Quirinale, il 12 novembre a. D. 2012.

Se non trascuriamo che Luca Cordero di Montezemolo sta per iniziare un nuovo, affascinante viaggio, non solo sul suo «Italo», comprendiamo perché convenga alla politica, e all’informazione vicina, tenersi buono il Monti; il quale, peraltro, è andato a salutare Benedetto XVI a Fiumicino, prima che questi partisse per l’America del marxismo, della rivoluzione esiliata e della bandita teologia di Frei BettoLeonardo Boff. E c’è Casini, che, lontano dai casini, sta formando una nuova creatura. Insomma, partiti e cipressi si riposizionano. Cambiare tutto per non cambiare nulla.

Il punto è che c’è in ponte una riforma del lavoro che tocca milioni di elettori, i quali hanno dapprima benedetto la pasqua montiana e adessosi trovano davanti alla loro crocifissione. Il sistema pensionistico è stato cambiato speditamente, per decreto. E ci hanno raccontato il passaggio con le solite immagini della necessità impellente: gli scenari apocalittici, la mano rapace dei mercati, il giudice a Berlino, l’aspettativa trepidante dell’Europa unita e le sue prescrizioni tassative. Sicché, circa il capitolo del lavoro, la strategia operativa e di comunicazione è stata la medesima. Dipende sempre da come si pongono i problemi e le prospettive: dalle narrazioni.

Nel contesto, non può sfuggire che Mario Draghi, nonostante la contrarietà del tedesco Jürgen Stark, con altri Bce sostenitore di un ulteriore monitoraggio dell’andamento dei prezzi, ha tagliato i tassi d’interesse, oggi pari all’1%. Come si sa, la decisione è in coppia con due misure di finanziamento a lungo termine (Long term refinancing operation) di mille miliardi e dispari alle banche europee. Chi ne trarrà vantaggio e che cosa ricavi il comune cittadino è affare degli analisti e occupazione dei politici. Basta un postulato: le soluzioni vanno cercate. E condivise, rese trasparenti.

In merito alla riforma del lavoro, la condivisione è stata brevemente formale. Sindacati e partiti sono stati coinvolti per ratificare un progetto pensato e articolato nel palazzo del governo. È emerso, in tutta la sua pericolosità, il decisionismo all’italiana del potere esecutivo. È riapparsa nel lessico dei commentatori l’espressione «Costituzione materiale», che faceva inorridire il vigile e feroce Giuseppe Davanzo, Silvio imperante, e oggi trova la tiepidità di molti intellettuali giornalisti. I quali, come il mago del vento Torben Grael su Luna Rossa, tentano di capire la direzione della corrente. Nel loro club c’è chi, con palese imbarazzo, ha rimembrato l’impegno civile del compianto Antonio Tabucchi.

Per chiarire il quadro in cui s’inserisce la riforma del lavoro, sfatiamo alcune menzogne.

Primo, l’Europa non ci sta chiedendo di cassare in totol’articolo 18. Nella «Commision note» «A proposal for a “single” open-ended contract», l’Ue è propensa all’indennizzo, ma per i nuovi contratti. I nuovi. Va sottolineato che essa non esclude affatto il reintegro del dipendente licenziato per motivi economici. Bisogna sapere, dunque, che la scelta del governo Monti differisce dall’indirizzo europeo. E di molto.

Secondo, non è vero – eppure qualcuno l’ha scritto – che l’intervento delle Parti sociali è mera prassi “politica” nell’ordinamento, poiché la legge 223/90 ne impone la convocazione nelle procedure di mobilità. La riforma Fornero esclude questa «tutela reale».

Terzo, i dati sulle cause per licenziamento sono, oltre che di complessa consultazione, non immediatamente reperibili né completi. Ed è pretestuoso continuare a esibirli: sia che si concordi con la ministra, sia che da lei si dissenta. Il dato in sé dice nulla, se non letto entro la situazione attuale. In ogni caso, è falso che sia proprio trascurabile. Io dubito delle statistiche di un pezzo del 2 febbraio scorso, apparso su Il Sole 24 Ore a firma di Nicoletta PicchioClaudio Tucci. Le perplessità sorgono dal riassunto dei procedimenti civili per «estinzione del rapporto» (anno 2006, di che parliamo?): sarebbero stati 8.651, solo l’11% delle controversie totali sul lavoro; pari, è precisato, a 74.838. Non che i loro numeri siano alterati, ma non s’intuisce se il valore complessivo sia dei giudizi pendenti. Quali le loro sedi, poi, non è dato conoscere. Sulla fattispecie, sicuramente Pietro Ichino, senatore del Pd, non sbaglia – in ambito tecnico – quando si sofferma sui lunghi tempi di definizione dei giudizi e sulla comparazione quantitativa tra le categorie delle cause avviate.

C’è un aspetto, però, che a forza di cifre e tabelle rimane colpevolmente in secondo piano. Mi riferisco a quello ideologicoL’economista Guido Viale non deve stupirsi, su il manifesto, se Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, stima come «visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe» l’opinione di chi, come Viale, intravede «il rischio che le imprese usino la riforma dell’articolo 18 per liberarsi anche dei lavoratori scomodi». Forse l’età del dialogo virtuale e dell’accelerazione dell’esistenza ha offuscato l’immagine del potere economico, il cui linguaggio è sempre bilanciato; fine e composta la sua estetica.

Ha dunque ragione il filosofo Michele Ciliberto, che su L’Unità ha puntualizzato nei giorni scorsi: «L’ideologia di Monti e di Fornero (…). Un’ideologia assai potente, presentata come un elemento oggettivo tecnico, ma imperniata su due elementi di fondo: il primato del mercato, che deve essere lasciato libero di muoversi in modo spontaneo (…); il rifiuto del principio della mediazione, da cui discende quello della “concertazione”».

In ultimo, questa riforma del lavoro è ideologia, come tutto il capitalismo (di cui Monti e Fernero sono figli e padri), spacciato per unica e sola essenza del Reale. E mi fa male che l’attenzione di tutti sia nulla rispetto ai 676.000 lavoratori a progetto (studio Isfol): gli autonomi che in media prendono 9.855 euro all’anno e il cui 70% è tenuto a garantire la propria presenza in ufficio – il 71% usa i mezzi dell’azienda.

C’è un libro, appena uscito, di Federico Fubini. S’intitola Noi siamo la rivoluzione. Racconta pure il caso di Catanzaro, la Bangalore italiana, riempita di call center dove si sfruttano ragazzi disposti a guadagnare meno di cinque euro all’ora. Al lordo. Lo Stato lo permette; magari è una soluzione nelle aree, come la Calabria, ad alto tasso di mafia (‘ndrangheta).

A me pare che ci sia troppa ipocrisia dilagante. Che ci siano troppi interessi e gabbie per uscire dalla crisi. A me sembra che pochi vogliano battersi per un altro modello di società. In cui, finalmente, non si cresca più ma si de-cresca. L’industrializzazione è stata un fallimento. E hanno fallito tutti i suoi artefici e complici. La riforma del lavoro deve prevedere la fine del precariato e fornire gli strumenti per rallentare, per vivere, per essere veramente liberi. Il che, non illudiamoci, non è nello spirito e nelle intenzioni del potere. Politico, mediatico, culturale e religioso.

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