(il fu) ARTICOLO 18/ Tutte le menzogne della Fornero

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Olivier Blanchard, attuale economista capo al Fondo monetario internazionale, e Tito Boeri sbugiardano il governo sull’articolo 18: non c’è alcun legame tra crescita economica e riforma dell’articolo 18. E ancora: il reintegro obbligatorio anche per le aziende che contano meno di quindici dipendenti, voluto dalla Fornero, è già previsto per legge. Così come per le pubbliche amministrazioni. Ma allora cosa sta proponendo di “riforma” il governo?

 

È ormai guerra aperta. Oggi in cdm verrà presentato il testo finale sulla riforma del lavoro e, dunque, sul pomo della discordia: l’articolo 18. Le due posizioni in ballo sembrano inconciliabili: da un lato le parti sociali, con Fiom e Cgil in testa, che non arretrano di un millimetro nella strenua difesa dell’articolo dei lavoratori; dall’altro il Governo, che, a sua volta, va deciso sulla strada della riforma.

Bisogna, chiaramente, aspettare di leggere il testo definitivo per rendersi conto di cosa possa prevedere la riforma del ministro Fornero. Eppure sono tanti, già da ora, i punti di domanda che nascono. Punti di domanda che ineriscono anche, per così dire, la bontà della riforma stessa.

Capiamoci meglio. Alcune dichiarazioni degli uomini e delle donne di quest’esecutivo, infatti, non sono perfettamente in linea con la realtà economica, lavorativa e, in alcuni casi, giuridica del nostro Paese. In altre parole: spesso pare che la verità della riforma lasci posto e spazio alla menzogna delle dichiarazioni dei ministri. E parliamo di menzogna perché sarebbe impossibile pensare ad una loro impreparazione su un argomento così “loro” com’è quello del lavoro.

Il governo, ad esempio – non è un mistero – è convinto che soltanto con la riforma dell’articolo 18 in senso tedesco si potrebbe giungere ad una svolta in Italia, ad una crescita economica e occupazionale che ci farebbe risollevare dalla crisi tramite una ripresa delle assunzioni. Falso. Il collegamento tra tutele del lavoro e occupazione semplicemente non esiste. Non siamo noi a dirlo, ma economisti autorevoli. Olivier Blanchard, docente di economia al Mit (Massachusetts Institute of Tecnology, una delle più importanti università di ricerca del mondo) e attuale economista capo al Fondo monetario internazionale, ha affermato che “le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi”. Si dirà: Blanchard, forse, non conosce la situazione economica italiana. Poco probabile. Ma diamola per buona e restiamo nello stivale. Tito Boeri, autorevolissimo economista del nostro Paese, nel saggio The Economics of Imperfect Labor Markets, edito dalla Princeton University Press, parla di ben tredici ricerche (le uniche svolte con criteri rigorosamente scientifici) sulla relazione tra lavoro e tutela dello stesso. Ebbene di queste sette concludono che non c’è assolutamente alcuna relazione e soltanto una parla di uno stretto legame.

Come la mettiamo, allora, a riguardo?

Ma andiamo avanti. Stando a quanto dichiarato dal ministro Fornero nei vari incontri con le parti sociali, uno degli obiettivi che si è prefissato il governo è rendere il reintegro obbligatorio nel caso di licenziamenti discriminatori (l’articolo 18, per capirci) anche per le aziende che contano meno di quindici dipendenti. Anche questo assolutamente falso. Non fosse altro, infatti, che già esiste una norma che prevede quanto detto dal ministro del lavoro. Stiamo parlando della legge 108 dell’undici maggio 1990. All’articolo tre si legge che “il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie […] é nullo indipendentemente dalla motivazione addotta” e comporta “quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro” il reintegro.

Come la mettiamo, allora, a riguardo?

Ancora. In questi giorni anche un’altra spinosa questione ha tenuto banco: l’articolo 18 sarà o non sarà applicato per il pubblico impiego? Il ministro del lavoro, infatti, e, con lei, il ministro della funzione pubblica Filippo Patroni Griffi, si sono sbracciati, dopo alcune incertezze e dichiarazioni precedenti, nel chiarire che le riforme apportate all’articolo 18 non verteranno anche sulla pubblica amministrazione. Allo stesso modo anche i sindacati. Luigi Angeletti, segretario della UIL, ha immediatamente precisato: “L’articolo 18 non è mai stato applicato per il pubblico impiego e non è facilmente applicabile perché la natura giuridica dei contratti è diversa”. Falso, ancora una volta. Le cose, infatti, stanno esattamente all’opposto.

Basti seguire un semplice filo logico: siccome l’articolo 18 si applica anche ai lavoratori dipendenti dalle amministrazioni pubbliche, ogni modifica in merito avrà ripercussioni anche sul pubblico impiego. Nel decreto legislativo che disciplina il lavoro pubblico (dl 165 del 2001), infatti, all’articolo 51 comma 2 si legge: “La legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni e integrazioni (che hanno portato all’articolo 18, ndr), si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”. Come se non bastasse, c’è anche una sentenza della Cassazione a sbugiardare il governo. La sentenza del primo febbraio 2007 (la numero 2233), come ricorda Luigi Olivieri su Lavoce.info, “ha considerato espressamente applicabile l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non solo ai dipendenti, ma anche ai dirigenti pubblici”.

Come la mettiamo, allora, a riguardo?

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