Il governo Letta? Orgia di fondazioni: Aspen, IAI, Cl, Trilaterale e Cespi. Insieme appassionatamente.

Che il governo Letta non sia il governo del cambiamento ormai è un dato di fatto. Un inciucio esplicito, non c’è che dire. Quello che non si sa, però, è che gran parte dei ministri, sebbene di colore politico differente, è legato a doppio filo al premier Enrico Letta. Da Alfano alla Bonino, da Saccomanni a Massimo Bray passando per Nunzia De Girolamo, Enzo Moavero e Cécile Kyenge, siedono tutti in questa o quella fondazione in cui ritroviamo anche Letta jr. Insomma, l’inciucio nei fatti non nasce ora, ma trova le sue origini in tutte quelle associazioni – dall’Aspen al Bilderberg, dall’IAI al Cespi fino a Cl – nei cui direttivi siedono non solo politici, ma anche banchieri, imprenditori e manager.

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di Carmine Gazzanni

Forse il commento più veritiero nei confronti dell’esecutivo Letta è stato quello di Nichi Vendola che ha parlato di “modo intelligente di gestire la restaurazione”. In effetti è proprio così. Altro che rinnovamento, altro che rivoluzione. Nonostante le piccole novità (pur importanti) – dalle quote rosa, all’età media dei ministri in calo rispetto agli anni passati, al primo ministro di colore – la squadra messa in piedi da Enrico Letta è l’emblema dell’inciucio gattopardiano secondo cui è necessario “cambiare tutto per non cambiare nulla”.

Partiamo ad esempio da un dato. I ministeri chiave sono tutti in mano al Pdl: Angelino Alfano all’Interno, Maurizio Lupi alle Infrastrutture, Beatrice Lorenzin alla Salute, Gaetano Qualgliariello alla Riforme Costituzionali. Un tratto, questo, che rivela un dato lampante: il vero vincitore di questa tornata elettorale, con tutti gli accordicchi che ne sono seguiti, è Silvio Berlusconi. Ancora un volta.

Basti pensare a Quagliariello, a  capo di un ministero che dovrà lavorare per cambiare la legge elettorale. Proprio lui che è stato il secondo firmatario del ddl sul processo breve. Immaginiamo cosa possa uscirne. O ancora Angelino Alfano: sarà lui a capo del Viminale, lui dunque comanderà sulla polizia e lui deciderà sul commissariamento di questo o quel comune per infiltrazione mafiosa. Proprio lui, autore – quando era Guardasigilli – di un Codice antimafia che ha reso di fatto impossibile l’attacco alle ricchezze dei clan, tanto che furono ben 66 le osservazioni critiche avanzate dalla commissione Giustizia ma non prese affatto in considerazione.

Spostandoci sul fronte centrista certamente non va meglio con persone come Giampiero D’Alia, ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione. Il suo nome si ricorda per un emendamento al decreto sicurezza del 2009 che conteneva disposizioni sul web, naufragate dopo le proteste della Rete: “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere a mezzo Internet”. Non solo. Nel testo dell’emendamento si leggeva che “in presenza di questi contenuti il ministero diffiderà il gestore, e questi avrà due possibilità: o ottemperare e cancellare i contenuti o non ottemperare e diventare complice di chi inneggia a Provenzano e Riina e quindi è giusto che venga oscurato”.

letta_bilderbergMa c’è un altro aspetto – se si può ancora più emblematico per comprendere l’inciucio – che finora non è stato affatto preso in considerazione. Molti dei ministri del governo sono legati da tempo a Enrico Letta, nonostante il diverso colore politico. La rete fa capo a tutte quelle fondazioni, nazionali e internazionali, che spesso condizionano (o determinano?) l’operato di governo. Di Enrico Letta già ci siamo occupati sufficientemente: il suo nome compare nel direttivo della Trilaterale, nelle riunioni del Bilderberg, nell’Aspen Institute (di cui è vicepresidente), nel Cespi, nell’IAI, in VeDrò, thin-tank fondato direttamente  dal premier.

Ebbene, scorrendo la lista della squadra di governo è surreale che tanti ministri siano legati a Letta jr da tempo, dato che siedono negli stessi direttivi di questa o quella fondazione. Ed ecco allora che Enzo Moavero Milanesi (Affari Europei) ed Emma Bonino (Esteri) sono soci dell’Aspen di cui il premier è vicepresidente. La Bonino, però, è strettamente legata anche al Bilderberg di cui anche Letta è, come detto, ordinario frequentatore.

Il nome della radicale compare anche in un altro ente, l’IAI (Istituto Affari Internazionali), nel cui comitato siede, però, anche il premier Letta e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni. Piccola particolarità: il presidente dell’IAI, Stefano Silvestri, è membro dell’Advisory europeo della Trilaterale. Proprio come Letta.

Ma non finisce qui. Se ci spostiamo al Cespi, altra fondazione peraltro sovvenzionata dallo Stato, vediamo che nel consiglio di presidenza siede ancora una volta Letta (insieme peraltro a Piero Fassino, Livia Turco, Gianni Pittella e Lapo Pistelli), mentre nel consiglio direttivo troviamo Cécile Kyenge, ministro per l’Integrazione. Il ministro per la Cultura Massimo Bray, invece, è un dalemiano di ferro, tanto che è direttore della rivista di Italianieuropei, fondazione creata proprio da Massimo D’Alema e nel cui direttivo siede ancora lui, Enrico Letta.

Infine VeDrò, il think-tank fondato direttamente dal Presidente del Consiglio. L’associazione prende il nome dal paesino di Drò sul lago di Garda. Qui, negli ultimi giorni d’agosto, si riuniscono in plenaria per tre giorni di presentazioni, feste e dibattiti. “I vedroidi – come vengono chiamati sul sito – sono accomunati dalla disponibilità ad apprendere costantemente, a mettersi in discussione, ad analizzare temi e fenomeni senza barriere ideologiche o tesi precostituite, secondo una chiave interpretativa lungimirante che vada oltre la contingenza dei dibattiti in corso”. E chi ritroviamo tra costoro? Tra i tanti, buona parte dei ministri oggi in carica: Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Andrea Orlando, Nunzia De Girolamo (che peraltro è anche responsabile per la fondazione del Mezzogiorno). Ed anche quello che sarà il braccio destro di Letta, il sottosegretario alla Presidenza, Filippo Patroni Griffi.

Ultima particolarità. L’esecutivo lettiano è a firma anche Comunione e Liberazione. Lo stesso premier, negli anni, ha partecipato a tanti convegni tenuti al Meeting di Rimini, spesso in compagnia di un altro ciellino convinto e oggi ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi. Senza dimenticare anche Mario Mauro, ministro della Difesa. Anche lui storico uomo del movimento di Don Giussani e grande amico di Roberto Formigoni.

formigoni-lupi-meetingTempo fa al Corriere, nel pieno del vortice giudiziario che toccava l’ex Governatore lombardo, tenne a precisare: “L’amicizia è un valore e quando un amico è sotto attacco è il momento del sostegno, non del rimprovero. È partita un’aggressione violenta e intollerabile che confonde il piano del buon governo con il colore delle giacche e con l’esperienza culturale e religiosa di Formigoni”.

Insomma, i propositi ci sono tutti. Per fare anche peggio di quanto si stato fatto fino ad ora. Staremo a vedere.

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