Il nostro eroe non è Vittorio Mangano!

Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, tutti si mostrarono affranti per la perdita di uomini che sarebbero divenuti gli eroi nazionali. 16 anni dopo la storia si ripete.

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Quella di ergersi ad eccelsi difensori degli eroi nazionali solo quando questi sono morti e sepolti ormai da anni è una prerogativa tipicamente italiana, uno status symbol che consente, almeno apparentemente, di salire di un gradino nella scala della moralità. Chiunque oggi, non esiterebbe a dire che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino siano stati due dei più grandi eroi di questo Paese, martiri di una Giustizia tanto agognata, ma che, a quasi venti anni dalle stragi del 1992, è rimasta una mera utopia di pochi. Tutti si proclamano loro amici, sostenitori ed apologeti, anche se ai tempi della guerra tra mafia e Stato essi si schierarono dalla parte dei non belligeranti, non perdendo occasione, tra l’altro, per gettare fango sull’operato di quei magistrati che sacrificavano ogni istante della propria vita per portare avanti la battaglia per la libertà della Sicilia e dell’Italia tutta dall’oppressione mafiosa. Ve le ricordate le lettere anonime del Corvo o le accuse di protagonismo mosse nei confronti di Falcone? Si tratta dei prodotti più autorevoli della “stagione dei veleni” di quel lontano 1992. I magistrati del pool di Palermo portavano avanti indagini nei confronti della mafia e delle collusioni tra assetti istituzionali e poteri criminali; per questo, chi remava contro era  ira et metu anxius, tormentato da ira e paura, e cercava di mandare in game over chi si arrovellava nella ricerca della Verità. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero delegittimati, messi in cattiva luce agli occhi dell’opinione pubblica con asserzioni denigratorie e calunniose, lasciati soli, gettati in pasto a detrattori e alle vendette di Cosa nostra. Furono vilipesi da più fronti: c’era chi gettava discredito sul loro lavoro, accusandoli di tenere nascoste “le carte nei cassetti”, chi interpretò il trasferimento di Falcone a Roma come una mossa politica e chi, addirittura, si lagnava per l’eccessivo rumore delle sirene delle auto di scorta.

Quando ci fu il botto di Capaci e, cinquantasette giorni dopo, quello di via D’Amelio, tutti si mostrarono affranti e profondamente addolorati per la perdita di quei due uomini che, da allora in poi, sarebbero divenuti all’unanimità gli eroi nazionali.

CLEMENTINA-FORLEOSedici anni dopo la storia si ripete: Luigi de Magistris, Clementina Forleo, Gabriella Nuzzi, Luigi Apicella e altri magistrati devono subire nuove delegittimazioni: si fa passare la loro battaglia contro i poteri istituzionali collusi con la criminalità organizzata per una sceneggiata di fine anno; qualcuno perde il lavoro, altri sono costretti ad abbandonarlo. Questa volta non è stato il piombo a fermare il corso della Giustizia e il lavoro di grandi servitori dello Stato, ma l’isolamento, la denigrazione, e succede la stessa cosa ogni volta che qualche coraggioso magistrato, poliziotto o giornalista che sia, si avvicina alla veridicità. Viene da pensare che la storia italiana sia costernata da buchi neri di Verità e, almeno per quanto mi riguarda, sono convinta che sia così.

Torniamo però, a Palermo, a qualche settimana fa. Sulla scrivania della Procura Generale della Cassazione del capoluogo siciliano arriva una richiesta di “accertamenti” in merito ad alcune dichiarazioni fatte dal pm Nino Di Matteo, in risposta alle pedanti accuse rivolte dal Premier alla magistratura, in occasione del sessantesimo anniversario della Federalberghi a Roma. In quella circostanza, Silvio Berlusconi non esitò a ribadire il suo ormai affermato astio nei confronti dei giudici, proclamando che “in Italia la sovranità si è trasferita dal popolo al partito dei giudici” che, non è certo una novità, sono considerati dal presidente del Consiglio “deviati mentali, antropologicamente diversi dal resto della specie umana”.

Di_Matteo“Continua la sistematica e violenta offensiva di denigrazione e isolamento di quei magistrati che credono ancora nel principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Noi resisteremo perché crediamo nella Costituzione sulla quale abbiamo giurato. Mi chiedo con quale faccia continuino a collaborare con questo Governo i colleghi distaccati al ministero della Giustizia che hanno giurato sulla stessa Costituzione”, aveva replicato Nino Di Matteo, in qualità di Presidente dell’Anm di Palermo. Dichiarazioni, quindi, più che mai legittime; ma, al di là delle facoltà di replica, Nino Di Matteo è uno dei più illustri rappresentanti di quella magistratura forte ed intraprendente, che si batte in prima linea nel contrasto a Cosa nostra, di quella magistratura lasciata in eredità da Falcone e Borsellino; è uno dei giudici più esposti a rischio ed è assolutamente squallido constatare che egli debba essere oggetto di continue ingiurie e calunnie da parte di quello stesso Stato che dovrebbe proteggerlo e che, invece, lede profondamente la dignità sua e di tutta la magistratura.

Fa male ancor di più perché è sempre di qualche settimana fa la notizia che ci sia un documento, probabilmente databile al 2010, fatto pervenire alla Dia di Caltanisetta, che riporta rivelazioni di una fonte confidenziale che avrebbe partecipato ad un summit organizzato da Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra a Messina, durante il quale pare che sia stato dato il via per una nuova stagione di stragi. Nel mirino delle cosche ci sarebbero Raffaele Cantone, simbolo della lotta ai Casalesi; Sebastiano Ardita, direttore generale della direzione detenuti e trattamento nel Ministero della Giustizia, che si occupa, tra l’altro, del 41bis; Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, sassolini nella scarpa per le ‘ndrine calabresi; Sergio Lari, Domenico Gozzo e Nicolò Marino, magistrati di Caltanisetta che si occupano delle indagini sulla strage di via D’Amelio.

Non vogliamo rischiare di piangere altri morti, che poi tutti si affretterebbero a riconoscere come eroi. Vogliamo preservare il loro lavoro e farne tesoro, vogliamo costituire la loro scorta civica e renderli immuni da ogni attacco di questo Stato che non merita uomini come loro. È per questo che il 20 novembre le Agende rosse manifesteranno davanti alla Procure di Roma, Milano, Firenze e Palermo dalle 10.00 in poi, uniti attorno al solidale intervento di Salvatore Borsellino, fratello del giudice e fondatore e leader del movimento delle Agende rosse, che, qualche giorno fa, ha dichiarato:“Oggi i magistrati non vengono più uccisi con le bombe, si uccidono come sono stati uccisi Luigi de Magistris, Clementina Forleo, Gabriella Nuzzi, l’intera procura di Salerno: hanno cambiato il metodo. La magistratura non si ferma solo con il sangue, ma anche con i metodi cosiddetti legali che oggi vengono usati. Non bisogna dimenticare le stragi e gli insegnamenti che ci hanno dato gli eventi – ha proseguito Borsellino -. Nel nostro Paese si sono succedute innumerevoli stragi di Stato, perchè non erano stragi solo di mafia o solo di terrorismo: in qualche maniera, c’è stata sempre anche la mano di pezzi deviati dello Stato. Magistrati come Borsellino e Falcone sono stati uccisi anche perchè lasciati soli dallo Stato». «Bisogna ricordare questo – ha continuato – e fare in modo che non siano lasciati soli i magistrati che oggi stanno finalmente cercando di togliere il velo, pesante e nero, che ha sempre coperto i veri responsabili di queste stragi. Sono magistrati che, oltre a dover lavorare tra mille pericoli, vengono attaccati da pezzi dello Stato, come succede con Nino Di Matteo, uno dei magistrati più impegnati in queste nuove indagini che stanno facendo le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze”.


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